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Un ponte verso la “poesia pura”

“Murmuri ed echi” di Mario Novaro

Mario Novaro nacque a Diano Marina nel 1868 da un’agiata famiglia borghese, minore di due anni del più noto fratello Angiolo Silvio, autore di delicate e suggestive poesie per l’infanzia. Studiò filosofia a Berlino dove si laureò con una tesi su Malebranche. Fondò e diresse dal 1899 al 1919 1’elegante rivista “La Riviera Ligure”, sorta come bollettino pubblicitario dell’azienda olearia di famiglia (la “Sasso” di Oneglia, tuttora in attività) e trasformatasi ben presto in prestigiosa rassegna di quanto di meglio si andava scrivendo nel periodo dorato della Belle Époque: su di essa si trovavano firme quali Pascoli, Pirandello, Gozzano, G.A. Borgese, Cecchi, Palazzeschi, Soffici, Cardarelli, Jahier, Sbarbaro, Boine, Roccatagliata Ceccardi, per tacer d’altri. Nel 1917 Novaro perse il figlio Mario, caduto al fronte nella Grande Guerra (stessa sorte toccata l’anno prima al figlio di Angiolo Silvio). La vita di Mario Novaro trascorse tra gli impegni dell’azienda e quelli letterari. Fu in contatto epistolare per oltre trent’anni con Marino Moretti e fu amico e confidente di molti poeti e letterati, verso i quali ebbe una vera e propria funzione di sponsor, come per Giovanni Boine, al quale affidò nel 1914 su “La Riviera Ligure” la rubrica di recensioni “Plausi e botte”, che divenne ben presto nota e temuta nel mondo delle lettere. Mario Novaro ad Oneglia abitava nella cosiddetta “Villa Gialla”, a poca distanza dalla “Villa Rossa” del fratello (entrambe le case sono ancora esistenti). Si spense ai Forti di Nava durante gli anni bui del secondo conflitto mondiale (1944).

Mario Novaro esordì come saggista pubblicando in tedesco la tesi di laurea nel 1893 a Berlino “Die philosophie des N. Malebranche”. Seguirono i “Pensieri metafisici di Malebranche” (Lanciano 1893), “La teoria della causalità in Malebranche” (Roma 1893) e “I1 concetto di infinito e il problema cosmologico” (Roma 1895).

In campo poetico è autore di un’unica raccolta, pubblicata dopo molte esitazioni e rimaneggiata sino alla morte: “Murmuri ed echi” (Napoli 1912, in edizione postuma definitiva a cura di G. Cassinelli, Milano 1975), recensita favorevolmente dal Boine su “La Voce” del 26 settembre 1912 ma pienamente valorizzata solo nel secondo dopoguerra da Carlo Bo. “Non c’e dubbio – scrive Bo di Novaro – che abbia contribuito direttamente e indirettamente (cioè, con le sue poesie e con la generosa accoglienza di tutti i giovani sui fogli della sua rivista) alla definizione di quella che sarebbe stata la lirica scarna degli anni fra il Trenta e il Quaranta”.

La poesia di Mario Novaro – rileva Giangiacomo Amoretti – viene alla luce in quel breve ma densissimo periodo che fa da confine tra i primi esperimenti poetici novecenteschi, siano essi crepuscolari, futuristi o vociani, ed un loro provvisorio assestamento, una loro definizione sotto la cifra dell’ermetismo. Franco Fortini, con un giudizio un po’ limitativo ma non privo di una certa verità, è dell’opinione che l’atmosfera e il tono dei versi novariani non siano “propriamente indipendenti dalle suggestioni dei crepuscolari” (crepuscolari che, unitamente al Pascoli, avevano influenzato anche la produzione del fratello Angiolo Silvio). All’opposto, Carlo Bo, come sopra riportato, carica la lirica del Novaro di una valenza anticipatrice dei risultati ermetici. Già i primi lettori dell’opera novariana vi trovarono elementi duri ed ostici che parevano interrompere il flusso lirico (Tommaso Parodi parlò di “ostentata filosofia, di gnoseologia, di metafisica”), quindi non in linea con il gusto dei crepuscolari per un discorso dimesso e scialbo, spesso ricco d’ironia. Tali elementi sono più congruenti con certa poetica ermetica, specie quella montaliana, dove l’aspro paesaggio ligure diventa, in uno stile anch’esso aspro e rotto, punto d’incontro tra emozioni e riflessioni esistenziali. Per questo motivo è stato visto nel Novaro uno dei padri della cosiddetta “linea ligure” nella lirica novecentesca.

Inoltre, come osserva Giuseppe Cassinelli, la poesia del Novaro “si distingue per una scrittura così asciutta e puntuale..., così disadorna da sembrare addirittura povera”. Proprio questo suo gusto per la parola poetica “essenziale” – e per questo più incisiva ed intensa – lo avvicina agli ermetici (cfr. il primo Ungaretti e la ricerca della “parola pura”).

In “Murmuri ed echi” si coglie “non soltanto l’assorta meditazione sulla fugacità del destino umano ed il senso profondo del mistero che circonda la vita in ogni sua forma, ma anche lo stupore attonito per le meraviglie del creato, la gioia che dona l’immergersi nella natura, il vagheggiamento della giovinezza, l’ansia metafisica, il trepidante ascolto della voce di Dio” (E. Andriuoli). Tale tensione religiosa e profondità di pensiero possono avvicinare Mario Novaro a Clemente Rebora (nato anch’ egli da un’agiata famiglia di origine ligure), a sua volta influenzato dal francese Péguy e dallo spagnolo Miguel de Unamuno.

Di Mario Novaro vogliamo qui riportare una breve lirica, “Pentecoste”:

    Pentecoste
campane del pomeriggio
lucido verde al sole
turchino di mare con sparse vele nuvole chiare
delle selve d’ulivi respiro mite

    e le campane
con tocchi chiari blandi
oh come tutto sarebbe felice
se potesse vanire
nel blando suono
delle campane.

Il Novaro, anziché affrontare – come aveva fatto il Manzoni negli “Inni Sacri” – il tema del mistero divino, ha colto felicemente l’atmosfera mite, serena, dolcemente consolatrice e soavemente luminosa in cui suole celebrarsi la Pentecoste, festa di rinnovamento spirituale e di speranza. L’ impostazione della lirica è straordinariamente moderna: non compare neppure un segno d’interpunzione (al contrario di tanti futuristi che ne predicavano l’abolizione ma poi erano più ligi alle regole dei classicisti! Qui Novaro segue il “flusso interiore” dell’ispirazione senza interruzioni, come potrebbero fare un Boine o un Campana); non ci sono rime, sostituite da assonanze e consonanze; ci sono ripetizioni (“campane” – “blandi” / “blando”), di solito evitate dai poeti “conservatori” (e che invece hanno una parte preminente, ad esempio, nei “Canti Orfici” di Campana); la sua suggestività deriva dalle immagini e dai suoni che si susseguono e si assorbono a vicenda, accavallandosi senza una rigida struttura sintattica e armonizzandosi fra loro con naturalezza. Il finale contiene il trapasso dalla realtà esterna (suono delle campane, paesaggio) alla realtà interiore (procedimento che sarà tipico della lirica ermetica): quale felicità, se tutto potesse svanire nella dolcezza del suono delle campane, e noi potessimo abbandonare ad esso i nostri affanni, lasciandoci quasi assorbire dalla mite e dolce natura che ci circonda! (A. Verra-F. Polio).

Questa breve poesia (che ci richiama come tema la notissima “Campana di Lombardia” dai “Canti anonimi” di Clemente Rebora) è emblematica della modernità stilistica e contenutistica del Novaro. Il soggetto, l’atmosfera ed il tono dimesso – come rileverebbe Fortini – potrebbero anche ricondurci al Crepuscolarismo; l’assenza di punteggiatura al Futurismo; il flusso lirico interiore alle esperienze vociane; semplici rimandi, però, filtrati e trascesi da una sensibilità già tutta proiettata verso una nuova stagione della lirica: la stagione della “poesia pura”.

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