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Se rispettiamo il significato originario di antologia (in greco anthologìa, scelta di fiori) è certo che questa raccolta selezionata non viene meno al suo etimo. E va aggiunto che la I parte del volume, Poeti emigrati ed emigranti poeti negli Stati Uniti di L. Fontanella, fornisce un esauriente quadro storico della poesia di lingua italiana in quel paese.

Il più anziano dei quattro autori inclusi è Alfredo de Palchi (Verona, 1926) “Decano dei poeti italiani viventi in America”, ma il suo stile è tutt’altro che datato; la nitidezza del costrutto fa assurgere i suoi testi a opere acroniche, con tratti irruenti: “folgori di luce aspra sulla fronte, |    un taglio di sangue | non c’è prezzo per la tua violenza” (Mutazioni, 9).

Alla generazione successiva appartiene Paolo Valesio (Bologna, 1939) autore fra l’altro di un importante studio sull’allitterazione, che in una nota (p. 77) afferma, non a caso: “I dettagli formali in poesia non sono mai piccolezze”. C’è nella sua poetica una sensibilità di classica memoria, un’attenzione fonico-visiva al paesaggio: “della crosta sottile del ghiaccio sulla superficie del lago che si | fende lasciando sfuggire un gemito alto o profondo” (Il ricordatore).

Luigi Fontanella (San Severino – Sa, 1943) sembra il più vicino a un tipo di scrittura che rimanda a referenti dell’area statunitense, ispirandosi spesso a località definite, dove la nostalgia affiora (vedi Periferia), ma non ignora la condizione contingente: “Poi tutto di lui pian piano | in quel luogo | filamentoso | percorso | nel freddo | nell’odor di castagne e di fieno | nella bufera | del vento cieco, | ottuso | impietoso” (Nella bufera).

Il più giovane, Mario Moroni (Tarquinia, 1955), ricupera un linguaggio che si rivolge a oggetti e contenuti anche emotivi, rinunciando all’esasperato sperimentalismo che ha caratterizzato le avanguardie degli anni passati per una poesia riflessiva, percezione dell’io e del non visibile: “Perché adesso si è come chiusi, seduti alla fine di una frase, | insieme ad altri suoni, non uditi” (Diari, I).

Dal PO al POtomac, come dire un fonema che unisce, nel segno di una comune radice linguistica e creativa.

Recensione
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