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"La spirale è il principale segno che include la forma di questa poesia, come specchio del cosmo, e significa il moto divino dell’esistenza, un’alternanza di contrazione e di espansione [...] ed è anche nello stesso tempo un’icona della storia umana e ha come polo o culmine la Speranza, che è a sua volta asse del cuore, unica retta dell’universo." Così Bonifazi nella sua prefazione coglie la molla segreta del testo che proprio nel segno della spirale (titolo del terzo componimento da cui è tratto il virgolettato precedente) rinviene la figura principale. Ma la spirale culmina – e non si tratta di un gioco allitterativo – nella Speranza, virtù teologale cristiana, e la sua linea curva si scioglie in quella retta.

Peraltro questo libro dà uno spazio considerevole alla dimensione urbano-sociale della vita (frastuono dei veicoli, incrociarsi di passanti, vocio, ecc.), ma un occhio attentissimo è pronto a guardare in alto o comunque a cogliere quanto sfuggirebbe ad uno sguardo superficiale. Eccolo dunque fare sua la felicità degli alberi ("Felicità | questa forza di esistere | che più s’abissa più sale", p. 13). Se qui, nel rapporto tra radici e chioma degli alberi, è dato cogliere la polarità alto/basso, altrove troviamo imo/erto, ombra/abbaglio; ma direi che risulta dominante quella orizzontale/verticale in qualche modo verificabile anche nel segno della spirale (cfr. la vertiginosa Orizzontale/Verticale), dove la denotazione fisico- spaziale trapassa gradualmente in connotazione metafisica, convertendosi nella polarità "materiale-spirituale". In questo arco di pensiero è collocabile un testo come La gloria, dove si sfata il mito per eccellenza di poeti e artisti (la gloria appunto), troppo legato alla dimensione dell’orizzontalità e quindi da negare alle radici ("Non più tentazioni di gloria | illuso talismano contro morte | non più assillo d’emettere | traccia di sé creduta luminosa", p. 28).

Quella di Vinante è poesia senza orpelli né trasalimenti liricheggianti. Il linguaggio asciutto e roccioso appare concentrato sulla dimensione icastica (non a caso il lessema "icona" raggiunge un buon numero di occorrenze), rifuggendo dall’astrattezza in cui poteva sfociare una tensione religiosa non bene incanalata. L’atteggiamento critico-riflessivo è prevalente: esso si affida però non alla logica discorsiva ma all’intuizione analogica. Una poesia, la sua, che non scorre come acqua sul marmo e mi fa ricordare D. Thomas ("Una buona poesia è un contributo alla realtà. Il mondo non rimane mai lo stesso dopo che vi si è aggiunta una buona poesia") per il quale giustamente conta meno una poesia bella di una buona. Ora non ho alcun dubbio che quella di Vinante sia una buona poesia. Eppure, perchè no? è anche bella.

Recensione
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