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Da un amico carissimo di Rocco Scotellaro
Il seme buono non può dare che buoni frutti

Gli anniversarî di determinati eventi svolgono, in genere, una duplice funzione; tanto più quando si tratta del ricordo di una prematura scomparsa. È questo, senza dubbio, il caso delle celebrazioni avutesi, in varie zone d’Italia ed in diverse sedi, per ricordare la morte di Rocco Scotellaro. Il poeta della civiltà contadina, il Sindaco di un paese di Basilicata (Tricarico), il ricercatore attento e motivato; ma, soprattutto, un intellettuale a tutto tondo. Una perdita ancora incolmabile, a cinquant’anni di distanza.

La prima funzione è quella del ricordo, attraverso un’attenta riconsiderazione della sua vita e delle sue opere, del ruolo che lui ha svolto prima che la morte lo strappasse a noi, alla giovane età di 30 anni. Funzione tanto più meritoria se assolta in termini scrupolosamente rigorosi e senza cedere a falsi ed inutili cedimenti elogiativi. Se non altro perché Rocco non ne avrebbe proprio bisogno.

L’altra funzione, non meno importante, è quella di tenere aperto un dibattito grazie anche alla partecipazione di nuovi studiosi che non ebbero la fortuna di poterlo incontrare e conoscere in vita. Perché ciò è la prova più lampante della validità dei suoi scritti: delle poesie di È fatto giorno come della prosa autobiografia de L’uva puttanella, dei saggi Uno si distrae al bivio e Giovani soli o, infine, della sua ricerca incompiuta su I contadini del Sud. Per la prima e l’ultima di queste opere non a caso, nel 1954, gli fu conferito postumo il Premio Viareggio.

A me, che ho avuto il piacere ed il privilegio di condividere con lui molte delle sue esperienze, dà un notevole sollievo e conforto il vedere che altri, del tutto insospettabili, hanno avuto l’occasione di assolvere encomiabilmente entrambe queste funzioni. E questo è proprio il caso dell’ Antologia* curata da Francesco De Napoli che, mirabilmente, spazia dai saggi alle poesie alla biografia, corredando il tutto con un’interessante documentazione iconografica.

È bello constatare come Rocco sia stato correttamente ed efficacemente inteso anche da chi non aveva potuto condividere con lui certe esperienze. È la limpida dimostrazione che la vera arte, la corretta ricerca, un certo modo di vivere sono eterni e vincono anche la morte.

“Vita mutatur, non tollitur”: come è detto nel prefazio della messa per i defunti, che tocca anche i non credenti.

Recensione
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