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Ho incontrato Biagia Marniti per la prima volta nella sua casa di Via Cola di Rienzo a Roma il 25 agosto 2003. Era uno dei giorni più caldi di un’estate rovente e l’appartamento accogliente mi offriva un refrigerio più che gradito. Biagia Marniti si è dimostrata gentile e disponibile, anche se ci siamo incontrate in un momento molto triste per lei: Antonietta, la sorella più giovane a cui la poetessa era particolarmente affezionata e che lei stessa aveva ribattezzato Edda, era scomparsa da poco. Biagia Marniti vive nella stessa zona di Roma dal 1938, quando con la famiglia lasciò Bari (dove si erano traferiti da Ruvo, in Puglia), per venire a frequentare la Facoltà di Lettere dell’Università La Sapienza. A Roma era già stata una volta, da bambina, e ne era rimasta affascinata, così il trasferimento non le causò traumi. Anzi, nonostante la poetessa ricordi degli anni giovanili soprattutto un “grande isolamento interrotto solo dalle lezioni universitarie”, la città rappresentò subito per lei un luogo positivo di apertura e di incontri culturali ed umani. È certo significativo che tra le prime due poesie pubblicate, “Campana” e “Fontana”1, ce ne sia già una dedicata proprio ad un angolo di Roma, alla fontana di Piazza dei Quiriti, non lontana dall’appartamento dei Masulli2. Insomma quegli anni passati soltanto con qualche amica e concentrandosi soprattutto sugli studi non turbavano più di tanto la natura essenzialmente timida della giovane Marniti. Eppure, dopo più di sessant’anni nella capitale, con intermezzi sardi e toscani, il ricordo e il sentimento per la Puglia natia, per Ruvo, sono sempre vivissimi e i particolari, con cui la Marniti racconta i suoi anni a Ruvo, prima e a Bari dopo sono impressionanti. Del resto, come la poetessa ha spiegato più volte, lo pseudonimo scelto (Marniti al posto del cognome vero, Masulli) intende proprio sottolineare questa appartenenza all’arida terra del Sud. Non solo, ma la poesia “Meridione”, scritta di getto a Roma nel 1942, resta ancora oggi uno dei suoi componimenti preferiti. Nella sua introduzione a Implacabili Indovinelli 1941-2003, l’ultimo libro che raccoglie tutta l’opera della Marniti, Luigi Scorrano spiega che “In Meridione vi sono non solo le premesse di un discorso sul senso della propria appartenenza, ma, in nuce, gli sviluppi e le articolazioni che il tema, con maggiore o minore evidenza, avrà nelle raccolte poetiche seguenti.”3 E l’appartenenza non si riferisce solo alla Puglia, ma è l’appartenenza alla vita, alle sorti dell’umanità, alle vicende della gente che popola tanto la terra natia quanto la città adottiva. E le due aree geografiche, così diverse, sono legate dalla presenza in entrambe, del paesaggio, degli alberi. C’è infatti già in “Meridione” un senso della natura che non scade mai nell’idillico e che si ripresenta intrecciandosi in molte poesie seguenti, di ambientazione cittadina, sia come elemento consolatorio di una vita diventata sempre meno ingenua, sia come eco di un’esperienza ormai lontana. Così ai mandorli di “Meridione” fanno riscontro gli alberi di Parigi:
Il “mare ondoso a riva”6 che la piccola Biagia amava tanto (“questo mare io l’ho sentito. Mio padre già da bambina portava me e mia sorella Corsignana al mare”) continua a vivere nel ricordo:
Marniti vive la città in modo positivo, senza la paura e il trauma, senza la claustrofobia dell’alienazione, tipica di altri poeti “di città”. Lei stessa spiega che la città è gente, la città è incontro, che ama la città, che ancora oggi, nonostante gli impedimenti dell’età e l’amarezza di non poter più partecipare attivamente alla vita che la circonda, la finestra dello studio che si apre verso Via Cola di Rienzo è un contatto con il mondo, il rumore del traffico un collegamento con la vita. Ciononostante si percepisce un’evoluzione che rivela un atteggiamento meno positivo, e che si accentua a partire da Giorni del mondo: La poetessa stessa conferma che “nelle prime poesie c’è l’entusiasmo della gioventù, nelle poesie di Giorni del mondo è intervenuta l’esperienza, la maturità, un atteggiamento meno ottimista.”8 Gli esordi poetici sono noti: Andrea Guastella nel suo volume Il respiro della vita. Invito alla lettura di Biagia Marniti9 ha già ripercorso con chiarezza gli inizi della carriera della Marniti, l’interessamento del pubblicista Roberto Bartolozzi, le prime poesie pubblicate su “Quadrivio” nel 1942, poi l’incontro con Ungaretti e i consigli disinteressati del poeta. Bartolozzi rappresentò il primo contatto con il mondo culturale di Roma, il trampolino di lancio, ma anche un’apertura sul mondo letterario contemporaneo fino allora sconosciuto: “A me ignara di Ungaretti e della vita culturale – nei programmi liceali degli anni Trenta la poesia contemporanea italiana toccava sì e no D’Annunzio – Bartolozzi regalò Beltempo - Almanacco delle lettere e delle arti, appena uscito a cura di Libero De Libero, nelle edizioni della Cometa e aggiunse, ridendo fra il malizioso e il perplesso «Lei è caduta nel pozzo nero della letteratura!»”10 Ma quel pozzo si addiceva bene ad una poetessa definita poi dallo stesso Ungaretti una ragazza anche lei ‘nera’, cupa, chiusa ma anche caparbia. Biagia Marniti è una donna indipendente e intraprendente, legata alla famiglia a cui riconosce i sacrifici fatti per farla studiare, ma capace di trovare presto una propria strada, di lasciare Roma per prendere un posto da bibliotecaria a Sassari prima e poi a Pisa, di partecipare ad un viaggio della jeunesse a Praga nel 1947 e di prolungare il soggiorno facendo quasi la manovale in quella città distrutta dalla guerra. E anche nella poesia si distingue subito un’individualità non canonizzabile in orientamenti o ‘scuole’, ma tendente invece ad un dialogo continuo, anche se difficile, con gli altri e con la città che le vive intorno. C’è nella poesia della Marniti uno slancio, un tentativo di oltrepassare la propria soggettività, una sensazione positiva e coraggiosa fondata sulla solidarietà ma anche sulla consapevolezza dolorosa del progressivo, rapido appiattimento della vita sociale nella disgregazione di un sentimento religioso per così dire laico. Il linguaggio è selettivo, ma non aristocraticamente ricercato, si articola in un discorso che trascende gli apparenti monologhi per tentare un dialogo con gli altri e per raggiungere un difficile collegamento con il contingente. Questa riaffermazione del carattere dialogico dell’opera d’arte è il filo conduttore di tutta la poesia della Marniti, da Nero amore rosso amore all’Azzurra distanza, ora raccolta, con l’aggiunta di molti inediti, in Implacabili indovinelli. Gli implacabili indovinelli non sono altro che la vita, con tutte le sue tensioni quotidiane – il dolore, l’amarezza, la solitudine, ma anche l’amore, la gioia, la preghiera – di cui la poesia si fa interprete e che, con la poesia, è forse possibile esorcizzare. La fede nella poesia è infatti sempre presente ed è significativo che l’ultima raccolta si chiuda proprio con una vera e propria dichiarazione di amore per la poesia stessa:
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