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Il viaggio è l’essenza stessa dell’esistere. L’ uomo è perennemente in viaggio, quand’anche fosse confinato dalla nascita in una condizione di assoluta immobilità, per il fatto stesso che il suo corpo attraversa il tempo, se non lo spazio (o ne è attraversato?), si trova oggettivamente nella posizione di viaggiatore. Ma inutile? Se lo chiede anche Colucci nella nota che precede il volume, ma preferisce avvalersi “della facoltà di non rispondere”, senza rinunciare tuttavia a rinviare a precedenti sue opere come Placebo, La bella afasia, A fuochi spenti, La parola perduta, dove il lettore può trovare le tracce del perché inutile.

Una inutilità, come nella poesia L’Avvenire, che apre la plaquette “A fuochi spenti”, assume il senso del Nulla, tiene a precisare l’autore. Un viaggio inesistente? O un viaggio inutile perché conduce al punto di partenza, al buco nero dal quale proveniamo e nel quale torneremo ad annullarci? È certo che il dolore è un marcatore ossessivo di questo viaggio; e non è il dolore esistenziale, o lo è di riflesso, quanto piuttosto quello reale del corpo che soffre la malattia, che cerca negli interstizi del tempo spiragli di luce che gli permettano di aprirsi alla speranza. Questo dolore del corpo Colucci lo ha sperimentato oltre che su di sé, sui suoi simili. In quanto medico si è caricato nel corso degli anni del dolore umano, e non è un caso che come controfaccia a una razionale disperazione esistenziale, vengano citati o parafrasati passi evangelici. È come se alla inutilità oggettiva del viaggio terrestre l’autore tentasse una qualche prefigurazione di una utilità ignota alla ragione. Ma non è dato vederne uno sbocco, poiché il dolore contiene in sé la Morte.

La poesia eponima che apre il volume dedicata “A qualche Viaggiatore” è estremamente indicativa dell’ambiguità del viaggio, nella sua casualità ma anche ineluttabilità, e gli appigli umani “un occhio alla fede, così | lo stesso Papa e non so | le parole, i segni, nebulose” e poi “ma non fu questo il viaggio, | quel popolo scomparso | l’averti per sempre perduta | compagna morta e una cometa, | allegri naufragi | il verso inutile”, non fanno che aumentare la confusione, come se l’andare fosse solo un oscillare.

Indicatori del viaggio sono, come accennato, citazioni evangeliche, ma anche reminiscenze letterarie, citazioni di poeti, titoli di opere letterarie, titoli subliminali come Scala a San Potito di Luigi Incoronato, che oggi pochi ricordano, o “Gli eredi del vento” romanzo d’esordio del napoletano Michele Prisco, e poi “L’uomo in rivolta” di Camus o “Il viaggio al termine della notte” di Céline, senza dimenticare “Ladri di biciclette” o le “Twin Tower” (le citazioni richiederebbero pagine), panini imbottiti di letteratura o arte o richiami alla crudele attualità, segnali che denunciano la sovrabbondanza e in ultima analisi l’inutilità.

Quella domanda feroce che termina la poesia ad apertura del volume,“chi tradì Anna Franck?”, rivela appieno il senso dell’inutile, perché non siamo noi a determinare il corso della nostra vita, e non sono le cose che sappiamo o quelle di cui ci circondiamo, ma l’ineluttabilità insita nella ferocia dell’uomo.

E la citazione evangelica che chiude la raccolta “fate questo in memoria di me” non è tanto il segno della fede, quanto quello della sconfitta al di là di ogni ragionevole speranza.

Recensione
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