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Il viaggio è un tema caro a Veniero Scarselli, sia in forma di fuga (Fuga da Itaca, 1997) e sia nella forma tormentata di una ricerca di approdo (Pianto di Ulisse, 1998), libri che riprendono il tema già presente in quello d’esordio (Isole e vele, 1988). Se nei precedenti libri l’Autore aveva cercato nel tormento della fuga e nell’approdo un senso da dare alla propria vita in continua ricerca di certezze sempre sfuggenti, con questo nuovo poemetto in 25 lasse il punto di osservazione si sposta oltre il limite che divide la Vita dalla Morte. Su una leggera imbarcazione sbattuta dai marosi dell’oceano, il novello Ulisse rischia il naufragio, quando inopinatamente trova "scampo al cedimento delle vele | nella baia fortunata di un’isola". Anche nel Pianto di Ulisse il viaggiatore approda a una specie di isola, l’oasi di Abu Assan, ma in quel caso il tormento era sempre quello della patria perduta e pertanto della necessità del ritorno; tutto si svolgeva sulla scia dei ricordi di un tempo che era stato e che ora non era più. Il salto di qualità di questo nuovo viaggio ulissico risiede nella scoperta, nell’avventura dentro l’ignoto che lo porta oltre il proprio essere fin dentro al mistero della "vita oltre la morte" rappresentata "da un antico bastimento | gettato come enorme cetaceo | in una notte lontanissima di tempesta | da un’ondata gigantesca a morire | di lenta agonia sulla spiaggia". È qui, all’interno di questa grande Carogna, che inizia il viaggio della Grande Conoscenza, che lo porterà all’intimo sacello dove si trova "il sepolcro solitario del Capitano | perito nel furore di una notte | senza stelle e senza scampo". Ma prima di arrivare al fulcro che gli svelerà il mistero, deve passare, all’interno della nave abbandonata, attraverso tante altre esplorazioni di carattere iniziatico che lo portano poco a poco, mano a mano ch’egli sente allontanarsi il mondo reale, a predisporsi al Grande Incontro, alla rivelazione che gli darà la certezza d’una vita altra, diversa e migliore dell’attuale. Per giungere a questo deve violare il Gran Regno dei morti, scrutare la pupilla del vecchio capitano "nel momento | in cui stava abbandonandosi per sempre | alla vitrea fissità della morte". Solo allora gli è possibile "vedere finalmente le immagini | fedeli della Vita oltre la Morte". È questo il fulcro di tutto il poemetto, l’arrivo al centro del Mistero, il poter vedere con occhi terreni "il diaframma | che separa il mondo dei vivi | da quello silente dei morti, | la bocca luminosa del Tunnel | che esce dal nostro universo | e come un cordone ombelicale | porta al luogo d’una luce suprema | così piena d’Amore e di Grazia | ch’io subito potei riconoscerla | come quella dolcissima della Madre".

Che "l’aria toscana che si respira" ricordi "l’avventura di Dante alle soglie del Paradiso", come osserva Silvia Ragazzini Martelli nella prefazione, è vero, come è vero che, a differenza di Dante, Scarselli non è guidato e ispirato dalla ragione (Virgilio) e dalla Grazia divina rivelata (Beatrice); egli deve supplire da solo all’una e all’altra. "Coraggioso e determinato – continua la Prefatrice – proprio perché atterrito da incubi e paure, intento a ricercare fino in fondo le leggi della conoscenza e i principi della natura umana librata verso il Divino, egli legge nel Libro dei Morti (allusione al sacro e famoso Libro Tibetano dei Morti) "le parole | che l’anima ha bisogno d’ascoltare per andare incontro all’agognata salvezza". Le ossa del Capitano e dei compagni di sventura devono restare nella Nave, ma ora "la Nave era là che attendeva | che io finalmente la sciogliessi | dai lacci del profondo letargo". Così, liberata, tornata a vita nuova per gli impulsi del nuovo capitano, la Nave finalmente può congiungersi alla "Grande Famiglia". A quella congiunzione il nuovo piccolo capitano non può partecipare, anche se il suo compito (quello di liberare la Nave) è finito: "Una Mano mi volle sollevare | prima dell’impatto fatale | della Nave con la Grande Luce | che splendeva all’orizzonte d’oriente". Liberato dal suo compito, ora può tornare "a godere i giorni felici | del ritorno ad un porto terreno | fra le umili fatiche quotidiane | degli ignari popoli della terra".

La forza della parola di questo nuovo libro di Scarselli è come al solito furiosa ed ansimante. Non c’è pacatezza nello scorrere delle immagini che raccontano l’avventura dell’uomo alla ricerca della Grande Conoscenza, ma non c’è nemmeno l’irruenza acida e corrosiva di altre precedenti opere. Rimane intatta la fervida immaginazione che gli permette, come al solito, di dar vita a un’infinità di mondi che alla fine risultano essere le sfaccettature di un unico immenso prisma nel quale si riflettono le sue visioni e i suoi deliri, le sue aspirazioni e il suo desiderio di assoluto, la sua fame di verità che lo fa antropofago di parole ma anche ventre in continua eruzione che espelle i fantasmi che di quelle parole si sono rivestiti e ora cercano e pretendono la luce della vita.

Recensione
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