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In una lettera del 21 gennaio 1999 la Baldassarri mi scriveva “speriamo che l’anno appena iniziato abbia svolte più felici, per me”. Ma purtroppo il 31 maggio successivo, ringraziandomi per la recensione che avevo fatto al suo “Lo specchio capovolto”, mi informava che la “mia salute non va bene e mi costringe a letto : dopo nove cicli di chemioterapia, del resto, credo non ci si possa attendere di meglio”, ma non avrei mai immaginato che l’epilogo sarebbe stato così prossimo. Alla mia lettera successiva in cui la informavo di aver ricevuto direttamente dalla curatrice della collana Anna Ventura il suo ultimo volume di poesie “Sassi” non ci fu risposta, perché nel frattempo Rita Baldassarri ci aveva lasciato. Il suo ultimo volume, purtroppo, l’unico senza la sua dedica, non aveva fatto in tempo a inviarmelo.

Scriverne ora mi mette a disagio, io che mi ero sempre occupato delle sue precedenti raccolte, perché avevo intuito in lei una voce forte e fuori dal coro della poesia italiana. Sarebbe opportuno un bilancio, un consuntivo, inquadrare nella sua giusta luce la sua poesia in questo ultimo scorcio di secolo (“Acquaforte” è del 1980), ma che già sapeva guardare avanti oltre il discrimine del secolo, allargandosi in un terreno poco frequentato dalla poesia italiana in massima parte ancora ancorata agli esiti del novecentismo, gettando polloni e virgulti in quel post-moderno di cui tanto si discute ma poco si capisce. E questo bilancio, qualcuno, prima o poi, dovrà pur farlo.

La poesia della Baldassarri è una poesia di cose, legata al realismo della vita nel suo manifestarsi, è la poesia della nominazione e dell’osservazione, il suo è uno sguardo che non nasce dall’interno, viene da fuori e guarda, osserva, con la pazienza dell’entomologo la vita e la natura, anche se a volte (ma solo ultimamente) le sfugge qualche riflessione probabilmente condizionata dal suo stato di malattia : “E si continua a vivere. Sembra assurdo e si vive | si vive anche da soli | quando intorno si svuota | senza nessuna luce”. Scrivevo a proposito de “Lo specchio capovolto”: “...di poesia in poesia, di libro in libro, si avverte la forte determinazione di un progetto di fondo, che in questa descrizione apparentemente disumanizzata, tutta affidata in qualche modo allo scorrere naturale della vita, arriva per assenza a una presenza umana universale, panica, che si manifesta proprio in quell’allinearsi di parole, in segni di per sé inerti ma che rivelano quell’avvertito sopore di presenze umane, che comunque ci sono, prendono forma e colore e a quegli oggetti danno calore e vita”. Non solo, ma è in quella maniacale osservazione delle cose, animate e inanimate, nel fotografarne le sfumature, senza apparente partecipazione, quasi si trattasse di un occhio inerte e vitreo che ha il solo scopo di registrare, nominare, senza nessuna precisa identificazione fra il nominatore e il nominato, quasi che la partecipazione fosse una colpa dalla quale guardarsi (anche se non mancano, qua e là, come ho detto, abbandoni), che il progetto di cui dicevo sopra si fa evidente e il suo realismo ossessivo diviene il filo conduttore che ci porta in quel mondo dove il poeta vuole che vada il lettore. Giustamente osserva Anna Ventura nella Presentazione che se “non c’è presenza divina, in questo universo in cui la materia si travaglia [...] Però c’è amore, che si esprime negli infiniti sotterranei legami che intercorrono tra le varie entità presenti nel creato : una grande forza materna, cui si affianca la pietas per le creature più umili, indifese e sole”.

Recensione
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