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In quarta di copertina si legge: “è saltato una volta per sempre il rapporto rassicurante fra le Parole e le Cose.” Prendendo il lavoro nel suo insieme questo, in effetti, è quanto appare anzi, può sorgere il dubbio che sia saltato anche il rapporto fra le stesse parole.

Abbandonarsi pienamente all’ascendenza ancestrale, biologica, della parola, lasciandola libera di esplicare quell’arcaico rapporto con le cose che ci è ormai sconosciuto a livello cosciente, misconosciuto dal sovrapporsi dei significati, vuol dire rinunciare ad un senso condiviso, comune, e rinunciare al senso nella scrittura è difficilissimo: forse è questa difficoltà che in passato ha determinato il bisogno del “non senso”. È molto più difficile, credo, di quanto sia nelle arti visive abbandonare ogni rapporto con la realtà apparente delle cose e, mantenendo forma e colore private del senso che viene loro dal rapporto con l’apparenza delle cose, rendere libero il fruitore di lasciarsi avvolgere o investire dall’opera, la quale può insinuare in lui un senso nuovo e sfuggente, quello sì, scollegato da ogni rapporto rassicurante con le cose. Allora si può arrivare al punto in cui siano le Cose a cercare il rapporto con le Opere (in Mondrian per esempio).

Troppo poco, nella parola, è stato lasciato al suono, al segno; l’esigenza di una comunicazione sempre più veloce ne ha fatto soprattutto significato e quindi senso. Tale senso, rassicurante o meno, in poesia può essere nascosto, mimetizzato, ma è difficilissimo eliminarlo: escogitare significa trarre dal pensiero ed il pensiero è volto naturalmente ad un senso condiviso, alla comunicazione diretta, per cui escogitare qualcosa prescindendo da un pensiero è un esercizio che non siamo abituati a fare, per misero che sia il senso che sappiamo esprimere un senso tende sempre ad esserci (salvo casi specifici di certe classi). Si può comporre una specie di Arcimboldi che tenti di mimetizzare il più possibile la figura nell’insieme delle frutta, nasconderla nelle macchie di colore come in certi test psicologici. Fare questo significa contraddire in parte la comunicazione e, pur se non così diretta, la poesia resta comunicazione, lo resta l’arte.

Conosco poche persone impegnate a cercare di disselciare l’autostrada che unisce le Parole alle Cose, ed i risultati sono più sconvolgenti che discutibili. Molti altri ne conosco che cercano rapporti nuovi, non comuni né rassicuranti ma che, per strade mai praticate o di non comune percorrenza, cercano di raggiungere quel senso condiviso anche se non comune né rassicurante anzi, spesso inquietante e contraddittorio che costituisce comunque la comunicazione. In altri casi invece mi resta l’impressione di un passo troppo lungo, nel quale dopo aver portato avanti un piede non si riesce a tirarsi dietro l’altro e neppure si ha la forza di riportare indietro il primo. Si resta con un piede di qua e l’altro di là, e l’unica possibilità è appoggiarsi sulle mani ma in quel caso non si può più parlare di passi.

Recensione
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