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Luoghi comuni ancora da superare
Invito a una rilettura del Pascoli

Certa critica ha per decenni fuorviato il lettore, presentando il Pascoli sotto la luce esclusiva del “poeta delle piccole cose”, dei ricordi dolorosi, della natura georgica; sicuramente, il Pascoli è tutto questo: ma non è solo questo.
In realtà, egli è poeta complesso e “difficile”, forse uno dei più difficili della letteratura italiana: a dimostrarlo basta il travaglio critico che – ancor lui vivente e lungo tutto il corso del ’900 – ha caratterizzato la sua interpretazione (con esiti spesso polemicamente divergenti), al fine di scavare con i vari mezzi esegetici, non esclusa la critica semantica e quella psicoanalitica, nel mondo sotterraneo di colui che a ragione è considerato “il padre della poesia italiana moderna”.
Un critico acuto come Renato Serra osservava già nel 1910: “C’è qualcosa in quell’uomo che non si sa definire, qualche cosa di vivo, di mobile, di creatore: un getto perenne di forza che sfugge a ogni usato vincolo, che lo pone in mezzo al nostro universo invecchiato come un uomo libero e nuovo”. Gli faceva eco alcuni anni dopo il Galletti: “Questo poeta, esperto come pochi dei segreti dell’arte sua, questo sapiente ravvivatore dell’aurea latinità in versi lavorati con squisitezza umanistica, questa ultima prole di Virgilio è talora velato come l’Iside degli antichi misteri o come i mistici e allegorizzanti poeti medioevali”.
Come si vede, una nuova strada interpretativa era già stata tracciata all’inizio del secolo; si preferì invece insistere su alcune linee-guida che divennero ben presto trite e logore: e a questo contribuì lo stesso Pascoli nelle prefazioni alle sue opere e soprattutto nella famosa-famigerata prosa Il fanciullino (da “Pensieri e discorsi”), che è stata quasi sempre citata per individuare i suoi motivi poetici e il suo concetto di poesia. La poesia come ricordo e la poesia come contemplazione. La poesia come sentimento della natura, da cui deriva il senso di bontà che ci deve tutti affratellare in considerazione del dolore e del male del mondo. Semplicità, spontaneità, purezza dell’animo poetico sono dichiarate dal Pascoli stesso ne Il fanciullino come costanti inalterabili della poesia. In realtà, l’arte pascoliana è quanto di più complesso e nascosto si possa trovare; quanto alla “purezza”, note liriche come Digitale purpurea (dai “Primi poemetti”) e Il gelsomino notturno (dai “Canti di Castelvecchio”) contengono velati ma molto raffinati simbolismi erotici.
La miglior chiave di lettura del Pascoli resta sempre quella del simbolismo decadente. Esso si manifesta nelle forme esteriori attraverso un’accuratissima scelta di lessico, versificazione, metrica; mediante il frammentismo lirico, le analogie, le sinestesie, le metafore (Pascoli si può considerare, pur con le dovute distanze, il Mallarmé italiano); con gli inizi ex abrupto o in medias res, i finali a sorpresa, i frequenti flashbacks. E si manifesta nei contenuti, con la coscienza del male, il senso del mistero, dell’ indefinito, del vago; con la percezione dei più intimi segreti delle cose, quasi una penetrazione della realtà fisica operata dagli occhi del poeta come fossero raggi x; attraverso uno stravolgimento dell’ordine logico e gnoseologico, una dissoluzione dei normali rapporti percettivi, una relatività assoluta dello spazio e del tempo, della causa e dell’effetto.
La coscienza del male e il senso del mistero debbono invitare gli uomini alla pace (I due fratelli), che nasce dalla consapevolezza del Male che impera nel mondo (Ode al re morto). La militanza giovanile del Pascoli nell’Internazionale Socialista era una risposta a questa consapevolezza. Il senso del mistero domina la sua poesia (Il libro, I due fanciulli): il mistero è nella natura, è al fondo dell’universo, è nell’animo umano, e dalla sua percezione nasce la poesia che ha la funzione di una lampada che illumini questo quid indefinito che ci circonda.
Importantissima chiave di lettura pascoliana è quell’accennato stravolgimento del reale da lui operato attraverso le tematiche oniriche e visionarie, la dissoluzione dell’ordine consueto delle cose e l’affermazione di una dimensione metaspaziale e metatemporale dove tutto è possibile: tale è la chiave interpretativa dei “Carmina” latini, dove anche la lingua “morta” contribuisce ad affermare questa suggestiva e modernissima poetica. Paradossalmente, i “Carmina”, giudicati con severità dal Croce proprio perché scritti in latino, sono senza dubbio l’opera più moderna del Pascoli, dove egli raggiunge esiti degni di un Gérard De Nerval, di un Poe, di un Joyce, di una Woolf. Un capolavoro assoluto, purtroppo ancora ignoto a molti lettori, che non finisce di stupire gli stessi studiosi i quali da vari anni vi si dedicano con attenzione sempre crescente.
Il sentimento religioso e l’ispirazione cosmica sono stati indagati come nuclei fondamentali della poetica pascoliana. Svariate sono le poesie d’ispirazione religiosa: Suor Virginia, Paolo Uccello, In Oriente e In Occidente, Piccolo Vangelo, Gesù, Gog e Magog, i “Poemata Christiana”, tra cui spiccano Paedagogium, Fanum Apollinis, Centurio, Thallusa, alcuni dei quali giudicati “valori d’arte assoluti”. Dio non compare come certezza nella poesia del Pascoli, ma come nostalgia. È quella che il Cecchi definì “divinità interrogativa”: non attestata sul piano logico, ma presente e inquietante sul piano fantastico e sentimentale. Poesie d’ispirazione cosmica sono Il ciocco, Il bolide, L’aurora boreale, Alla cometa di Halley, La vertigine. L’indagine su queste liriche può servire a chiarire il problema religioso pascoliano. Il Pietrobono (uno dei due religiosi, l’altro è il Pistelli, molto amici del poeta) ci ha ricordato un suo colloquio col Pascoli in cui questi affermò: “Noi crediamo tutti e due alle stesse cose, con questa differenza: che tu le credi per il dogma, io no” (da: M. Olivieri-T. Sarasso, Antologia della letteratura italiana, Torino 1972, vol. III, p. 321).
Importantissimo aspetto dell’esegesi pascoliana è indagare su quella che per certa critica è stata la sua produzione “di secondo piano”, in particolare quei “Poemi Conviviali” (così intitolati perché pubblicati sulla raffinatissima rivista “Il Convito” di Adolfo de Bosis) che già il D’Annunzio giudicava il vertice assoluto dell’arte del poeta di San Mauro e paragonava alle proprie “Laudi”. Il Goffis ha definito i “Conviviali” “un capolavoro dello stile liberty”: l’alessandrinismo vi è presente (come del resto in tutta la produzione pascoliana, dalle “Myricae” ai “Carmina”) non per uno sterile gusto del décor, ma in quanto corrisponde ad un’intima esigenza di espressione e di comunicazione. Si potrebbe tracciare un parallelo, a questo proposito, tra la poesia del Pascoli e la pittura di Segantini, Previati, Pellizza da Volpedo, Sartorio, la scultura di Bistolfi o di Wildt, la musica di Puccini, Mascagni, Giordano, Cilea (o anche del grande Debussy).
Del tutto da scoprire anche il Pascoli prosatore, con quel suo stile nervoso, franto, a volte apparentemente incontrollato e improvvisato, in realtà zeppo di preziosismi lessicali e sintattici, sì che occorre talora rileggere due o tre volte qualche periodo prima di apprezzarlo compiutamente; da valorizzare il Pascoli critico (le antologie latine “Lyra” ed “Epos” sono capolavori di sensibilità interpretativa), il Pascoli dantista, il Pascoli traduttore dei classici (in particolare Omero e Virgilio) e dei moderni.
Per concludere, bisogna esaminare la produzione pascoliana come un unicum inscindibile, dove ogni parte è strettamente correlata all’altra, non ci sono salti o vuoti, e tutto (tranne forse l’oratoria nazionalistica e d’occasione) concorre a darci un’idea del suo vastissimo e complesso mondo interiore. Pertanto, non sono più accettabili discorsi critici che continuino a segnalare le “Myricae” come il suo “capolavoro” e tendano a sminuire la produzione “colta” (in particolare i “Conviviali” ed i “Carmina”) accusandola di retoricismo o facendola passare come l’opera di un “poeta- professore”, secondo logori e ritriti schemi crociani. Se è vero, ad esempio, che nel Carducci (guarda caso, il poeta preferito dal Croce) ci sono moltissime liriche da “poeta-professore”, nel Pascoli la cultura non è mai inutile sfoggio fine a se stesso, ma parte integrante della costruzione di quel suo mondo senza confini spaziali e temporali in cui tutto diventava possibile e in cui la sua vita, così povera di gioie esteriori, fu rischiarata dalla luce perenne della vera poesia.

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