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Grazie all’interessamento di alcuni studiosi – fra i quali Antonia Arslan che ha curato la ristampa del romanzo cui antepone il saggio ‘Sabina e le altre: la forza dei destini femminili in Giovanna Zangrandi’ – l’opera di questa scrittrice viene giustamente rivalutata.

Alma Bevilacqua nasce a Galliera, paese della bassa bolognese ma più vicino a Ferrara, nel 1910. Stabilitasi a Bologna si laurea in  chimica a ventitré anni. Scomparsi i genitori si trasferisce a Cortina d’Ampezzo. Qui preannuncia la cesura tra le origini emiliane e la nuova patria, il Cadore: scelta ipotizzabile fra la grassa pianura, ricca di fermenti ma anche corruttibile, e la purezza delle montagne, di un mondo vicino ad antichi valori, a una vita semplice, spesso dura e perfino misera. Partecipa alla Resistenza (1943) con il nome di Anna, quindi passa a Borca e assume lo pseudonimo di Giovanna Zangrandi diventando ‘cadorina al cento per cento’, ma, per sua volontà, alla morte avvenuta nel 1988 verrà sepolta nel paese natio.

Dopo le iniziali prove letterarie (articoli e racconti), nel 1951 esce il romanzo Leggende delle Dolomiti; ne seguiranno altri, tra cui I Brusaz (1954) che, edito dalla Mondadori, avrà quattro edizioni (la presente ristampa si riferisce alla prima), e Orsola nelle stagioni (1957). L’ultimo (Il diario di Chiara), a carattere storico, uscirà nel 1972. Con i Racconti partigiani e no (1981) si chiude in pratica la sua produzione.

Perché la scelta dell’ambiente cadorino che sembra isolato in una dimensione atemporale e a tratti percorso dall’oscuro sentimento del peccato? Forse per l’indole stessa della scrittrice, rigorosa ‘senza però precludersi mai la pietà’ (Arslan, p. 19). Quel mondo non esiste più o quasi, se non nella memoria di alcuni. Il romanzo infatti parte dal mese di giugno di un anno imprecisato del primo novecento, attraversa la Grande Guerra e arriva agli anni del fascismo (1928, cap. XV). La vicenda è incentrata sulla figura di Sabina, tanto che i personaggi maschili, pur centrati, risultano meno rilevati: Donato Brusaz, il tenente Muzziero e il cantoniere Tommaso Da Port che morirà di tetano per un taglio procuratosi alla mano con un lamierone (p. 190).

Se un’opera si giudica anche dal lessico è per individuarne l’uso che concorre allo stile. Sulla scrittura della Zangrandi, vista con gli occhi attuali, si stende il sottile velo del tempo, rimanendo comunque pienamente leggibile e personale di fronte alla letteratura odierna in gran parte omologata. La stessa costruzione sintattica si dipana tenendo presente la parte descrittiva, non di rado poetica nei paesaggi, e il parlato. Taluni vocaboli sono oggidì pressoché scomparsi o rari: soga, boschita (p. 48), smergolare, corletto, tanto per fare alcuni esempi. Un latinismo (mingere) nel discorso diretto, e diverse parole o modi di dire tipicamente locali. Eppure l’insieme conferisce alla sua scrittura una compattezza stilistica priva di cedimenti, per cui è lecito parlare di ‘sintassi orale lirico-epica’ (Arslan, p. 26).

Il romanzo trova i suoi punti di forza nella capacità evocativa di persone, eventi e luoghi di una geografia ‘mitica’ (se si eccettua Hoden), tanto da annullare il divario temporale che li separa da noi. Si veda l’episodio del cap. III, da p. 43: Sabina, nell’affilare la falce con la cote, si produce un taglio e vede ‘il sangue sprizzare dalla mano’. Donato per fasciarla adopera ‘la manica della camicia di lei’ scoprendone ‘il braccio rotondo e bianco’; poi Sabina cade svenuta. C’è, in tutta la scena, lo svolgersi dei pensieri della donna per l’altro o viceversa, e un erotismo vicino alla natura di straordinaria presa narrativa. La dimensione cadorina si percepisce qui in pieno, proprio per la vicinanza a una remota concretezza dell’esistenza che si direbbe nata per l’appunto dal ‘mito’ (e il mito affiora nei racconti tramandati di nonna Nena).

L’unità stilistica di cui si diceva coglie la complessità di elementi, che a volte appaiono non collegabili, di linguaggio colto e parlato, conducendo a un epilogo dove il paesaggio è connaturato alla presenza umana. L’ultimo capitolo (XVIII) mantiene difatti tale continuità e segna peraltro uno dei punti più alti per l’impressionante realismo, vivificato dallo slancio lirico-descrittivo: ‘enormi cascate di fiori ghiacciati si alzano’ (p. 205); e con l’immagine della neve, simbolo di purezza (o di morte), il romanzo si chiude.

Da segnalare infine la notevole cura editoriale del libro.

Recensione
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