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Mario M. Gabriele1 ha dedicato a Carlo Felice Colucci un saggio critico, pubblicato in edizione fuori commercio come supplemento al n. 11/2001 di “Nuova Letteratura”, che prende in esame la produzione poetica dello scrittore molisano trapiantato a Napoli, dagli esordi in dialetto Fenest ‘int ‘oscuro (1960), fino al gruppetto di inediti del 2001 Il tempo del seme. L’intervallo fra queste due date comprende otto raccolte poetiche da Una vita fedele (1963) fino a A fuochi spenti (1992). Gabriele parte da un “colloquio con l’autore” col quale fissa i punti fermi di un percorso che non vuole essere soltanto poetico. Gli accenni biografici, gli spunti polemici, (l’accusa di leghismo letterario strisciante rivolto alle grosse case editrici settentrionali, la mancata attenzione ad autori che non si propongono alla ribalta, in questa società dove conta l’apparire più che l’essere), concorrono a disegnare un quadro nel quale si colloca e il poeta e l’uomo in quanto tale e in quanto faber. Si tende, se non erro, a definire i confini entro i quali inserire non la poesia di Colucci tout court, ma il poeta, o ancor meglio lo scrittore, un tutt’uno cioè fra l’uomo e il prodotto. Gabriele non si limita ad analizzare la produzione poetica di Colucci, cosa che del resto fa libro per libro, chiaramente e sinteticamente, ma ad abbozzare una specie di biografia poetica che evidenzi le matrici culturali sì (Marinetti, Tzara, Schönberg, Nietzsche, Zanzotto tanto per esemplificare), ma soprattutto lo spessore culturale che questa poesia ha assunto nel tempo mano a mano che la ricerca sulla parola progrediva (non bisogna dimenticare che Colucci di professione medico e ricercatore ha connaturato l’istinto di ricerca). Una poesia la sua che spregia il gioco, il divertissement, i trucchetti linguistici capaci di attrarre i gonzi, gli sprovveduti, gli invertebrati poetici, ma tende invece a tracciare un percorso delle capacità intrinseche alla lingua di raccontare il nostro tempo, adattandosi di volta in volta alla psicologia dell’uomo che quel tempo vive e violenta. La storia della poesia di Colucci è anche la storia della sua lingua poetica. Vi è un primo tempo che va da Una vita fedele (1963) a La Pagaia (1967), in cui “siamo ancora nel campo delle cadenze e delle tonalità metrico-tradizionali con moduli poetici postermetici e neorealisti”. Scavalcato però il discrimine degli anni ’60, con la contestazione politica e culturale che marca quegli anni, Colucci pubblica il libro Placebo (1975), “che più incide come linea spartiacque tra i volumi Una vita fedele e La pagaia da una parte, e le successive opere in versi fino all’ultimo libro, dall’altra”. Se nei due volumi precedenti erano presenti e marcate le radici molisane e si guardava in un certo senso a un mondo lasciato ma presente alla sua memoria, con Placebo “nasce la religione della solitudine in Colucci, il quale percepisce il destino dell’uomo, analizzandone i sintomi e ricorrendo anche alla poesia come Placebo, per meglio schermarsi dalle onde del quotidiano”. Preghiera occidentale (1981) allarga lo sguardo sulla storia, segnata da stragi, guerre, rivoluzioni, in uno scenario quasi apocalittico, senza trascurare i pacifisti americani, Martin Luther King, il movimento studentesco in Italia ecc. “L’egemonia del negativo e l’impossibilità di ricorrere a eventuali guarigioni, col giudizio finale più di tipo purgatoriale che liberatorio, fanno di Preghiera occidentale un “lazzaretto” di storpi e cancerosi, di “mali ereditati” e di “pazienti” all’ultimo stadio, soli sulla battigia, in attesa di un messaggio che non arriverà”. La bella afasia (1983), porta alle estreme conseguenze la ricerca psicolinguistica da un parte e l’impossibilità di un’uscita di sicurezza dall’altra. “Siamo di fronte al negativo, alle morti improvvise, alle eutanasie, al rigetto del passato che non attecchisce sulla felicità, al continuum poetico sul nulla globale di fronte al quale risulta vano qualsiasi prontuario terapeutico, né pare di intravedere, oltre i simboli e le ipotiposi, le variazioni su tema o di scorgere percorsi alternativi, cioè altri luoghi meno dolorosi e tristi della nostra esistenza”. Memoria e fuga (1987), dedicato alla memoria del padre mite patriarca “si propone come momento dialettico con “l’assenza” che resta una minaccia, oscura e misteriosa, al di là della quale sembra impossibile un incontro con la Divinità”. A fuochi spenti (1992) pare continuare il percorso tracciato da La bella afasia. “Non è tempo di ideali, non c’è spazio per alti valori. Tutto crolla, anche perché gli anni incalzano e il cerchio della vita si restringe sempre più, inesorabilmente” come scrive Vittoriano Esposito2. Tuttavia, qua e là forse un barlume se non di speranza perlomeno di attesa sembra di presagire, che si riverbera perfino sulla scrittura come nota Gabriele “nel senso d’una minore rottura e frantumazione del linguaggio, d’una sua un po’ attenuata babele lessicale, semantica e sintattica d’un maggior rispetto e ordine per significato e significante”, poiché come è stato altre volte osservato, il linguaggio riflette anche la visione della storia del poeta. Si arriva quindi al mannello d’inediti che fanno parte di un’opera in fase d’allestimento Il tempo del seme che già nel titolo allude a una rinascita, anche questa ambivalente, tenuto conto che i testi proposti giungono a nove anni di distanza dall’ultimo volume di poesie, nove anni segnati da un “male oscuro” che ha tenuto il poeta lontano dalla scrittura. Queste poesie invece parrebbero “racchiudere un’epifania di attesa, forse anche di speranza e di mutamento..”, anche se persistono ancora, qua e là “scenari di inquietante solitudine, tra passaggio di figure, primi piani e dissolvenze...”. Una poesia emblematica di questa nuova situazione è indubbiamente L’olio di Lorenzo, dove la fede e la caparbietà e anche la speranza, sì la speranza, sembra indicare una nuova via di direzione. “... crollano borse | ma dei meno indifferenti quell’olio | qualcuno guarirà, non te Lorenzo, | la mielina tua finita come i giorni | terribili, e oggi, Lorenzo, il mio cancro | dirò a te immoto ragazzo più muto | e nemmeno la Croce da portare | al Calvario, noi, isole ed isole | in Terra d’altri, ascoltaci o Signore | pane quotidiano e olio di Lorenzo”. Tuttavia la produzione letteraria di Colucci non si ferma alla poesia, si allarga alla narrativa (quattro romanzi) e alla saggistica, come dimostra l’ultimo volume La parola perduta3, pubblicato da Guida, che raccoglie, come spiega lo stesso autore nel risvolto di copertina “un gruppo di elzeviri, di interviste e note, in genere inerenti ad argomenti culturali – in gran parte letterari – ed a personaggi – grandi o meno grandi – della letteratura italiana. Quasi tutti pubblicati fra la fine degli anni Settanta e nel primo lustro degli anni Ottanta sul quotidiano “Il Mattino di Napoli”, ed alcuni anche su “Napoli Oggi” e “Il nostro tempo”.” È un’ottima occasione per completare quella specie di portolano intellettuale col quale Colucci ha navigato nel mare magnum della letteratura, mantenendo una rotta precisa, la consapevolezza di alcuni porti o punti fermi (Montale, Bassani, Luzi, Sereni, Zanzotto ecc.), con deviazioni sporadiche, ma non tanto, in altre letterature (Borges, Lorca, Paz). E se alcuni di questi scritti sono nati dall’occasione di un libro, come note o recensioni appunto, altri, quelli che marcano la rotta di navigazione, attingono all’humus profondo dello scrittore, ne sono in qualche parte la source, denotano le linfe necessarie alla nascita e allo sviluppo di una poetica, la tallonano se così si può dire, e a volte anche la anticipano, fino a formare un blocco compatto ma al suo interno variegato e striato, pieno di evanescenze e luminescenze. Non vanno dimenticati poi altri scrittori, che non compaiono in questo repertorio, ma che hanno avuto sulla vicenda intellettuale di Colucci non meno importanza, e qui basta citare Ungaretti e Cioran. Così, da una serie di scritti che potrebbero essere definiti d’occasione, nasce, a ben guardare, se non un progetto culturale quanto meno l’abrégé di un percorso formativo che porta ad evidenziare non tanto i debiti culturali, i quali se non ben digeriti producono strane défaillances, quanto invece le risultanze autonome di un lavoro letterario costruito sull’accanimento fuori e dentro la langue, che mostra in filigrana i risultati ottenuti e le possibilità di sviluppo futuro. Un libro quindi utilissimo per chi voglia capire fino in fondo lo scrittore Colucci.
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