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Questo Monologo sulla pietà si apre con la luce, e, “sospeso sulla luce |
il grande uccello | all’orizzonte | immobile | si staglia | in filigrane di
nubi”; e si chiude sempre con la metafora del “grande uccello” che
“dissolve nei bagliori | il tossico degli anni | fermo | sui bastioni del
tempo, | scruta orizzonti | in cerca di chiarie | dubbioso | tra scavi di
memorie | e speranze di luce”. In mezzo a questa luce, a rilevarne il
contrasto e l’anomalia, si dipana il racconto di un tempo che trova l’uomo
al centro delle sue contraddizioni, dei suoi drammi, del suo dolore e nel dolore
la pietà che nasce e si sostanzia proprio nel momento in cui lo sguardo sa
scendere implacabile al duro grumo della sofferenza che lo ha permeato e intriso
fino al midollo nel secolo appena trascorso. E lo fa, secondo una definizione di
Giuliano Manacorda nella prefazione, con una “cantata”, “cui ben si
apporrebbe la polifonia di un Palestrina o di un Händel, tale è la ricchezza,
la drammaticità e la varietà dei temi che essa contiene”.
E, infatti,
Giudice riflette su se stesso in quanto singolo e parte di un tutto di cui sente
il peso e la responsabilità delle azioni, soprattutto del male, che ha marcato
e marchiato il “secolo breve”. La sua riflessione, che a tratti s’inalbera
nel tono greve della denuncia o in quello passionale della rivolta, assume forza
profetica in virtù della convinzione che al poeta sia riservato questo compito.
“Il poeta | è il dialogo e il grido | che atterra | i testimoni del nulla | e
trasfigura | il già visto e il non ancora | in profezie di miracoli”. È
questa certezza della “profezia di miracoli” che induce il poeta, non
rassegnato, ma sereno, “ad aspettare lei | la morte fuggitiva | ad aspettarla
| senza ansia di fantasmi”.
Intanto, però, ne osserva i voli e le incursioni,
ne constata i danni e i disastri, fino a fargli confessare, quasi arreso
“Stiamo per chiudere | il secolo dei morti | gli archivi sterminati | dove la
morte | fu lievito di morte | e tormento | d’acribie | senza approdi”. Passa
in rassegna le carneficine di questo secolo, soprattutto il dramma della shoah,
nel rievocare il quale la parola assume un senso profetico sinistro, perché
pare calcata sugli eventi di questi ultimi giorni. “Scriviamo | il nuovo
alfabeto | dell’orrore | e in acrostici roventi | ci incalzano sabbe di
paure”. O ancora, quando insegue i ragazzi “sulle strade d’America” che
cercano di esorcizzare i fantasmi del Vietnam e “le sequenze di morte | dead
men walking | larve crocifisse | senza voce | dove si finge giustizia | la
vendetta” come non correre col pensiero a questi giorni infami?
È qui che la
pietà, quella capacità di ragionare sopra il destino dell’uomo, di saper
scendere impietosamente (proprio così in questo caso senza pietà), fino alle
estreme propaggini delle radici da cui trae linfa il male, come quelle
“...rampe di missili | intelligenti come la vostra morte”, va oltre la sua
funzione passiva, diventa fermento e lievito per una nuova palingenesi, come se
l’uomo alla fine riuscisse a sfuggire a quel cerchio maledetto che lo
costringe sempre a mordersi la coda.
Giudice ha fiducia nella parola, nella sua
forza salvifica, come ben si evince alla fine del libro, con l’ultima poesia,
“Il mistero, la luce...”. Il ritorno del “grande uccello” non porta
sventura, ma apre “ad altro scenario” dove “Il Cristo-Pane | scava
sentieri imprevisti”. Così, finalmente, “Nessuno | resta isola agli
altri”.
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Recensione |
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Monologo sulla pietà
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poesia
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| Autori |
| • | Emanuele Giudice |
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Edizione:
Bastogi Editrice Italiana
Foggia 2000 |
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| Prefazione di Giuliano Manacorda - pp. 56 |
| prezzo: € 6,71 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Punto di Vista nr.30/2001
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