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Questo poema-racconto di Giuseppe Manitta, diviso in sette canti, fa seguito alla sua silloge poetica Meteore di luce, che ha riscosso numerosi consensi critici. Sentieri d’assoluto rifugge dagli schemi classici e tradizionali basandosi sul connubio prosa-poesia e su alcune novità metriche e linguistiche. “La rimodulazione in chiave moderna della poesia” sembra essere l’intento dell’autore che cerca nuove dimensioni espressive che, attraverso il rinnovo della forma poetica, possano riappropriarsi dei mondo contemporaneo.

Questo poema-romanzo non si basa sul modello dantesco della Vita Nuova, così come spiega l’autore nella premessa, né sui modelli omerici e virgiliani. È bandito sia l’uso del verso libero che la scansione sillabica classica, ma il poeta si avvale di parole-chiave che stabiliscono il rapporto tra musicalità e contesto, utilizzando così un nuovo sistema metrico e musicale basato sul numero di parole-chiave.

In quest’ottica estetica il poeta conia nuove parole basandosi sulla teoria della pluridimensionalità della lingua e del concetto, promossa da Gavino Ledda: così la parola rinasce e riassume il suo significato etimologico con l’aggiunta d’infissi e suffissi. I risultati di questo rinnovamento della poesia sono più che evidenti in questo poemetto che contiene connotati simbolici e linguaggio metaforico ricco di aggettivazione: la sabbia è terra interrata dalla luna; le parole sono lingue di memoria; l’amore è una ridente fusione di corpi; i ricordi sono i pampini dei passato; il Papa è l’Anziano supremo.

Nel contesto del racconto lirico il protagonista ha deciso di fuggire dal paese per una gran voglia di evadere dallo status quo e recarsi in treno in città. È il canto del Figliuol prodigo che si allontana da casa e poi vi ritorna dopo le delusioni della città e l’esperienza personale che lo fa diventare adulto. È la storia dell’uomo ingannato dalle false promesse della vita. È una fuga oltre l’essere terreno che non può non trovare l’oblio della notte. Il conflitto col padre non gli lascia altra scelta che fuggire di casa ed affrontare un viaggio di evasione verso l’incerto, l’ignota meta della città di Roma. Ciò si comprende, però, solo dono un’avanzata lettura, perché l’autore sa mantenere il lettore in aspettativa di qualcosa che possa accadere, ma in realtà non accade niente, eccetto l’incontro con una vecchietta ed un paio di barboni.

In questo sogno metaforico di evasione e di libertà l’uomo si identifica con la quercia odorante di lava. Il cane Sam potrebbe ricordarci l’Argo omerico che accoglie il ritorno di Ulisse con tanta gioia da morirne. I ricordi dell’infanzia trasportano il protagonista in un mondo onirico, cioè fuori dal mondo reale per riflettere seriamente sul proprio destino, sulla vita e sulla morte. Dopo i sogni illusori nutriti durante il viaggio, la città appare desolata, come un labirinto e una prigione. Finisce l’illusione dinanzi allo spettro dei “dorati palazzi di ghiaccio”. L’uomo-chiodo (o l’uo- no-rana) diventa adulto e si rende conto che “la famiglia trova il senso in se stessa” senza necessità di evasione. Egli diventa cosciente della sua realtà e del mondo che lo circonda: l’umana specie degrada in proporzione diretta al progredire della civiltà tecnologica.

In tale degrado somatico e psicologico rientra anche l’esistenza dell’uomo singolo, cioè il poeta, che non può non essere il prodotto della civiltà in cui vive, benché la critichi e la respinga rifiutandola. Lasciata la vecchietta ed il barbone piccolo di statura (“figlio della notte”) e dopo aver visitato la Basilica di San Pietro, il poeta fa ritorno al paese in un paesaggio luminoso, in cui il pianto della madre si trasforma in sorriso, la gioia di Sam gli fa leccare il viso del padrone. E come un novello Ulisse, ormai adulto, decide di lasciare nuovamente la sua terra alla quale rivolge l’ultimo addio: “Addio terra, che hai allattato | il figlio dei boschi ogni sera | sulla strada bianca mai sepolta”. Da un lato pensiamo a Conversazione in Sicilia, di Elio Vittorini ed i suoi ardenti furori, dall’altro la lunga serie di “addii” ci sembra una reminiscenza manzoniana che nulla toglie e nulla aggiunge alla poesia di Giuseppe Manitta, ricca di connotati metaforici.

Ad una prima lettura di questo poemetto, sembra che il lettore possa cadere in uno stato di depressione morale, privo di entusiasmo, perché non scorge in questa poetica un vero ideale della vita, uno scopo plausibile, una meta da raggiungere per continuare a vivere e lavorare, a soffrire e sognare. Sembra che siamo giunti alla morte dei sogni e delle illusioni leopardiane. Il lettore non riesce a scorgere i mandorli in fiore della bella Trinacria sul sentiero luminoso della speranza che conduce alla presenza di Dio. Sembra che siano qui assenti quei sentieri trascendentali ed euristici, escatologici e spirituali della metafisica e della teologia che pur impongono il titolo a questo poemetto, Sentieri d’assoluto.

In realtà, Giuseppe Manitta usa una maniera originale di fare poesia, sfociando nella ribellione, nella condanna e nell’apocalisse profetica di una società corrotta e corruttrice, ricca di incentivi ingannevoli e illusori. Mentre Leopardi si rivolgeva alla natura matrigna, Manitta si rivolge all’incivile civiltà dei nostri giorni. Costui, a modo suo, richiama il lettore sulla giusta via dalla libertà e della fede, riproponendo il ruolo della famiglia come cardine essenziale della società. È in questa esegesi storica e sociologica che bisogna interpretare la poesia di Giuseppe Manita, il cui ruolo consiste nella sua funzione didattica e sublimatrice, poiché essa non si può rinnovare nella sua struttura metrica e linguistica senza incidere su nuovi contenuti concettuali. E questa era anche la base dell’estetica di Giovanni Gentile, suo corregionale... benché Manitta sia nato a Seriate (Bergamo) da genitori siciliani. Ragion per cui, è giustificata e giustificabile la condanna dell’incivile civiltà che fa scempio dell’ambiente ecologico e distrugge i valori autentici della stirpe umana. La poesia può e dev’essere maestra della vita.

Recensione
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