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Certamente breve fu la vita di Vincenzo Bellini (Catania, 1801-Puteaux, 1835) il quale però pur con un numero relativamente ristretto di melodrammi va considerato fra i quattro grandi operisti italiani dell’ottocento insieme a Rossini, Donizetti e Verdi; si potrebbe osservare che uno Schubert che visse solo trentun anni e gli è quasi contemporaneo fu ben più prolifico: circa mille composizioni in tutti i generi musicali; Bellini invece se si eccettuano le opere liriche scrisse brani perlopiù ‘marginali’. La sua fama si fonda sostanzialmente su tre opere definibili come ‘popolari’ ma da considerare autentici capolavori: era tra l’altro una scelta del musicista che non intendeva scrivere più di un’opera all’anno.

L’elemento più rilevante nella sua produzione è lo stile, raffinato per melodia e armonia, a volte di notevole modernità; un esempio nel I atto de ‘La straniera’; sarebbe poi sufficiente la sinfonia della Norma (opera che Donizetti stimava al massimo grado: vedi lettera al m° Rubetti del 31 dicembre 1831) a darci la misura teatrale e drammatica del suo autore. Bellini è nella sostanza un romantico, dotato anche d’un gusto sensuale del suono (F. Lippmann), e se a proposito della sua personalità si è parlato di un certo egotismo, era comunque ‘ricco di tutti gli incanti del genio’.

La pregevole biografia di Fiorella Lattanzi Darò, che riporta in copertina una squisita miniatura di L. Dupré (1832), contiene dovizia di informazioni e numerose note a piè di pagina, assai utili perché permettono di inquadrare la figura di Bellini nel contesto storico dell’epoca; rimarchevole la precisione documentaria, solo una piccola inesattezza a p. 191 riguardo la ‘famosa ouverture di Mendelssohn’ che non è ‘Le grotte di Fingal’ ma ‘La grotta di Fingal’ (The Fingal’s Cave) nell’isola di Staffa i cui ‘pilastri di pietra rammentano le canne di un grande organo’ (C. Klingermann).

Con limpida prosa e la vivezza di una narrazione culturalmente elevata viene presentata in trentasei capitoli la vicenda umana e creativa del compositore catanese. Un libro che nella vasta bibliografia belliniana va collocato ben al di sopra di una ‘vita’ tipo Fraccaroli, vicino semmai per la qualità dell’indagine storica al ‘Bellini’ del Pastura: benché uscito a quattro anni dal bicentenario della nascita, tuttavia ‘rappresenta ugualmente la risposta concreta di un sogno, nato nel cuore di una bambina’ (p. 5). L’amore per il personaggio e la sua musica affiora con evidenza nelle pagine dell’autrice, un amore senza il quale non è possibile scrivere una biografia così intensa e ‘vissuta’ come questa.

Recensione
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