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Rosa, ma quanto rosa?
il più letto, ma... non si dice

a cura di Luciano Nanni

«...la classica definizione di romanzo rosa come storia d'amore contrastato, vissuto sullo sfondo di una serie di scenari intercambiabili con un personaggio femminile sempre nel ruolo di protagonista, si realizza fin dall'inizio secondo due modelli ben diversificati fra loro. C'è il modello aggressivo dell'avventuroso protagonismo femminile, dove la donna affronta in prima persona gli eventi e prende decisioni autonome, spesso in concorrenza o in conflitto con il protagonista maschile, che si trova non a caso quasi esclusivamente in prodotti stranieri; e c'è il modello recessivo, senz'altro prevalente nei prodotti italiani, dove la donna è protagonista sì, ma in funzione subordinata, nell'ambito che le compete di sposa o di madre (o di futura sposa: e solo per questo le sarà lecito combattere da protagonista).» (Antonia Arslan)

Abbiamo voluto cominciare questo piccolo itinerario nel mondo della letteratura rosa con un breve spunto riflessivo della storica della letteratura Antonia Arslan ("Vivere in rosa per vivere in casa", in Intorno al Rosa, 1987, p. 18). Non perché fosse necessario, ma perché significativo. D'altro canto la letteratura rosa nel nostro paese è forse il genere letterario che, dagli inizi del secolo e fino ad una ventina d'anni fa, è stato più letto. Forse ha fatto più cultura il rosa che molti famosi scrittori e poeti.

Abbiamo scelto alcune autrici:

Annie Vivanti (1868-1942)
Clarice Tartufari (1868-1933)
Mura (Maria Volpi, 1892-1940)
Liala (Liana Cambiasi Negretti Odescalchi, 1897-1995)


Annie Vivanti
Marion
Dott. Riccardo Quintieri Editore, Milano, IV ed. s.d., pp. 228.

(Davis & Sanford, New York)

. . .
– Signorina, sono le dieci – disse Luisa, aprendo i vetri e sbatacchiando le imposte.
La stanza si riempì di luce.
Marion sbadigliò stendendo fuor delle coltri un braccio nudo, l'altra mano piegata dietro la nuca tra i capelli sciolti.
– Due lettere, signorina – disse la donna traendole dalla tasca di sotto al grembiale.
– Da chi? – chiese Marion, prendendole svogliatamente.
– Una con dei fiori, è dell'ufficiale di ieri. L'altra, è quello solito.

La fanciulla le aprì, e la serva appoggiò un gomito ai guanciali e lesse con lei.
– Niente, niente! Butti pur via... – consigliò la domestica, e la lasciò per andare a prepararle la colazione.
Marion stette un po' a guardare il soffitto; sbadigliò, e poi scese dal letto.
Diede un calcio col piedino nudo alle babbuccie ricamate che l'aspettavano, e scalza sul tappeto andò ad affacciarsi ai vetri. Il sole del mattino di giugno la coprì di raggi.
Vestendosi, canterellava: alta e gracile per i suoi quattordici anni, aveva il viso purissimo, e lo sguardo tranquillo di ragazzina che non fa domande, perchè non ha più nulla da imparare; ma il sorriso di bambina buona le fioriva sulla bocca piccola, non baciata ancora.
Luisa, quarant'anni, e a press'a poco onesta, la vegliava, la sorvegliava e l'accompagnava ogni giorno alle prove, stando di là, nel camerino, ad aggiustarle le vesti per la sera.

Quella mattina, quando Marion entrò nell'«Imperial-Orfeo» le vennero incontro Giulia e Adriana Leandri, le inseparabili duettiste, che senza essere sorelle portavano lo stesso nome e le vesti uguali.
– Hai visto quella nuova? È stupida come un'oca! – dissero insieme, traendo nella sala Marion, dove ritta e sola accanto al pianoforte stava la nuova arrivata, provando col maestro le sue canzoni.
Vestiva di nero, e aveva un'aria spaventata e smarrita. Ripassava una romanza del Norsa: «Tu me l'hai detto alfin...» accennandola appena colla voce che tremava.
Il maestro s'impazientiva, pestando i piedi sul pedale.
– Un po' più forte: non si capisce niente – gridava, tempestando coll'accompagnamento.
– Guarda, guarda! a momenti piange! – esclamò ridendo Ilaria di Santa Cruz, una piccola grassa, dagli occhi vellutati, che cantava le romanze patetiche colle gambe scoperte fino alle coscie.
Difatti la ragazza cessò a un tratto di cantare, e stette accanto al pianoforte con gli occhi bassi e le mani tremanti.
– Tocca a te, Chemise – disse Adriana a una donna bionda, superba e grande, tutta neve e sole come un mattino alpestre.
Quella, una «excentrique» di Nizza, s'alzò lenta e dignitosa, e s'avviò al pianoforte. Ciarlò un poco col maestro; poi, con un fil di voce rauca, battendo il tempo col piede, lanciò:

«Titine est née a Grenelle,
«Tant mieux pour elle!
«Et Guguss' nez aplati,
«Tant pis pour lui!
«Titine porte d'la flanelle,
«Tant mieux pour elle!
«Et Guguss' Porte Saint Denis,
«Tant pis pour lui!»

Il pubblico – il pubblico mattutino delle prove – una dozzina di giovinotti e qualche «uomo serio», urlò: Brava! E un cameriere, passandole accanto con due schopp sul vassoio, le diede il gomito nel fianco e un'occhiata di struggimento.
Sale type – fece ella; e riprese a cantare.
«J'ai une puce quelque part....»
La ragazza vestita di nero, la «nuova», piangeva silenziosamente, a testa bassa.
Marion raggiunse le altre artiste che, parlando forte e ridendo, sedevano intorno a un tavolino ingombro di bicchieri. In mezzo a loro l'equilibrista, assai festeggiato, faceva dei giuochi di prestigio colle bottiglie vuote e due pugnali di latta che s'era tolto dalla giubba.
Alcuni eleganti si avvicinarono colle mani in tasca e il cappello in testa.
– Ilaria, hai gli occhi cerchiati di nero come un annuncio di morte – disse l'avvocato Faraci, chinandosi dietro a lei e soffiandole nella nuca il fumo della sua sigaretta.
– Per l'irreparabile perdita della sua saggezza – rise Adriana.
Marion crollò le spalle con una piccola smorfia; e poichè Chemise ritornava, avendo finito di provare, la fanciulletta si levò e le lasciò il suo posto.
– Vado io, – disse; e andò al pianoforte.
– Furba quella! – osservò Ilaria a mezza voce.
Gli uomini tacevano, seguendo con gli occhi l'esile figuretta. Poi quand'ella principiò a cantare colla meravigliosa voce limpida, così soave e così priva di tenerezza, ripresero le conversazioni e le risa. Finito di cantare, Marion andò a sedere accanto alla nuova artista che, ascoltandola, aveva smesso di piangere.
– Buon giorno – disse.
E quella alzando gli occhi rossi rispose:
– Buon giorno.
– Come vi chiamate?
La «nuova» esitò un momento, poi mormorò:
– Sui programmi mi chiamo.... Alda Viviani.
– Ah! – fece Marion inarcando le sopracciglia. – Ed è un pezzo che cantate?
L'altra scosse il capo. – Questa è la prima volta.
Dopo un breve silenzio Marion domandò:
– Quanti anni avete?
– Diciannove. E voi?
– Quattordici – disse Marion, – ma sono vecchia.
Risero tutt'e due; tutt'e due con un po' di pietà negli occhi.
– Per quanto tempo avete la scrittura? – chiese la ragazzina.
– Non sono scritturata: canto per prova questi quattro giorni.
– E quanto vi dànno? – interrogò Marion.
– Mi dànno? Oh, niente! – disse l'altra.
– Pagate voi per provare?
– No: soltanto che dovrei pagare la multa – cento lire – se non cantassi questi quattro giorni. Ho firmato la carta che diceva così – rispose la giovinetta timidamente, guardando la bambina calma che le sedeva accanto.
Marion si appoggiò indietro allo schienale di velluto rosso e contemplò la signorina Alda Viviani.
– Non avete l'aria di una «chanteuse»; – osservò, guardandole il cappello senza fiori, la faccia senza belletto, le mani senza anelli.
La signorina fu incerta se questa dichiarazione fosse un complimento o un biasimo.
– Siete forse di buona famiglia?
– Sì, – fece la «nuova», sentendo di doversene scusare. E siccome Marion taceva, spiegò:
– Non mi sentivo felice in casa mia. Mi sembrava una grande prigione triste. Dalla morte di mia madre in poi, mi pareva che nessuno mi amasse... Il babbo sempre accigliato, i fratelli tutti grandi e fuori di casa.... Io ero sola, e leggevo, leggevo tutto il giorno.... – Indi soggiunse, con un certo trepido orgoglio: – Scrivo, anche....
Marion trovò superflua questa asserzione. – Anch'io leggo e scrivo, – disse, con aria di tranquillo compiacimento.
La giovinetta ebbe un lievissimo sorriso. – Ebbene, in uno di quei libri che leggevo.... un libro scritto da una certa Ellen Kay.... si parlava tanto del diritto che ha la donna alla vita, alla libertà, alla sua parte di sole. Volevo anch'io la libertà e il sole. Volevo anch'io conoscere la vita!... Allora sono fuggita di casa.
– Sola? – chiese Marion.
– Sola. Poi, quando non ho avuto più denari, ho pensato che avendo una bella voce... sì, sì! – notando l'espressione dubbiosa di Marion – quando non ho paura ho una bella voce; prendo anche il do sopracuto....
– Cos'è? – chiese la piccola cantante che non conosceva le note.
– Insomma – sospirò l'altra – ho pensato che qui avrei avuto un grande successo; che gli artisti mi avrebbero adorata, che i giornalisti mi avrebbero intervistata.... che la Gloria sarebbe venuta a misurarmi la testa per l'aureola.... – Rideva ora, ma colle labbra un poco tremanti. – E invece, – i suoi sguardi vagarono verso la tavolata degli artisti, dove Chemise, con un braccio intorno al collo dell'equilibrista, mugolava una canzone triviale tra le risate dei compagni – invece ho paura, e orrore, e tristezza....
– Dove state di casa? – domandò Marion.
– Sono scesa all'albergo Victoria.
– All'albergo!
– Sì. Sono arrivata stamattina e non sapevo dove andare.
– Fareste bene ad andarvi a riposare adesso – disse gravemente Marion. – Avete la faccia stanca, e se stasera dovete cantare!...
L'altra disse: – Sì. Grazie. – E se ne andò colla sua musica sotto il braccio.

Alla sera in camerino fu l'ultima ad arrivare; e aveva più che mai il viso spaurito. Sotto al mantello lungo aveva un bell'abito bianco, indossato prima di uscire; e le scarpette di raso, il pettine e la cipria li portava con sè, involti in un giornale.
Ilaria, che stava facendosi le sopracciglia colla faccia vicina allo specchio e il carboncino in mano, si volse a guardarla; e rise. Poi si rimise intenta a continuare l'arco nero e sottile rimasto a mezzo sopra l'occhio sinistro.
Marion, vestita di nero e oro, con una rosa rossa tra i capelli disciolti, stava tingendosi di vermiglio la bocca, e sporgeva le labbra ad uno specchietto che teneva in mano.
– Buona sera – disse la nuova arrivata; ma nessuno le rispose.
Si udiva il rumorìo della sala che si andava empiendo di gente, e non era separata dal camerino che per una tramezza di legno.
In questa fragile parete i giovinotti coi temperini avevano traforato dei buchi e vi accostavano gli occhi per spiare nell'interno le belle ragazze spettinate e svestite, che posavano e ridevano sapendosi guardate.

A traverso i fori passavano anche dei minuscoli biglietti amorosi; indirizzati ora alla «nobile signorina Ilaria di Santa Cruz», ora a «mademoiselle Chemise», sovente alle «impareggiabili duettiste Giulia e Adriana», che stavano nell'altro camerino addietro.
– Bisogna essere oneste – diceva Chemise dignitosamente, guardando un biglietto di visita stemmato, con un indirizzo, un'ora e un punto d'interrogazione sotto ai nomi delle due graziose cantanti. E invece di tenerselo, o stracciarlo come, tra colleghe, si userebbe fare, andava di là a portarlo alle due donne, che, ridenti e quasi nude, lo leggevano colle braccia intrecciate e le faccie vicine. E abbracciate così parevano due strani fiori viventi, due fiori velenosi in una leggenda di incanti e di malie.
Marion stette a guardare la nuova che calzava le scarpette di raso con mani tremanti. Erano sole nel camerino. Il pubblico rumoreggiava già.
– Signorina.... Alda... Viviani – pronunciò Marion in tono canzonatorio, – siete contenta d'essere qui?
Quella levò gli occhi miti e profondi sulla fanciulletta, e non rispose.
– Avete voglia di cantare?
– Oh no, no! non ne ho voglia! – E si mise a piangere.
– Ma guai a piangere! guai! Rovina la faccia e guasta la voce, – ammonì Marion, prendendola per la mano. – Andiamo, andiamo a guardare la gente.
E la trasse fuori sul palcoscenico, ove dal foro della tenda calata spiarono nella grande sala, tutta risplendente di lumi e di specchi.
La giovinetta tremava.
– Avete proprio paura? – chiese Marion col braccio intorno a lei.
– Sì, – disse quella, guardando tutta quella luce; – ho proprio paura.
– Allora tornate via, tornate via; andate a casa vostra, o dove volete – disse Marion. – Se davvero non vi piace, è meglio non restare. Andate via subito; andate adesso.
– Non posso – singhiozzò la ragazza; – ho firmato quella carta.... e non ho denari per pagare la penale.
Marion la guardò. Non era molto bella, e piangeva. Chi sa che faccia avrebbe avuto quando usciva a cantare! La bella bambina calma, che conosceva il pubblico, rabbrividì di pietà e disse:
– Sentite; sareste contenta davvero di andar via subito, senza cantare?
– Oh! – fece quella congiungendo le mani in un piccolo gesto beato.

Marion tornò in camerino; si guardò nello specchio, tolse il corpetto nero e d'oro e si gettò sulle esili spalle un grande scialle roseo, leggero, leggero, che pareva fatto di piume. S'incipriò, si profumò e uscì.
Passò rapida per i corridoi e su per la scala privata che conduceva all'appartamento del direttore. Bussò alla porta dell'ufficio. Le fu risposto ed essa entrò.
– Signor direttore, c'è quella nuova che non può cantare. Piange, ed è brutta da far paura.
– Va bene, potrà cominciare domani, – disse il direttore, un giovane un po' calvo, alzando gli occhi dal tavolino ingombro di carte. Poi, vedendola così bella e così poco vestita, sorrise.
– Domani sarà lo stesso e doman l'altro anche. Non le piace e ha paura. La lasci andar via!
– Ma vada, – disse lui.
– Dice che ha firmato una carta e che non ha cento lire. Le rende quella carta e la lascia andare?
– Ma sì, ma vada! E tu, quando mi dai il bacio che m'hai promesso?
– Promettere non impegna a nulla, – asserì Marion. – E poi, detesto i baci.
L'altro rise, girando la sedia dello scrittoio e traendo la fanciulla verso di sè. – Dunque....
– Me la dà quella carta?
– Me lo dai quel bacio?
– Uff! – fece lei, porgendo la guancia rosea e incipriata.
– No, non così! – disse lui colla voce leggermente commossa.
– La bocca è tinta, – disse Marion.
– Non importa.
Allora la fanciulla si chinò e gli sfiorò per un attimo la bocca colla sua bocca di bambina buona.
– E me la dà quella carta? – disse, pulendosi le labbra col rovescio della mano.
– Sì! sì! Eccola. Tieni. Va via!
E Marion se ne andò.
– Tieni, e va via, – ripeté essa, entrando nel camerino dove la nuova, ancora sola, sedeva sconsolata.
Quella prese la carta senza parlare. Ravvolse nel giornale il pettine, la cipria e gli stivalini; mise il mantello e il piccolo cappello nero; poi tese la mano a Marion.
– Aspetta, ti accompagno.... – disse quella; e uscirono insieme nel corridoio.
Giunte alla porticina degli artisti che s'apre sulla strada buia dietro al caffè, Alda si volse e prese la mano della bambina.
– Marion, – disse; – mi ricorderò sempre di te.
– Va bene, – disse Marion.
– Posso scriverti qualche volta?
Marion si strinse nelle spalle. – Non so mai da un giorno all'altro dove sarò.
– Allora.... chi sa! forse, un giorno, scriverò.... di te –, disse la giovinetta, guardandola intensamente come per portarsela via, negli occhi e nella memoria.
– Va bene, – disse ancora Marion; e aprì la porta.
La strada era tutta nera, ma il cielo splendeva di stelle grandi e lucenti.
– E adesso, non hai paura di andartene per le strade così nere e deserte?
– Paura? Oh no! – esclamò l'altra.
E sparì.

* * *

– Dov'è quell'oca? – chiese Ilaria.
– Andata via, – disse Marion, rientrando nel camerino, dove i lumi tremolavano gialli nell'aria densa.
– Sola? A quest'ora? Ma dov'è andata? – chiese Chemise.
– Sì, sola; e non so dove, – disse Marion.
– Ma fuori era più chiaro che qui.
. . .


Clarice Tartufari
Fungaia
Enrico Voghera Editore, Roma s.d., pp. XXIV-304.

 

I.
Dunque no? – chiese il cavaliere Pietro Ciacconi, accarezzandosi con la mano color avorio i grossi mustacchi bianchi, mentre la bocca dalle labbra aride aveva un fremito di cupidigia.
La signora si trasse alquanto in disparte per evitare una bicicletta che, sboccando da via Torino e scomparendo per via Firenze, attraversò come un lampo via Modena, completamente deserta in quell'assolato meriggio di ottobre.
Quando la bicicletta fu scomparsa, la signora rispose con sorriso pacato:
– No, no davvero!
– Ma perchè? – insistette il cavalier Ciacconi, fissando Cesira con pertinacia e particolarmente attratto dalla gola di lei, palpitante di un tacito riso tra i merletti neri della camicina rossa, come la gola di una bella tortora tubante.
– Perchè io sono una donna onesta – ella affermò con aria profondamente convinta.
Il cavaliere atteggiò il volto a una espressione di rispetto canzonatorio. Ne aveva conosciute tante di donne oneste, a chiacchiere, che per lui la virtù femminile possedeva la stessa forza di resistenza di quelle barriere mobili, pronte a girare sui cardini al primo urto poderoso. Ma non volle insistere di più. Guai a correre troppo in certe faccende; si perde terreno! Il saper attendere era sempre stata la sua tattica, anche quando non aveva sessanta anni! – Benissimo! Benissimo! – egli disse scherzoso. – L'onestà, dopo tutto, è una cosa rispettabile – e le stese la mano per salutarla.

Cesira diventò ad un tratto più carezzevole di una gattina. La bocca piccola e carnosa si dischiuse al sorriso, scoprendo le gengive umide, mentre gli occhi color di viola, limpidi e privi di pensiero come quelli di un bimbo, si fissarono supplici negli occhi di lui.
– Senta, cavaliere, bisogna che lei abbia pazienza per questo mese ancora. Le pagheremo la pigione alla fine di ottobre, unitamente a quelle di agosto e di settembre.
Pietro Ciacconi diventò grave. L'affare della pigione dei Martarelli cominciava a seccarlo.
Egli era metodico e ci teneva che gli inquilini degli stabili di sua proprietà fossero puntuali nel pagare il fitto. Una ricevuta non saldata ne tira dietro un'altra, poi un'altra, poi un'altra ancora, finchè si entra nel periodo degli acconti, dei sotterfugi, delle bugie, dei piagnistei, delle storie melanconiche da fare addormentare in piedi, delle ire mal celate e dell'odio che ogni cattivo pagatore tributa per obbligo di coscienza a ogni creditore compiacente.
Un vero ginepraio insomma, da cui non è più possibile uscire, appena che uno vi abbia messo il piede.
Cesira, con la testa rovesciata indietro, mostrava sempre al cavaliere i denti bianchi, saldamente incastonati nelle gengive umide.
– È un brutto metodo, cara mia, quello di lasciar accumulare le pigioni! Alla fine di ottobre mi dovrete centocinquanta lire! Dove le troverete?
La signora ebbe un gesto vago. Dove le avrebbero trovate ella non sapeva; ma, dal momento che abbisognavano, sarebbero saltate fuori da qualche parte! L'importante era di vivere in pace due settimane ancora! Quanto a trovare il danaro ovvero a ottenere una nuova dilazione ci si penserebbe a suo tempo.
– Mio marito ha qualche affare in vista, in ogni caso provvederemo in altra maniera. Lei sarà pagato puntualmente, stia tranquillo! – e le sue grandi pupille vellutate avevano, di tra le palpebre socchiuse, un tremolio dolcissimo, simile a due piccole stelle corruscanti attraverso il velario diafano dei mobili vapori notturni.
Il cavaliere, sconvolto dalla blandizia di quello sguardo, curvò la persona alta e pingue per mormorarle quasi all'orecchio:
– No? Sempre no?
Cesira, punto turbata, nè offesa da quel desiderio senile che l'avvolgeva tutta, come una tela di ragno dai mille fili incolori e viscidi, crollò negativamente il capo con atto d'indulgenza bonaria, e pose la sua mano, dalla palma fresca e liscia, nella palma scottante e rugosa del cavaliere.
– Dunque siamo intesi? – ella disse.
– Siamo intesi che loro mi pagheranno tutto alla fine di ottobre!
Cesira annuì con un cenno, ed entrò nel portone, di fronte a cui si era intrattenuta a chiacchierare per circa mezz'ora.
L'ascensione di quei cinque piani la preoccupava non poco, perchè si sentiva fiacca, con le gambe che le si piegavano e la persona rilassata da un senso di mollezza.
Le parole procaci del cavaliere, le sue occhiate voraci, il contatto della sua cute arida le avevano trasfuso un certo fastidio nelle vene. D'altronde le succedeva sempre così, quando il soffio di un desiderio da lei suscitato le aleggiava intorno. Comunque, si era levata di dosso una bella seccatura, avendo ottenuta la dilazione di due settimane per il pagamento del fitto. Ma ora si trattava di risolvere il problema del pane quotidiano.
Ella saliva con passo tardo i gradini, soffermandosi a ogni pianerottolo e sollevando il capo per misurare l'altezza da percorrere ancora.
– Purchè la baracca cammini – mormorò Cesira a mezza voce. Era questa la frase favorita di suo marito ed ella aveva preso l'abitudine di ripeterla.
– Purchè la baracca cammini!
E la baracca infatti camminava! Male, a sbalzi, a scossoni, ondeggiando come una barca sconquassata, andando innanzi molto adagio, retrocedendo per forza impulsiva, molto spesso cigolando, affondandosi, minacciando a ogni poco di precipitare; ma, in fin dei conti, camminava.

Il guaio si è che talvolta la baracca si ostinava ad incagliarsi, affondando tanto profondamente le ruote nel fango sassoso, che non si sapeva a quale santo raccomandarsi per giungere a rimetterla in carreggiata. E toccava sempre a lei la fatica del salvataggio, a lei che si sentiva nata per attraversare la vita comodamente in una soffice carrozza a molle, lasciandosi dondolare, senz'altra cura tranne quella di assorbire il benessere da tutti i pori! E invece nossignore, ella doveva ansare ed affannarsi, perchè suo marito guizzava via dagl'impicci col moto rapido di un'anguilla che guizzi via dalla mano.
La mattina, ad esempio, il marito le aveva detto:
– Eccoti una carta da cinque lire; è l'ultima.
– L'ultima? – aveva ella esclamato. – Ma siamo appena al quattordici del mese!
Alessandro aveva risposto con un altro dei suoi aforismi:
– Quando non ce n'è, non ce n'è – ed era uscito di casa tranquillamente.
Ecco perchè Cesira si recava adesso da sua madre a chiederle in prestito trenta lire.
Tra madre e figlia era uno scambio continuo e complicato di piccoli prestiti e di piccoli favori, tantochè era sempre dubbio quale delle due fosse debitrice o creditrice dell'altra.
Cesira, arrivata innanzi alla porta dell'appartamento che sua madre occupava, spinse il bottone del campanello elettrico con la mano un poco tremante. Poteva anche darsi che la madre non avesse le trenta lire da prestarle e allora il caso diventava graziosissimo!
Giuditta Tulli aprì ella stessa la porta ed accolse la figliuola col suo gioviale sorriso di allegra comare.
– Ah! sei tu? Entra! entra! – esclamò ritraendo dalla soglia l'alta persona formosa e avviandosi direttamente alla terrazza, dove Cesira la seguì.
. . .


Mura (Maria Volpi)
L'amore non ha freddo
Sonzogno, Milano 1940, pp. 256.

. . .
Lo svegliò, la mattina dopo, un raggio di sole che gli scaldava una guancia. Spalancò gli occhi di colpo, meravigliato di non trovarsi nella sua camera milanese.
– Ho dormito senza chiudere le persiane, e la prima luce non mi ha svegliato! – disse a se stesso, ripensando alle meticolose precauzioni milanesi per proteggere il suo sonno mattutino.
Ma non ebbe il coraggio di tirar fuori un braccio per suonare. Immaginava che nella stanza, col camino spento, facesse un freddo siberiano, e preferì rimanere immobile nel caldo del suo largo letto ospitale. Si sentiva contento: la gioia di poter rimanere a letto senza che il telefono lo disturbasse, senza che il rumore della città lo facesse sobbalzare con gli scoppŒ improvvisi dei motori inquieti, gli comunicava un tale senso di benessere che non gli venne nemmeno in mente l'idea di far colazione.
Una voce fresca fresca gli giunse improvvisa a turbare tanta serena giocondità.
– Teresa! Teresa! Chi ha colto le mie viole?
Nessuna risposta. Teresa, evidentemente, era andata a far la spesa, e Antonio stava forse discutendo in paese col meccanico per la pulitura e la riassettatura dell'automobile.
– Teresa! Antonio! Cosa succede che non c'è nessuno!... – Poi la voce parve avvicinarsi: – Teresaaaaa...

Balzò dal letto senza più alcun timore del freddo, si avvolse nella vestaglia e guardò nel giardino. Siccome non vide nessuno, spalancò i vetri e si affacciò, scuro in volto come se avesse dovuto affrontare un ladro. E un ladro pericoloso, almeno per la sua pace e per la sua solitudine, gli parve la bambina che vide in grembiulone rosa con un ampio scialle di lana sulle spalle, tutta meravigliata di trovare chiusa una porta che aveva sempre veduta aperta.
La guardò attentamente senza poterne scorgere il viso: ella seguiva ora, con gesti di stupore, le rotaie profonde solcate nel ghiaino dell'automobile.
– Ma allora è arrivato qualcuno! – esclamò forte, ed alzò istintivamente il volto verso la finestra della camera di Maurizio.
Lo vide intento a fissarla, con le braccia incrociate sul davanzale e lo sguardo torvo dell'uomo seccatissimo. Allora gli sorrise, inchinandosi gentilmente, per nulla impressionata da quella severità.
– Buon giorno, signor Maurizio Guicciardi! È venuto a farci una visita? Sono molto contenta di conoscerla...
Maurizio, sempre più scuro in volto, non rispose e non fece nemmeno un gesto di saluto.
L'altra proseguì, alzando le spalle, per dimostrare che poteva fare a meno del suo saluto, ed anche della sua cortesia.
– È lei che ha colto le mie violette?
– Dica piuttosto che lei, ieri, ha colto le mie!
Con le mani sui fianchi per sostenere lo scialle, la fanciulla alzò verso di lui un musetto furibondo.
– Cosa, cosa, cosa? Io ho colto le sue viole? Sue? E da quando, scusi?
– Da quando il giardino è mio.
– Il giardino è suo, evidentemente, ma le viole le ho piantate io, e di conseguenza sono mie, e mio è il diritto di coglierle quando voglio e quando mi piace.
– Credo che lei abbia un'idea molto vaga della proprietà individuale.
– Ho le mie idee in proposito.
– Se le tenga e mi lasci in pace. Da che parte è entrata se il cancello e la portineria sono chiusi.
La ragazza mostrò un grosso pezzo di ferro che aveva nascosto nella tasca del grembiule.
– Dalla porticina dell'orto, della quale ecco la chiave.
– Lei ha la chiave di casa mia?
– Pare.
– E per quale privilegio?
– Quello di aver cura d'una casa abbandonata e affidata a due poveri vecchi decrepiti, senza idee, senza gusto, senza originalità.
– Per fortuna!
– Mi chiederà scusa di questa impertinenza.
– Io? Credo che questa sia la prima ed ultima nostra conversazione, signorina: non sono venuto a Gavirate per litigare con una bambina maleducata.
– Vedremo.

Maurizio, furibondo, chiuse rumorosamente la finestra e si abbracciò alle spalle, intrecciando le braccia sul petto, per riscaldarsi: quella mattina di primo novembre nonostante il sole già alto nel cielo, era umida e fredda. Guardò l'orologio: erano le dieci.
– Quasi dodici ore di sonno ininterrotto – pensò. – Credo che dopo un mese di questa vita comincerò a ingrassare.
Non aveva più la sensazione del freddo, ora che la finestra era richiusa: si avvicinò al termosifone ma scostò subito la mano. Scottava.
– Che bravo Antonio! Deve essersi alzato alle quattro per ottenere questa temperatura il primo giorno di riscaldamento.
Ritornò alla finestra per guardare attraverso le tendine che cosa accadeva nel giardino, ma non scorse nulla. Gli giunse soltanto un sussurrìo indistinto, ma non osò aprire per non far rumore. Suonò il campanello, tirando il cordone con troppa energia.
Udì la fanciulla che diceva forte, mentre si allontanava correndo:
– Ha chiamato! Glielo avevo detto, Teresa, di far venire l'elettricista per i campanelli... Quel batacchio antidiluviano gli deve far annodare i nervi...
Fece appena in tempo a vederla scomparire dietro un folto di alberi: più in là, oltre l'orto, c'era la porticina che si apriva su un sentiero di montagna.
– Ha chiamato? – chiese Antonio di fuori.<D%0>
– Caffè e latte!
In cucina, Antonio e Teresa litigavano, sottovoce, rintuzzandosi a vicenda le accuse.
– La colpa è tua! Io te l'avevo detto subito: Quella signorina prende piede... quella signorina diventa troppo di casa... Quando arriverà il padrone non potremo più mandarla via...
– Dopo tutto è una signorina di città, e può stare a pari del padrone...
– Non capisci nulla. Il signor Maurizio, lo hai sentito, non vuol vedere donne.
– E noi diremo gentilmente alla signorina che abbia pazienza, ma che qui, ora, c'è un giovanotto solo, ed è meglio che non venga perchè non sta bene.
– Glielo dici tu?
– Glielo dirò io.
Teresa mise sul vassoio la tazza piena di latte bollente, riempì di caffè il bricchetto di porcellana, e consegnò tutto al marito.
– Vai! E poi, ora che ci ripenso... Forse sarebbe meglio che glielo dicessi tu! Tu sei un uomo e un uomo sa far valere le sue ragioni meglio di una povera vecchia come me.
– Ah, no, ah, no! Questa volta sbrìgatela come vuoi, io non c'entro! – urlò Antonio, e se ne andò col vassoio in bilico su una mano che tremava di furore.
Teresa aperse il forno della cucina economica, vi gettò due palate di carbone e brontolò, alzando le spalle:
– Va bene: glielo dirò io.

Quando Antonio entrò nella camera del padrone, Maurizio era chiuso nel gabinetto da bagno, e con la faccia insaponata si guardava attentamente nello specchio prima di radersi. Frattanto, nella vasca di marmo incassata tra il pavimento e la parete, l'acqua scrosciava, allargandosi a ventaglio nel fondo.
Egli pensava che se la villa di Gavirate non avesse avuto queste raffinate comodità cittadine, sarebbe rimasto a Milano. Ma la differenza del comfort diventava così minima, col beneficio della sua pace conquistata, che la decisione della fuga non comportava alcun sacrificio. Entrò nella vasca con beatitudine, già dimentico del piccolo incidente di dianzi: le donne, le aveva cancellate dalla sua vita.

Per tutta la mattina, la signorina non si fece vedere. Maurizio scese dalla sua camera ch'era già suonata l'ora di colazione e non accennò alla conversazione fatta di prima levata. Si mise a tavola senza dir nulla, immerso nel giornale che aveva spiegato dinanzi, e non approvò nè disapprovò quello che gli venne servito.
– Nervi! – sospirò Teresa.
– Ed è colpa tua! – ribatt‚ Antonio.
Subito dopo colazione venne il meccanico e Maurizio ebbe una mezz'ora di conversazione con lui: la macchina venne riportata fuori del garage, visitata minuziosamente dai due uomini, e il risultato fu che il meccanico espresse il desiderio di averla in officina dove avrebbe potuto lavorare meglio. I freni non funzionavano alla perfezione e un difetto di frizione diminuiva il rendimento della vettura.
– Le occorre molto tempo per rimandarmela in perfetto ordine?
– Una settimana. Ma gliela rimando completamente rimessa a nuovo. Ripasso anche la carrozzeria, che è ammaccata, e l'interno che è sciupato: tutto insomma.
Maurizio accese una sigaretta, approvando.
– Se la porti via.
Richiuso il cancello e il portone del garage, Maurizio fece un giro minuzioso nel giardino e nell'orto. Molte novità erano sorte durante i due anni che la casa era rimasta chiusa.

Spalliere di rosai si arrampicavano ai muri di cinto, e diecine di piante di crisantemi giganti, in piena fioritura, magnifiche, luminosissime, disposte nei vasi, fuori della piccola serra, bevevano il sole; a mezzogiorno le aiuole pullulavano di violette, e a settentrione si inanellavano di semprevivo tagliato a spazzola.
– Questa è una sparagiaia! – fece Antonio che lo seguiva in silenzio, indicandogli via via le piante nuove e le vecchie che erano molto cresciute. – E quest'anno ci darà qualche asparagio, debolino debolino, forse, ma saporito, glielo garantisco. È il secondo anno, che l'ho seminata, e verso la fine di febbraio, se l'inverno non è troppo rigido, le primizie sono sicure.
– Come vi è venuta in mente la sparagiaia?
Antonio divenne rosso e non rispose subito; poi sottovoce, quasi confessasse una colpa, soggiunse:
– L'idea, veramente, non è mia. La signorina che sta nella villa accanto me l'ha suggerita, e io le ho dato retta.
Silenzio. Visto che Maurizio non aveva protestato per la «signorina», egli riprese un po' di coraggio e tentò di ridere, indicando i crisantemi:
– Anche quelli li ha scelti la signorina, e le tendine...
S'interruppe: non gli pareva un discorso adatto alla faccia burbera del padrone. Lo lasciò proseguire da solo, tenendolo d'occhio di lontano, e lo vide fermarsi, mani in tasca e gambe divaricate, dinanzi alla porticina dell'orto. Tolse la chiave da un'incavatura del muro, aperse, guardò fuori un'altra porticina di ferro quasi uguale alla sua che dall'altra parte del sentiero era semiaperta su un altro giardino o su un altro orto e richiuse d'un colpo con un gesto di furore.
– Antonio!
Il vecchio accorse.
– La chiave di questa porticina la terrete in portineria e non in questo sciocco nascondiglio dal quale si può toglierla solo che si allunghi una mano attraverso le sbarre.
– No, no: attraverso le sbarre non si può. Provi.
– La mia mano, e nemmeno la vostra, d'accordo, non possono arrivare, dal di fuori, a prendere la chiave; ma quella d'una ragazzina, sì.
– Va bene, signor padrone.
E stette fermo, con la chiave in mano, mortificatissimo, a guardare Maurizio che scendeva il pendìo boscoso per giungere fino al muro alto che limitava il giardino.

Tutto era in ordine, il giardino, l'orto, e quel poco di bosco che d'estate era un'oasi d'ombra protetta dal caldo e dal sole. Che questo miracolo fosse davvero dovuto a quella ragazzetta pettegola e dispettosa? Gli nacque, dentro, per questa intrusa troppo giovane, coi capelli biondi e il grembiule rosa come quello d'una educanda, un rancore pronto ad irritarsi per un nonnulla. Gli diede noia la disposizione di certe aiuole, e il ghiaino chiarissimo del viale, per il quale ricordava di aver pagato un anno prima più di duecento lire.
– Faceva le mie spese... come se fosse la padrona.

Rientrò in casa per la porticina, deciso a rendersi conto di ogni minimo cambiamento. Trovò Teresa che spolverava una stanzetta quasi elegante, con vasi di foglie alla finestra, con tendine di pizzo ai vetri, con un tappeto nel mezzo, e il tavolino che di solito era sotto la lampada centrale, trasportato dinanzi ad un vecchio divano che da anni stava in un angolo.
La credenza con l'alzata era stata sostituita con una vecchia madia ch'egli ricordava di aver veduta, bambino, nello stanzone della soffitta dove coi cugini saliva a giocare, e invece della lampadina col piatto di maiolica, messa anni prima quando la luce elettrica era stata portata a Gavirate da Varese, pendeva ora dall'alto l'antica lampada a petrolio, di porcellana, col cappello trasparente, nobilitata da una vecchia lampadina a filamento voltata verso il soffitto.
– Anche qui – chiese senza guardare Teresa che attendeva tremando un giudizio e un'approvazione, – anche qui è passata la signorina della villa accanto?
Teresa fece cenno di sì, senza parlare; Maurizio riprese:
– Speriamo che, d'ora in avanti, non abbia più bisogno di mettere il naso nelle mie faccende.
– Sissignore.

Egli andò a chiudersi nella biblioteca. Aveva bisogno di occuparsi lui della casa, visto che altri si erano presi questa cura; di sistemare a suo modo mobili e libri, magari di rimettere tutto com'era prima, anche se la disposizione era di cattivo gusto, anche se d'un altro secolo. Voleva, soprattutto, ritornare il padrone in casa sua, il padrone dal quale tutto dipende, materialmente e spiritualmente. E per mettere in atto la sua piccola rivoluzione dispettosa, cominciò a vuotare le librerie, ammucchiando i volumi sulla lunga tavola che era nel mezzo della stanza. Ebbe la sensazione di compiere un lavoro inutile, poichè i volumi erano perfettamente ordinati, spolverati e distribuiti con criterio; tuttavia continuò, con una soddisfazione sottilmente vandalica, a distruggere la fatica di qualcuno che pareva si fosse dato troppe arie di padrone di casa.
Si accorse a un tratto di avere appetito e pensò ad una tazza di latte tiepido. Chissà se la solita donna portava come un tempo, giù dalla collina, verso il tramonto, il latte appena munto? Abitudini di quando era ragazzo risorgevano in lui istintivamente, con una gioia repressa, come se ad ogni momento egli ritrovasse una sua personalità dimenticata e ringiovanita nel tempo.
Chiamò dalla soglia: – Teresa!
Teresa non rispose, chiusa com'era nella portineria dalla quale non poteva sentirlo.

Uscì allora dalla biblioteca e si avviò per il corridoio. Il mormorìo di due voci di donna lo trattenne dal proseguire. Le voci erano sommesse, ma distinte. Quella di Teresa che parlava in dialetto, rapidamente, concitatamente, e un'altra voce, fresca, chiara, limpida, armoniosa: quella della signorina della villa accanto. Non seppe rinunciare alla curiosità di sapere che cosa dicessero le due donne, e rimase immobile, trattenendo il respiro.
– Il signor Maurizio è il padrone – diceva Teresa – e se non vuol veder nessuno è affar suo.
– E questa specie di orso è il famoso signor Maurizio, conquistatore di donne, del quale mi parlava sempre? È per lui che io dovrei rinunciare a venire qui, a vigilare il giardino, a dare via via un po' d'acqua al rampicante che ho piantato io?
– Eh, sì, purtroppo!
– Ah, no, cara Teresa! Appena l'occasione mi mette di fronte a questo signore, gli dico il fatto mio e vedrà che verremo a patti! Prima di tutto mi dovrà chiedere scusa per la maniera con la quale mi ha trattata stamani. Se è quella la sua maniera di fare con le donne, non credo abbia avuta molta fortuna...
– Che cosa è successo, stamani?
– Nulla. Ci siamo detti qualche scortesia garbata.
Una pausa sgomenta. Maurizio si mosse per tornare nella biblioteca, ma di nuovo la voce della signorina lo trattenne.
– E adesso dov'è il signor misantropo?
– Cosa vuol che sappia? In biblioteca, credo... Mette a posto i libri.
La voce della signorina si alzò con un tale scoppio sonoro di terrore e di furore che Maurizio ebbe voglia di scappare.
– Mette a posto che cosa? Ma se ho lavorato un mese intero, dalla mattina alla sera, per sistemare il disordine della sua biblioteca, per elencare nelle rubriche che ho comperate io, coi miei denari, tutti i suoi libri, perchè, tornando, trovasse una casa e non un magazzino... Che cosa vuol mettere a posto, ora?

Maurizio fece appena in tempo a nascondersi nella veranda: la signorina s'era lanciata di corsa nel corridoio ed aveva spalancato di colpo l'uscio della biblioteca, seguita da Teresa che si raccomandava al buon Dio perchè non accadessero guai:
– Oh, Signùr! Oh, Signùr!
Sulla soglia, l'una e l'altra si fermarono, sbalordite. Gli scaffali erano ormai quasi tutti vuoti ed i libri erano ammucchiati alla peggio sulla tavola e per terra, con un disordine da terremoto.
– Questo, ha fatto! – esclamò la fanciulla sottovoce, senza aver più la forza di andare in collera. – Questo!
Teresa, in silenzio, con le mani sui fianchi, non osava fare un gesto di giustificazione o di scusa. Ella ricordava le lunghe ore passate dalla fanciulla in quella stanza tranquilla durante l'estate e non riusciva a rendersi ragione del modo di procedere di Maurizio.
– Dica al suo padrone – e dalla voce singhiozzante si sentiva che la signorina riusciva a stento a trattenere la voglia di piangere, – dica al suo padrone che è un imbecille e che non si rovina un lavoro come quello che ho fatto io per il solo gusto di rifare, certamente peggio, tutto quello che in tanti anni era stato trascurato da tutti. Gli dica anche, che riporterò via dalla sua casa tutto quello che vi ho portato io; che i miei ricami, le mie tende, i miei cuscini, ritorneranno miei... Non merita nulla... E che non gli venga in mente di volermi conoscere o di chiedermi scusa. Fra me e lui è tutto finito!
. . .


Liala (Liana Cambiasi Negretti Odescalchi)
Una rosa lungo il fiume
Sonzogno, Milano 1944, pp.320.

. . .
Sorrise alla mamma che la guardava un poco preoccupata: le mandò un bacio sulla punta delle dita, aggiunse:
– Vado a vestirmi, poi scenderò.

Andò via correndo. Entrò nella sua camera. Era questa tutta azzurra e legni e stoffe avevano quella tinta che tanto piaceva a Mariarda. Ma chi avesse ben guardato, si sarebbe subito accorto che quei pochi mobili erano stati fatti in casa. Il letto non aveva n‚ spalliera, n‚ testiera, ed era coperto d'una stoffa azzurra a fantastici fiori gialli e rosa: fiori enormi, così che solo tre o quattro adornavano in modo bizzarro e gradevole la coperta. Un armadietto basso a sportelli, rivelava all'occhio attento la fattura casalinga: un piccolo cassettone gridava la sua grezza origine e due o tre altri mobili, semplici e piccini, stavano lì come per dire: «Siamo piccoli, siamo un poco malfatti, ma abbiamo il pregio di essere nati in casa e messi insieme con tanta pazienza, con tanto amore, con poco legno e molta pittura.»

Ma quella camera, pur così stranamente messa insieme, era deliziosa, e rivelava subito l'estremo amore che per essa aveva la giovane abitatrice: lo rivelava in tutti i particolari, dalle pareti, sulla cui grezza imbiancatura un pennellino intelligente e abile aveva tracciato farfalle, uccelletti, bambolette, casine, praticelli, cagnolini, gatti, ochette in fraterno accordo. La finestra era spalancata, e la brezza lieve, che veniva dal fiume, gonfiava le tende azzurre di seta leggera, sulla quale l'amoroso e infaticabile pennellino, guidato dalla abile mano di Mariarda, aveva buttato fuori dei campi che parevano così belli, che parevano portati lì da una folata di vento.

Mariarda guardò la sua ben ordinata camera, come se la vedesse per la prima volta: era il suo rifugio, il suo nido, la sua oasi di pace. Lì, ella si sentiva padrona di se stessa, lontana dalla baraonda famigliare, lontana da tutta quella ridente miseria della sua casa. Aveva tante e tante volte tentato, Mariarda, di dare una direzione ai componenti della sua famiglia: ma s'era dovuta sempre mettere in disparte, travolta da quelle stesse persone che sperava di indirizzare verso una vita normale. Momo, che ormai non aveva più lavoro, e non ne aveva avuto molto nel passato, si lasciava vivere ricordando una gloria nota a lui solo; Eloisa che aveva avuto un brevissimo passato artistico e aveva poi lasciato le scene di prosa per seguire il suo Momo, rivelava d'essere la bella e disutile creatura dei tempi lontani; Marco, che era diplomato al Conservatorio Verdi di Milano, attendeva il momento di diventare celebre, e Mario, il maggiore di tutti, aspettava dai suoi quadri la gloria e la ricchezza. Così tra due creature che vivevano di ricordi e due che vivevano attendendo la gloria, Mariarda si trovava talvolta in situazioni penosissime, dalle quali la salvava sempre il suo innato buon senso, che, unito all'energia e al talento, la portava sempre in porto. Ella aveva studiato pittura, ma aveva ben presto capito che con i suoi quadri non avrebbe messo insieme neppure il latte mattutino. S'era data d'attorno ed era riuscita ad ottenere, da un grande magazzino milanese, l'ordinazione di dipingere bambole. Arrivavano a lei le bambole senza connotati: partivano da lei le bambole con una precisa espressione e un caratteristico modo di guardare. Nessuna delle sue bambole aveva gli occhi stupefatti o incantati: tutte avevano occhi vivi, maliziosi e dolci a un tempo, così che quelle piccole facce di creature senza vita acquistavano, per merito del pennellino di Mariarda, un'espressione che alla vita faceva pensare davvero.

Mariarda aprì l'armadio e ne trasse un abitino bigio: era semplice, alle gomita un poco liso, ma pulito e ben stirato. La fanciulla storse, come soleva, la fresca bocca, con quel suo comico tratto che rivelava un disappunto palese, ma che non la turbava troppo. Tolse l'abito che indossava e che era di cotone azzurro a quadretti, come la stoffa dei grembiali degli asili infantili, indossò l'abito bigio. Se lo assestò bene sul corpo, stirandolo su i fianchi e sul petto, accarezzandolo sulle spalle. E l'abitino aderì alle giovani e dolci forme, con la precisione e l'eleganza d'un modello di gran classe. Come fu vestita, Mariarda scrutò le sue calze: non erano calze molto costose, ma erano in perfetto ordine, fresche, ben tese sulla gamba affusolata, sul piccolo piede. E anche le scarpe di camoscio marrone, moderne, senza esagerazioni, non le diedero umiliazioni. Assestò con un colpo di pettine i magnifici capelli biondi che le accarezzavano l'omero, e pensò sorridendo che quei capelli così soffici, ondosi, lucidi e folti, erano la gioia di Valdimiro. Sorrise pensando al suo giovane fidanzato; ricordò con intima e pur palese felicità che tra poco egli sarebbe giunto e forse avrebbe fatto in tempo ad accompagnarla alla stazione. Si disse: «Ho diciassette anni e sono fidanzata a uno studente che fa l'ultimo anno di medicina... Tutti dicono che dovrò aspettare molto, prima che Valdimiro abbia una posizione: ma che importa? Se Valdimiro mi sposasse subito, io m'adatterei a stare in campagna, con i suoi genitori, in attesa di quella clientela che, certamente per mio marito, verrà. Non è che io voglio piantare questa baracca; è... è che qualche volta sento proprio il bisogno d'un poco d'ordine, d'un poco di tranquillità, di vita normale, di pranzo e cena regolari e non a base di marroni canditi... Deve essere pur bello avere la minestra, almeno una volta al giorno!».

Sospirò guardando la Madonnina tutta ammantata d'azzurro che da una parete le sorrideva dolcemente:
«Dimmi tu, Madonnina bella: è troppa pretesa volere la minestra almeno una volta al giorno e in un'ora stabilita?».
La dolce immagine della Madonna che Mariarda stessa aveva dipinto, parve sorriderle con ancor più soave dolcezza. E Mariarda, per quel sorriso che le inondò lo spirito di speranza, fu subito tutta consolata.
«Ora scendo da Duilia, – si disse. – Ma per essere presentabile ci vorrebbe anche una lieve sfumatura di cipria... Vediamo se ne possiedo un milligrammo...».
Sul piccolo mobile che fungeva da toletta, c'era una scatola posta di lato e una bella bottiglia vuota. Mariarda aprì la scatola, sollevò il piumino. Sospirò: non c'era neppure quel milligrammo di cui si sarebbe accontentata.
«Quella mamma, quella mamma – pensò senza rancore alcuno – ruba ogni cosa... Speriamo mi abbia lasciato almeno un po' di profumo.».
Tolse il tappo di cristallo della bella boccetta sfaccettata come una pietra preziosa: annusò. Rimise il tappo a posto, delusa. Anche l'odore di quell'essenza finissima, che era stata nella bottiglia, stava per svanire. Si strinse nelle spalle. Si guardò da ogni parte nello specchio, che lungo e stretto era posato contro una parete, incorniciata di legno azzurro. Poi, attraversò la camera, fu nel corridoio. A terra vide subito un guanto; lo raccolse, lo pose accanto all'altro buttato sopra una cassapanca. E rivolgendosi verso la sala da pranzo, gridò:
– Scendo! A rivederci!
Aprì la porta. Fu sullo scalone di quel palazzotto antico che aveva, a secondo della luce del giorno, un aspetto severo o un aspetto gaio. Da un finestrone si vedeva gran parte della piccola città di provincia, e un lungo nastro del bel fiume italico che adornava la città, attraversandola. Il fiume era molto azzurro, quel giorno, sebbene il cielo fosse qua e là coperto di nubi. E l'acqua andava veloce e pareva, di lassù, silenziosa. Ma ben sapeva, Mariarda che quell'acqua aveva un mormorìo continuo, talvolta minaccioso, tal'altra sommesso: sempre, tuttavia, dolce allo spirito, che ne riceveva, da quel canto volubile, conforto e consolazione.

Mariarda scese al primo piano: lì, abitava la padrona di casa. Sulla targa di forbitissimo ottone, ella lesse, come sempre, il nome che conosceva da gran tempo: Marchesa Laura Doni.
Suonò. Udì il noto passo di Dorotea. E poco dopo, la faccia rugosa della vecchia domestica si sporgeva curiosa e diffidente.
– Buon giorno, Dorotea... c'è la marchesina?
– Sì, sì, entrate.
La faccia rugosa aveva mutato espressione ed era divenuta invitante. Dorotea s'era fatta di lato per lasciar passare la giovanetta.
– La marchesina è in camera, l'avverto.
– E la signora marchesa?
– Riposa.
– Allora, Dorotea, posso andare nella camera della marchesina Duilia, vi pare?
– Va bene, venite.
Seguì la domestica, la quale, sostando davanti a una porta dell'ampio corridoio addobbato come un salotto, bussò leggermente avvertendo:
– C'è la signorina Mariarda.
Una voce stanca, e tuttavia dal timbro giovanile, rispose subito:
– Avanti, avanti, Mariarda!
La giovanetta entrò. Dorotea chiuse la porta.
Duilia Doni era allungata in una poltrona di damasco color amaranto. Come vide entrare la fanciulla, le tese tutte due le mani e sorridendo esclamò:
– È Dio che ti manda!
– Forse no, Duilia, – rispose arrossendo la fanciulla. – Ma, comunque, sono felice di non darti noia...
– Ti occorre qualche cosa? Quattrini?
– Sì. Debbo andare a Milano a consegnare le bambole e non ho che una lira e venticinque centesimi...
– Ho capito: apri là, il solito cassetto. Piglia ciò che ti occorre.
Mariarda aprì il cassetto che ben conosceva, sollevò il coperchio d'una scatola d'argento, ne tolse cinque biglietti da dieci lire, uno da cinquanta lire.
– Ecco qua – disse mostrando il denaro a Duilia. – Prendo cento lire. Questa sera te le restituirò.
– Oh, la solita storia. Lo so bene che restituisci con una puntualità paurosa. Perché mi ripeti sempre la stessa cosa? Posso io da un giorno all'altro perdere la fiducia in te, donna di affari? E posso io sempre sentire la stessa filastrocca da ogni persona che avvicino? Tu hai sempre le stesse cose da dire, gli altri, sempre gli stessi lagni da sospirare. Oh, buon Dio, come sta diventando insopportabile la mia esistenza!
Arrovesciò il capo, chiuse gli occhi, restò immota, con le braccia sui braccioli in attitudine di estremo sconforto, di stanco abbandono.
Mariarda la guardò, con malinconia.
Duilia Doni aveva poco più di vent'anni ed era bellissima, d'una calda bellezza bruna che s'ammorbidiva per la dolcezza dei grandi occhi neri. Il corpo alto, plastico, superbo, rivelava subitamente la vivacità del sangue che vi scorreva e le labbra sensuali, che s'aprivano su denti d'un candore raro e d'una perfezione unica, dicevano quasi impudicamente la loro sete di baci.

Ancora bambina, Duilia era rimasta orfana ed era stata accolta nella casa della marchesa Laura Doni, che le era zia in secondo grado. Laura, era già allora vedova, e aveva un figlio, Oscar, maggiore di Duilia di sette anni. Ai due cuginetti era stato facile andare d'accordo e volersi bene. E donna Laura era stata felice di veder nascere fra loro una tenerezza che poteva essere foriera d'un sentimento più forte e più tenace. Nel suo egoismo di madre, ella pensava che un matrimonio fatto per modo di dire, in famiglia, non l'avrebbe staccata troppo dall'unico e adorato figlio, così s'era messa, con abilità e tenerezza, a fare da onesta intermediaria d'amore. E l'amore era infatti sbocciato, sotto i suoi occhi, davanti a lei, come sboccia un bel fiore di primo mattino. Oscar era un bel ragazzo, Duilia una splendida fanciulla: tutt'e due appartenevano a nobile famiglia, e se Duilia non era ricca quanto Oscar, poco importava, poiché la ricchezza dei Doni era grande e nella piccola città considerata addirittura favolosa.

Duilia, a diciotto anni, aveva già rivelato il suo temperamento: ardente, appassionato, tutto slancio e generosità, schietto, impetuoso. Oscar a venticinque anni aveva stupito tutti per la sua serietà, per i suoi lunghi silenzi, per quel suo modo di comportarsi che pareva volerlo staccare dal suo prossimo ed era invece bisogno di stare con i propri pensieri. Aveva conseguito la laurea di ingegneria e dimostrava, alla sua giovane età, una viva passione per le cose morte. Il suo grande sogno era quello di potere studiare d'appresso le vecchie cose, dedicarsi totalmente all'archeologia, abbandonarsi a questa scienza verso la quale si sentiva portato da un intimo bisogno dello spirito. Egli adorava la giovane fidanzata e solo per amor suo aveva rinunziato ad una spedizione che lo avrebbe portato fra Piramidi e mummie. La giovinezza e l'ardore di Duilia poterono distrarlo per qualche tempo dalle fredde cose morte. E le nozze avvennero e furono festose: l'amore dei sensi fu completo come quello del cuore. Fu un anno di gioia infinita che non fu coronata dalla nascita di un bimbo, ma che diede ai giovani sposi la sensazione di un'unione perfetta e completa. Ed erano felici in tre – chè donna Laura godeva di quell'amore che le colmava la casa di sorrisi e di gioia – quando Oscar venne invitato a partecipare ad una spedizione in terra asiatica.

Rifiutò, sulle prime: ma ben presto Laura e Duilia capirono che quel rifiuto rappresentava per Oscar il più grande sacrificio. Pareva che il giovane studioso, rinunciando a quel viaggio di studio e di scoperte, avesse rinunciato alla più promettente gioia della sua esistenza. Non dissero nulla, le donne, e attesero; finché un giorno, a occhi bassi come un colpevole, Oscar confessò che desiderava andare verso quel mistero che era la passione dell'anima sua. Sarebbe tornato presto, pago di quanto veduto e conosciuto; avrebbe ripreso serenamente la sua vita serena di sposo amato, di figlio idolatrato.

Furono giorni di lacrime e di sospiri per le due donne; poi, venne il momento della partenza.
. . .


Nota bibliografica

  • G. Morandini, Introduzione a: La voce che è in lei. Antologia della narrativa femminile italiana tra '800 e '900, Milano 1980.
  • F. Lazzarato e V. Moretti, La fiaba rosa. Itinerari di lettura attraverso i romanzi per signorine, Roma 1981.
  • M.P. Pozzato, Il romanzo rosa, Milano 1982.
  • A. Arslan, Dame, droga e galline, Milano 1986.
  • Centro di Documentazione Ricerca ed Iniziativa delle Donne, Intorno al rosa, Verona 1987.
Materiale
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