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Classe 1983, nato a Savona e abitante nell’entroterra, a Pontinvrea, studente di Filosofia all’Università di Genova, Andrea Tripodi con questo “romanzo breve” o “racconto lungo” – come lo si voglia chiamare – è alla sua prima esperienza letteraria. È una storia d’amore quella che viene descritta, breve ma intensa, dai primi approcci alle mille domande e ai mille dubbi, dalle prime tenerezze sul palcoscenico della Riviera a un viaggio compiuto in compagnia di altri giovani in direzione della Polonia, fino ad arrivare al termine dell’estate e a un’inattesa conclusione.

Un’atmosfera di velata tenerezza e un finale di intensa “saudade” avvolgono la passione del giovane protagonista (tutto il racconto è svolto in prima persona) per una ragazza che, incarnando l’ideale dell’amore, ne assorbe per un’intera estate tutti i pensieri, tutte le azioni, tutta la vita. Attorno al fulcro della vicenda amorosa, sullo sfondo di un luminoso paesaggio ligure e della “Côte d’Azur” e di un plumbeo paesaggio dell’Europa dell’Est, Andrea Tripodi considera e descrive, in chiara, semplice e pacata prosa, le abitudini, le aspirazioni, gli ideali politici e sociali, i sogni di un’intera generazione che nonostante i tempi non ha ancora perso – vivaddio – la voglia di vivere, di viaggiare, di sognare.

L’estate è la vera primadonna di questo romanzo breve (che si dipana sotto forma di cronaca, in undici capitoletti): non perché descritta e lodata nei giorni e nelle opere che l’accompagnano, ma perché – se così si può dire – filtrata attraverso i sensi dell’Autore; egli fa dell’estate una parte di se stesso, la rimescola alle forme del suo essere, per annientarvisi insieme alla donna amata. Così che, quando finisce l’estate, anche l’amore finisce e non resta che la struggente nostalgia, il ripercorrere i luoghi, il rammentare i momenti più belli. L’anima ebbra di felicità del giovane non può intravvedere la grande ombra che si spalanca al di là dei giorni solari, non può presentire che una gioia sbocciata sulla cima dei sentimenti e dei sensi si sfoglierà alle prime avvisaglie d’autunno. “Estate, Estate mia, non declinare!”: così pregava il Vate D’Annunzio nel suo capolavoro assoluto, l’Alcyone; e così pare invocare, dentro di sé, anche il nostro giovane amico. Nel contrasto tra il fiducioso, intenso abbandono alla gioia dell’amore e l’insopprimibile malinconia del distacco, alla fine della storia, nasce la parte migliore di questa operetta. “Prime righe” di piana e facile lettura, che lasciano una sovrabbondanza di spunti appena sfiorati: ci sono piaciuti soprattutto quelli del capitolo più denso, intitolato “In viaggio!”.

Nella sua esauriente prefazione, Bruno Marengo afferma che il racconto di Tripodi affronta il tema di una “educazione sentimentale”. II richiamo al grande romanzo di Gustave Flaubert è inevitabile: cambiano i tempi, ma una dose di sano romanticismo per fortuna non è del tutto sparita. Ci auguriamo che l’ideale di fermare sulla carta le proprie emozioni (al di là di qualunque possibile “modello”, sia esso Catullo o Flaubert o Goethe o Foscolo o D’Annunzio o innumerevoli altri autori più moderni) possa coinvolgere altri giovani (e, naturalmente, anche ragazze) che sentono in se stessi alimentarsi e crescere il “sacro fuoco” della scrittura.

Come scrive Marengo, “è vero che tutto scorre, ma è anche vero che tutto rimane fermo nel fondo della nostra memoria, laddove l’idea di una certa estate passata resterà come sognata e vissuta, come segno incancellabile della giovinezza”.

“Che la cèrula e fulva Estate sempre | abbia tu nel tuo cuore!”: questo era il voto del grande Poeta di Alcyone. Estendiamo toto corde questo augurio ad Andrea Tripodi e a tutti i giovani che, come lui, hanno deciso di dedicarsi al culto delle memorie più coinvolgenti attraverso la difficile, dura, a volte ingrata ma sempre affascinante arte della scrittura.

Recensione
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