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Il libro di Franca Maria Ferraris Di Valbormida il cuore, comprende quattro sezioni di poesie: “Le canzoni di Gea”, “Le canzoni di Ares”, “Sinfonie Valbormidesi”, “I canti di Levi”.

Ne “Le canzoni di Gea” (Gea è grecamente la terra madre), la sezione più consistente (52 liriche), la poetessa sa riprodurre le immagini del paesaggio e le persone in un contesto da cui ogni elemento trae diversa illuminazione, ma dall’insieme deriva un effetto corale unitario dove le misteriose armonie che pervadono quella zona d’entroterra ligure, vengono restituite con assoluta, poetica pienezza. Un afflato panico e panteistico percorre l’intero paesaggio dove la Val Bormida si trasfigura perfino in una divinità.... “tu Valbormida sei | la dea del fiume. | Una piccola dea di gorghi fondi, | di sassi e rive erbose | dove hanno vita breve | i semi delle rose” La narrazione procede attraverso ricordi di riti, di stagioni, di campi faticati, di paesi, di personaggi che hanno fatto la storia, ma soprattutto delle acque del fiume sempre presenti, assieme alle arcate e ai ponti che le sovrastano.

Come D’Annunzio in “Alcyone”, o come Sbarbaro in “Liguria”, la Ferraris costruisce qui il suo perpetuum carmen, un poema della natura sui mille aspetti della valle, una sinfonia variata di colori e immagini, di forme e suoni. Nella sezione di “Ares” (8 liriche) l’Autrice mostra una terra percorsa dai venti di guerra, calpestata da orme straniere: “Non solo ai campi ci fu la ferita | anche sul fiume ardevano i fuochi | e le armi cadevano | balzando come croci | di ferro sulle sponde”. È qui che compare la struggente figura della piccola Sarah, compagna di giochi e fantasie, portata via dai “carri di Amàn”: “.... sette le luci delle sue candele | sette gli anni che ho aspettato | sette i mari che ho navigato | sette i segreti del rosso cinabro | che ho custodito nel fondo del cuore | perché tu mai sei ritornata | a rivedere il tramonto sul fiume”. Nelle “Sinfonie Valbormidesi” l’Autrice aduna undici liriche dedicate ad Aldo Capasso (1909-1997), Poeta di questa terra, e alla di lui moglie Florette Morand, sua musa ispiratrice, nonché alla singolare figura di “Silvano il boscaiolo”, solitario sognatore che “aveva fatto del bosco quasi la sua dimora” come asserisce l’Autrice in una pagina di prosa che precede questa sezione. Silvano infatti fu “adottato” dal poeta Capasso e dalla moglie che lo addentrarono nel mondo della poesia, tanto che Silvano in un colloquio orfico col Poeta ormai scomparso dirà: “dammi la mano, Poeta. | Questa è la sponda della verità, | l’unico regno che possiamo avere | la dimora che suona | con l’eco del tuo canto”. Queste infatti le parole che la Ferraris fa pronunciare a Silvano dopo che, anch’egli scomparso, incontra sulla nuova sponda il Poeta che lo ha preceduto.

La raccolta si chiude con la sezione “Le canzoni di Levi” ispirate alle opere di Carlo Leone Gallo, il celebre pittore cairese (1875- 1960) di cui è riprodotto in copertina il quadro “Pecore in cielo” che dà altresì il titolo alla prima delle sette liriche: “A fil di vento vanno | con le zampe leggere come ali | le quiete pecorelle del Pittore | verso orizzonti di aurore australi”. Tra i quadri di Gallo e le liriche della Ferraris c’è come un’ intima corrispondenza d’amorosi sensi sì che l’autrice quando parla di lui potrebbe benissimo riferirsi a se stessa: “Ogni tua immagine | è luogo di memoria | ogni visione verità d’amore | ogni riflesso un eterno fluire | nell’arteria del fiume | del sangue dell’avello | nell’arco indivisibile del vivere e morire”. In un tempo in cui molti continuano ancora a cercare il vero senso della poesia in una stanca e monotona ripetizione di moduli oscuri espressi i linguaggi fumosi e contorti, è consolante constatare che esistono ancora “lirici puri” come la Ferraris. E per lirici puri intendo quei poeti che uniscono a pulizia di vocabolo e trasparenza di eloquio una fluente vena melodica. La Val Bormida ha espresso molte figure di poetesse, e Franca Maria Ferraris è sulla strada, ormai da tempo, che porta alle grandi vette.

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