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È nel racconto centrale che la scrittura di Maria Lenti trova il suo banco di prova più attrezzato. Anche quando si fa particolareggiata, specialistica sul tema che svolge, fra le citazioni e le considerazioni, fra le riflessioni trova sempre spazio una parola, una frase piccola, spesso all’interno di un periodo di segno diverso, che stempera ed alleggerisce la valanga di informazioni politiche e tecniche che dà comunque, perché l’autore le vuole dare, evidentemente. Infine le parti in corsivo, che portano lontano dal contesto, nella profondità dei ricordi, sulle vette dell’anima, come un trucco ben eseguito mascherano lo scritto facendone quasi un comune racconto. Sapete, uno di quei trucchi di scena, pesanti nel modificare le linee del viso dell’attore ma fatti in modo da non essere percepiti dallo spettatore.

Il tema sarebbe suscettibile di ampie discussioni ma non è questo ciò che sono chiamato a fare, e poi, fatte da me avrebbero scarso peso. Quello che invece vorrei far notare è come diverse affermazioni vadano nella direzione di quanto penso ed a volte ho espresso su queste pagine: la scuola prepara gli uomini di cui la società ha bisogno, dà loro una grande quantità di nozioni utili allo svolgimento dei compiti cui saranno chiamati, ma la cultura, se uno proprio la vuole, deve andare ad impararla altrove e soprattutto in modo volontario e senz’altri fini. Cito a proposito dal libro: "Sembra bandito lo studio che offre criticità per costruire, per non accettare passivamente o per obbligo la vita di tutti i giorni e di tutti i viventi, per raddrizzare le scelte sbagliate, per rendersi conto dei degradi".

Senza quanto rilevato della scrittura, nei confronti della velocità di esposizione, la digressione dal linguaggio tecnico e l’estraniazione dall’ambiente, forse questo racconto, opportunamente gonfiato nelle sue particolarità ed approfondito nei suoi temi, sarebbe potuto diventare uno di quei tomi che anni fa alcuni uomini politici di spicco inviavano periodicamente sui banconi delle librerie, e forse oggi ancora insieme a ogni chiunque abbia un mozzico di visibilità.

Giocato su di un personaggio politico, l’ultimo racconto è più decisamente un racconto. L’abilità principale dello scrittore, secondo me, sta nell’operare in modo da far apparire come personaggio principale l’interlocutore. Così non è, poiché il racconto è in prima persona e da questo discendono i tempi ed i modi dell’azione, tuttavia spostando abilmente l’attenzione sull’interlocutore, lo scritto appare meno di segno politico e più di segno umano. Non mancano alcune belle soluzioni: "la serpentina nella schiena".

Ma è nel primo racconto che la scrittura è il centro attorno al quale tutto ruota. La sequenzialità dei quadri, il modo in cui sono spesso utilizzati i personaggi, come interiezione, e la velocità in cui tutto avviene fa passare in second’ordine il fatto che nulla avviene effettivamente; come dire che l’assenza di una trama è assunta a trama, la possibilità come la non possibilità diventa evento compiuto (chissà che ne direbbe I. Calvino). Vasto è il repertorio delle soluzioni che rendono immagini: "Falca la stanza, slungato in sé stesso. L’impasse scoppietta, occhi e occhiali che fanno scintille, le sgranature dello sguardo", e le digressioni che causano battute d’arresto per riprendere fiato: "continuando a contare i mattoni e seguendo, tra un numero e l’altro, le modularità del soffitto. Il cinema, in questi spazi fitti, dove la fantasia non buca le finestre e dove anzi la parola stessa non è iperbole, è la mia fantasia, solo a tarda sera, in piazza Monte Citorio, lascio che mi scivolino addosso l’aria e il cielo alto... ".

In verità, ciò che avviene in questo quadretto d’attività parlamentare è molto lontano dal mio immaginario, tanto da risultare incredibile, ma questo non importa: il quadro che F. Kafka fa dell’attività giudiziaria combacia perfettamente con quello del mio immaginario, eppure non è per questo che F. Kafka è un grande scrittore.

Nota di lettura
a cura di Luciano Nanni
in Punto di Vista nr. 37/2003
Narrativa. Tre racconti che, a dir la verità presentano anche spunti saggistici o testimoniali. Nel primo (Teatro e cinema) positivo il taglio rapido della scrittura; in Più uno (titolo in corsivo) fa da epicentro il mondo della scuola, ma certamente l’ultimo è il più interessante poiché dimostra come la politica possa avere un volto umano: la figura del pensionato è in tal senso significativa per non confondere ‘ideologia con idealità’ (p. 23, Più uno). Le note in appendice chiariscono alcuni aspetti dei testi. Le prime cento copie del volume contengono un’incisione originale numerata di Vincenzo Tiboni.
Recensione
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