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Le porte di Annamaria
Ferramosca non sono il limine, la soglia, oltre il quale ci si affaccia
ad un mondo altro, o sul quale si ristà inorriditi dall’oltre o in attesa
di avventi, non sono punti di arrivo e neppure di partenza; sarebbe errato anche
denominarli passaggi, per quanto a volte del passaggio rivelino
l’incantesimo. Sono piuttosto punti d’interconnessione, segnali di variabilità
che svelano mutamenti di colore, di azione, stati d’animo, tutto un susseguirsi
di minime variazioni tese a rendere evidente, a volte assoluto un elemento
sfuggente o un sentimento occulto.
Come osserva Ruffilli nella
prefazione “La risorsa di questa poesia è, appunto, la molteplicità stessa della
vita”. Una molteplicità che parte però da un punto di coagulo, un nocciolo che
tende a rivelare il frastagliarsi dell’interno, quel subbuglio che lo anima, lo
disarticola, lo ricompone per tornare a svariare nuovamente in tante piccole
diverse sfumature. È in questo senso una poesia del reale, poiché l’occhio, come
una porta appunto, si apre e si chiude, accoglie, incorpora o respinge le
immagini, che però non sono solo flash di vita colorata, quanto piuttosto
échantillons vari di situazioni esistenziali che nel complesso tornano a
formare il nucleo, a ridefinire la vita nella sua essenzialità.
Il sottile flusso ironico che
scorre sottotraccia e a volte affiora è l’indice di marcatura di una poesia in
perenne lotta da una parte col linguaggio, teso fino al limite di rotture
sintattico-espressive, non sempre poeticamente necessarie ma spesso illuminanti,
dall’altra con l’urgere della vita che pare a volte trovare nelle porte dei
punti di ostacolo che le impediscono di sgorgare liberamente. Nota acutamente la
Crowe Serrano: “All’interno della stessa poesia, silenzio e assenza si traducono
in vista, suono, tatto, odori. Un significato letterale si trasforma in due o
più significati assumendo nuova forma, ma mantenendo sempre un’assonanza
reciproca, per buona misura (perché proprio di questo si tratta, dare la misura
precisa alle parole), in modo che tutto contenga sempre il senso originale”.
Ecco allora che la porta diventa anche un punto di sosta, sosta forzata
dall’ingorgo che in quel punto la vita forma, e per riprendere il via deve
cercare nuovi flussi, accostamenti, accoppiamenti o rotture che permettano al
linguaggio di restituirla alla sua (nuova) realtà.
Una poesia del
reale dunque, ma un reale non statico, dinamico, evolutivo, anche trasformativo,
un reale, mi si passi l’ossimoro, “inventato”, ma non per questo meno vero. Il
gioco e l’impegno si passano la mano, attenti però a non mescolare i ruoli. Il
risultato è una poesia matura, controllata ma non ingabbiata, sicura nel suo
baluginante ondivagare.
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Recensione |
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Porte / Doors
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poesia
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| Autori |
| • | Annamaria Ferramosca |
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Edizione:
Edizioni del Leone
Spinea 2002 |
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| Prefazione di Paolo Ruffilli. Nota di Anamaria Crowe Serrano. Versione inglese di Anamaria Crowe Serrano e Riccardo Duranti. - pp. 128 |
| prezzo: € 10,33 |
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| Recensione a cura di |
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Pubblicata su:
Punto di Vista nr.35/2003
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