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Chi per sesso e chi per amore

Molly

Io lavoro al bar di un albergo a ore, porto su il caffè a chi fa l’amore… Me ne vado ciabattando su per le scale, busso alla porta, aspetto che mi vengano ad aprire, poso il vassoio sul comò e mi porto via la mancia, voi non ci crederete, ma c’è ancora qualcuno che si vergogna, quando arrivo, e si prende pure il disturbo di coprirsi prima di aprire, come se io mi potessi scandalizzare, alla mia età.

Ma Molly, lei no, lei mi veniva a aprire nuda come mamma l’aveva fatta, senza un fremito di imbarazzo, e il suo uomo se ne rimaneva a letto, col lenzuolo appena buttato di traverso sopra i fianchi, lei si muoveva nuda con una consapevolezza di sé da fare invidia, come se sapesse l’effetto che faceva il suo corpo bianco latte, con quei capelli lunghi che le ballavano sulla schiena dondolando al ritmo del suo passo.

Lui se ne stava lì languido languido e non le staccava mai gli occhi da dosso, quei due si volevano bene davvero, non era solo passione, io che sono tanto vecchia queste cose le so, si sentono, dopo una vita vissuta qua dentro a vedere passare coppie e coppiette clandestine, si impara a distinguere gli innamorati da tutti gli altri.

Tutti i Martedì e i Venerdì erano qui, ed io gli davo sempre la stessa camera, mi piaceva immaginarli in quella stanza piena di sole, ero contenta di saperli a letto, senza le lenzuola, con la luce che entrava a raggi obliqui dalla finestra, la maggior parte della gente che viene qui non se ne fa niente di una finestra, dopo un paio d’ore sono già fuori, ma loro no, loro se la godevano quella stanza, tutto il pomeriggio stavano chiusi là dentro, a fare quello che dovevano, senza mai fermarsi, tanto che presto presi l’abitudine di portargli pure qualcosa da mangiare assieme al caffè, in qualche modo dovevano pur nutrirsi quei ragazzi, e a fare sesso, le energie si sprecano. Io lo so bene, sono stata anche io in camere come queste, tutta la vita, fino a che ho trovato qualcuno che mi ha dato di che mantenermi, e ho messo su un’attività tutta mia. Almeno faccio qualcosa che conosco bene. E rende anche.

Certo ai miei tempi era diverso, si andava nelle camere a ore solo per soldi, se eri appena appena una ragazza carina era l’unico modo allora per mettere da parte qualcosa, ed io non ci ho mai trovato niente da ridire, in fondo era un reciproco scambio, gli uomini avevano quel che volevano, e tu gli davi il giusto in cambio di un equo compenso: uno scambio regolare. A me è andata bene, non mi sono mai innamorata io, qualcuna ci è cascata, e allora sono stati dolori per lei, mai innamorarsi, mai.

Ma questo a Molly non glielo potevo dire, perché quando arrivò qui la prima volta, io lo vidi subito che era cotta, innamorata persa, ormai, più niente da fare. Non vedeva che lui. Sapevo che sarebbe finita male, prima ancora di vederli scomparire su per le scale la prima volta, mia cara, mi sono detta, questi due si stanno ficcando in un guaio. Vedete le coppie qui sono tutte disarmoniche, ai miei tempi si faceva per soldi, ora si fa per carriera, per opportunismo, per ripagare dei favori, per ottenere promozioni, ma la solfa non cambia, che siano segretarie e dirigenti di azienda, impiegate e banchieri, ragazzette e impresari, non cambia mai niente, tutte belle ragazze più o meno giovani, e tutti uomini attempati, sposati, e navigati. Insomma la storia è sempre la stessa, mi pare, loro ti danno qualcosa, tu gli dai in cambio il giusto, che siano soldi sonanti o potere e favori non cambia mai niente.

Loro due no, Molly e il suo uomo erano giovani belli e solari tutti e due, non c’erano scompensi tra loro, entrambi innamorati cotti, venivano qui per amarsi, per godersi quel tempo che strappavano a chissà cosa, non ho mai saputo la loro storia, non ho mai chiesto, è quello che faccio sempre, con tutti, io non voglio mai sapere: niente!

È una regola, saggia come la vita.

Una che fa questo mestiere non può prendersi a cuore i guai degli altri.

Io affitto camere, loro pagano, tutto funziona finché fila liscio, poi si sa problemi ce ne sono sempre, abbiamo avuto scenate, liti, mogli che sono piombate qui all’improvviso, ragazze che sono scappate via mezze nude, uomini d’affari che se la sono svignata prima che la loro compagna uscisse da sotto la doccia. Ne abbiamo passate di tutti i colori, ma quando ho visto quei due, sapevo che sarebbe successo qualcosa di diverso, di grave, me lo sentivo nelle vene, ancora me lo ricordo come fosse adesso, la prima volta che li vidi salire per le scale e poi scomparire in cima al corridoio, mi si rizzarono tutti i peli all’improvviso. E da allora mi disposi ad aspettare. Sapevo che sarebbe stato un guaio, ma che dovevo fare? Fino a che pagavano non potevo cacciarli via.

E poi piano piano quei ragazzi mi entrarono nel cuore, gli volevo un bene da morire, intendiamoci non gliel’ho mai fatto vedere, ma quando gli portavo su il ciambellone e il latte caldo assieme al caffè, li sentivo ridacchiare dietro alla porta, mentre me ne andavo, oh l’extra l’hanno sempre pagato, è chiaro, ma io mica ho mai portato a nessuno da mangiare in camera, questo non è un albergo con ristorante, e nemmeno una pensione.

Durarono quasi sei mesi, tutte le settimane, regolari come un orologio, volavano via per le scale,e non li vedevi più, ma li sentivi , ah se li sentivi, beata gioventù, loro sì che se la godevano la vita.

Chissà cosa li separava, cos’era che li costringeva a una relazione clandestina relegati dentro una squallida stanza di un albergo a ore, non l’ho mai saputo, nemmeno alla fine, quando tutto terminò nell’unico modo in cui poteva succedere.

 

Finì che Molly un bel giorno arrivò sola, e si chiuse in camera, ma lui non giunse mai. Andai su naturalmente, portai il caffè e la trovai nuda, come sempre, con le guance rigate dalle lacrime, e in mano un barattoletto di medicinali, pillole colorate, sonniferi, o quel che erano, io glieli presi senza una parola, e li rovesciai nel water, tirai lo sciacquone, posai il vassoio del caffè sul comodino, misi lo zucchero, girai, le diedi la tazza e me ne andai, scordandomi anche della mancia, anzi nemmeno me lo pagò il caffè quella volta. Non ne ebbe il tempo.

Mi chiesi sempre cosa sarebbe successo se non avessi preso quella dannata abitudine di dargli sempre la camera con la finestra, mai domandarsi i come e i perché e soprattutto i se, non serve mai a niente nella vita. So soltanto che non mi meravigliai troppo quando, senza nemmeno avere il tempo di arrivare alla fine della rampa di scale, la sentii cadere dalla finestra e schiantarsi al suolo nel mezzo del cortile, nuda come era, con tutti i capelli sparsi a raggiera attorno al capo.

Non aveva nemmeno bevuto il suo caffè.

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