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Il filo conduttore delle venti poesie di Maurizio Zanon è l’angoscia; o meglio la sensazione opprimente di vuoto che l’autore cerca di metaforizzare con la corsa di un treno.

Si leggono i primi versi “Viaggio stanco e annoiato...” e si è subito investiti da un’onda tumultuosa che si infrange fragorosamente sulle parole. Il senso del vuoto avvolge, ghermisce questi brevi componimenti, riecheggiando a tratti la negative capability di John Keats e in sfumature più intense la mater noia di Schopenhauer. Zanon sembra compiaciuto nel puntare il dito su chi si illude (Leopardi docet) di godere del fatuo quotidiano. Eppure, “Non è rassegnazione, è solo un travagliato malessere...” come afferma nella poesia Breviloquio. Uno stato della mente, dunque, più che dell’anima, uno strenue ma al contempo apatico ribellarsi all’immobilità della vita, condannata al dolore e imbevuta di inutilità “...sono come chiuso dentro un recinto...”.

La creazione poetica di Zanon rifugge dagli orpelli, dagli scenari idilliaci e predilige un’atmosfera tangibile, che si può addirittura toccare, attraverso la durezza delle parole e all’oggettività che, avvicinando il lettore, ugualmente lo allontana verso una dimensione irreale.

Recensione
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