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Quello che si nota immediatamente in questo ultimo libro di Rossano Onano è che questa volta non si inaugura né si compie alcun viaggio e neppure spostamento, fatto assai ricorrente nelle opere precedenti; qui, al massimo, si tratta di qualche partenza: i Crow, verso tutte le guerre; lo straniero, che varca la soglia. Il lettore può verificare questa differenza poiché la pubblicazione è in effetti un’antologia che raccoglie i lavori più importanti dati alle stampe nel tempo dall’autore. La continua riproposizione di un percorso, in alcuni casi a tappe forzate, qui pare venir meno e lasciare il posto al desiderio di stabilire una base stabile che si offra come posto di intercomunicazione fra il punto di partenza, le varie tappe stabilite ed infine sé stesso, del quale pare prematuro stabilire se si tratti di ulteriore tappa o di punto d’arrivo.

Prendiamo in considerazione l’ultima raccolta (p. 17), che dà il titolo al libro: “Non saprei da cosa cominciare, cosa raccontare | di queste inutili cose, queste bigiotterie. | Hanno tutte una storia, vanessa, di adesione | a una sana estetica kitsch, filiforme | e gialla che ti raccomando. ...”.

Si avverte immediatamente come nell’assenza dell’azione emerge perfino in dubbio sulla sua eventuale efficacia. Questa, che il titolo dedica alla preghiera, non può certo somigliare ad un improvvisato bivacco notturno di genti in movimento, necessita delle sufficienti meditazioni che ispirino l’individuazione del luogo per il rito e la sua liturgia, l’evocazione di tutti gli elementi necessari.

È tipico di Rossano Onano sovrintendere agli eventi. Ricordo: “Mi dibattevo ormai inconsultamente, spuntando l’acutezza nel tentativo di sfondare l’ottusità, mentre egli, presenza serafica (verticale), rimaneva assiso e muto al mio sguardo implorante” (abissino p. 21); “quando fui per soccombere, sul suo viso (L)ombrosamente satireo apparve un’espressione quasi vocativa; – venite, oh eletti, – pareva dire – venite a vedere come un lucifero ottiene l’oscurità –. Ed io fui sopraffatto.

Questa volta non si tratta più del gruppo che compie un viaggio fuori dal contesto, e nel compierlo si rende conto di non potervi più rientrare, questo personaggio è un po’ come un profeta o un indovino; un vate, nel senso più ambiguo del termine, la cui assiduità agli enti che stazionano ad un livello diverso da quello umano, nel consentirgli la premonizione che lo rende tramite fra i due livelli, genera in lui un mutamento tale da renderlo estraneo ai desideri degli umani ma non alle loro passioni. La tipica, e forse a lui necessaria, distanza dagli eventi e dai personaggi che Rossano Onano ha sempre mantenuto, qui diventa estraneità, straniamento: non c’è più spazio verso cui dirigersi, non c’è più tempo entro il quale muoversi, il qui è l’altrove il sempre è l’adesso. Non c’è più “alfa ed omega” ma solo “aleph”, l’idea del principio che contiene il principio della fine. Ed anche in questo l’ambiguità pone il suo segno.

Sempre più spesso, leggendo gli autori contemporanei, sento nella scrittura un senso apocalittico, inteso come precipitazione degli eventi ma non solo, anche come rivelazione estrema. “Non c’è verso di accostare la vista, del resto | si indovina che l’ora è tarda, ben poco | ci sarebbe, oltre lo schermo, da osservare.”, “ ... Non c’è maniera di opporre | turnazioni, o stendere liste d’attesa.”, “Ma la turba irrompe e dispone, segue | una strana pulsione di volo, non è dato sapere | se verticale o abissino, nessuno ha mai fatto | ritorno. ... ”.

Non credo che sia solo nella scelta dei vocaboli o nella costruzione delle frasi ciò che rimanda alle scritture delle rivelazioni, credo che sia soprattutto nel tono dell’esposizione, il quale, anche nella raccomandazione personale svolta fuori dal rango dell’ufficialità e dalla casta dell’officiante, mantiene il tono sostenuto della volontà che sa di essere dettata ed è conscia che sarà adempiuta (p. 36).

 
Recensione
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