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Gianni
Bartocci torna con un nuovo libro di racconti, anche questo pubblicato dalle
Edizioni dell’Istituto Italiano di Cultura di Napoli, dopo una pausa triennale.
E vi torna alla grande, presentando sedici racconti, alcuni dei quali già
pubblicati in rivista o addirittura in quaderno, e che avevano riscosso a suo
tempo un lusinghiero successo. Scrive Ernesto L’Arab nella prefazione: “I
personaggi, accennati con pochi, rapidi tocchi, hanno scarse connotazioni
realistiche. Conta l’atmosfera, contano gli ambienti e la ‘fabula’, la stessa
vicenda narrata, nel cui tessuto, al contrario, spiccano frammenti descrittivi
di un iperrealismo allucinatorio, onirico”.
Il
metodo è sempre lo stesso. La realtà viene “inventata” dalla fantasia
dell’autore che pone alla base della storia, sempre o quasi sempre, un’idea,
quella dell’uomo e della sua centralità nel mondo, la capacità di sapersi
inventare e via via che s’inventa trova l’abbrivo per decollare e vivere. La
vita quindi è una risultanza della storia, ma nello stesso tempo è anche il
paradigma che la rende possibile. Questo si nota molto più nei racconti lunghi,
distesi, dove l’autore ha modo di dispiegare tutta la sua capacità inventiva e
dare la stura al suo inesauribile ed inesorabile humor, che a volte si tinge di
nero o di macabro. Ma anche nei racconti brevi, dove a volte la fantasia si
trasforma in fiaba, Bartocci non perde la capacità di unire, alla perfetta
descrizione dell’ambiente un’altrettanto perfetta tenuta della storia, dove alla
fine ciò che conta è il riflesso visivo di una realtà interiore che si
materializza e diventa storia.
Bartocci è narratore anomalo, nel senso che è antico e attuale allo stesso
tempo. Sembra antico per il linguaggio, con sfumature auliche, con quel
periodare da primo novecento che sembra portarci indietro di circa cento anni; è
attuale per la capacità postmoderna di rendere evanescente perfino la morte. È
indubbiamente un acrobata della parola, un cercatore mai sazio di situazioni che
si adattano al suo modo di voler essere scrittore. I personaggi non li cerca,
gli vanno incontro insieme alla storia che rappresentano o che vorrebbero
rappresentare.
Il
suo status di eterno viaggiatore gli permette la conoscenza di storia,
usi e costumi di vari popoli, conoscenza che poi utilizza all’interno dei suoi
racconti per far combaciare l’idea che lo ha mosso con la storia e il
personaggio o i personaggi che ha creato. Ma anche quando prende a pretesto la
rielaborazione di altre storie, come per esempio “Ali Cogià” da una fiaba de “Le
mille e una notte”, tende a raggiungere, attraverso la bravura di quello che a
prima vista potrebbe sembrare puro divertissement, lo stesso scopo: dimostrare
la vanitas umana e riaffermare il primato della ragione.
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Recensione |
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A Toronto una domenica di novembre
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narrativa
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| Autori |
| • | Gianni Bartocci |
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Edizione:
Istituto Italiano di Cultura
Napoli 2002 |
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| Prefazione di Ernesto L’Arab - pp. 96 |
| prezzo: € 7,75 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Punto di Vista nr.34/2002
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