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È indubbio il talento letterario e stilistico dell’autrice, già insignita del premio per la Cultura nel 1999, nota ad una vasta fetta di pubblico per la sua intensa attività nel mondo teatrale, televisivo e radiofonico.

Colpisce la delicatezza della narrazione, la descrizione in undici brevi racconti di Rosa, una bambina pura ed innocente, scossa dalle vicende della guerra che è arrivata fin lì, in Friuli, in quel mondo incantato ed assopito che è l’orto di casa, luogo di pace e di rifugio interiore.

Leda Palma sceglie magistralmente le parole, creando un’atmosfera suggestiva e magica come in una favola, dove “Rosa rincorreva le sue fantasie”, dove gli oppressori vengono per un attimo visti come “cappuccetti rossi” e “la stanza bianca e squallida” sembrava più adatta a “Cenerentola che a Biancaneve”. La scelta dei termini non è mai casuale come è evidenziato dal gioco di parole dei titoli di ogni novella, dove il nome della protagonista, Rosa, viene sapientemente sposato con un altro vocabolo, in modo da suscitarne un significato peculiare e talvolta ambiguo, come nel caso di “Rosa Canina”.

Alcune tematiche ricorrono in tutta l’opera. La natura, simboleggiata dal bosco, dal giardino, dal mare, simbolo di illusoria evasione, dall’empatia e solidarietà delle creature animali, associata al tema bellico, all’invasione dei tedeschi e alla partenza per la Russia del fidato compagno di giochi, e all’aspra critica nei confronti del mondo religioso colorano le pagine di questa breve raccolta, con tinte leggere, fino all’epilogo in “Rosa di fiume” dove ad un avvenimento che segna la fine dell’età puerile del personaggio principale ed il passaggio alla conseguente fertilità fisica, corrisponde specularmente uno stato di maturazione psichica, come diretto risultato di una esistenza tribolata, in cui il fatto stesso di vivere viene concepito come una vera e propria “battaglia”.

Recensione
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