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La leggerezza dell’illusione

Mirella

Preludio

“Non mi riconosce?” gli disse corrugando appena la fronte e inclinando un po’ la testa sulla spalla sinistra, mentre due file di denti solidi e bianchi si mostravano in un luminoso sorriso. “È vero che qualche anno è passato, però...; sono Mirella, Mirella Senesi, secondo banco verso la finestra, ricorda ?”

Senesi... Mirella... certo che la ricordava; però gli era difficile far combaciare l’immagine della bella ragazza dai lunghi capelli castani che gli stava di fronte, abbronzata e stretta in un paio di jeans che le scolpivano le forme, con quella della giovane allieva infermiera, timida e piuttosto appiattita nell’anonima divisa bianca di un tempo. Non era forse tra le migliori nel profitto, ma neppure andava male se in fondo se l’era sempre cavata studiando quanto le bastava per ottenere qualcosa di più della sufficienza e arrangiandosi d’altra parte a comunicare vantaggiosamente con i compagni durante le prove scritte in classe. Se l’aspettava meno spigliata, dal momento che la ricordava con quei suoi occhi scuri, sfuggenti e perlopiù abbassati sul quaderno degli appunti, oppure, in altri momenti, fissi e perduti dietro qualche pensiero lontano o qualche segreta preoccupazione.

“Sei cambiata parecchio, ti sei fatta più grande ...più donna”, – le disse un po’ arrossendo per la schietta risata della ragazza, proprio nel momento in cui si rendeva conto della banale ovvietà della sua osservazione – “ma si sa”– si provò a recuperare, mostrando d’ignorare il lieve inarcamento del tronco di lei, che le metteva in rilievo sulla camicetta le papille dei seni  – “un po’ di trucco e un discreto strato di rossetto ben distribuito possono far cambiare parecchio i connotati a una persona, non è vero?”

Mentre annuiva, lo informava sul motivo della sua venuta: aveva saputo che la Direzione sanitaria dell’Ospedale cercava infermieri per parecchi reparti, da assumere subito e proprio per il periodo estivo, e aveva quindi presentato domanda con la speranza di un buon esito; tanto che, se anche non fosse finita nel reparto dove lui lavorava, cosa del resto improbabile dal momento che non ne era stata fatta esplicita richiesta, non sarebbe comunque mancata qualche occasione, a mensa o da qualche altra parte, per potersi incontrare di nuovo o scambiare qualche impressione sul lavoro e su altri temi di comune interesse.

“Sono davvero pochi i prof che avrei voluto rivedere, e lei è certamente uno di questi” aggiunse con una particolare inflessione della voce a sottolineare un po’ maliziosamente quel “lei” col quale, mentre fugava ogni fraintendimento per una dichiarazione fin troppo affettuosa ed esplicita, provvedeva a frapporre tra loro una rassicurante distanza. “È stata Laura, ricorda, la mia vicina di banco, a dirmi che l’avrei trovata qui in ospedale, in questo reparto. Per la verità, per meglio identificarla, ha usato il soprannome che le davamo a scuola...”

“Come, come? I soprannomi di solito definiscono aspetti un po’ ridicoli o poco edificanti di una persona.”

“Non si preoccupi dottor Monaldi. Nel suo caso si trattava solo di un’espressione tenera e abbastanza simpatica, visto che non è mai stato una carogna con noi, anche se, per la verità, durante i compiti in classe passava continuamente avanti e indietro tra i banchi, impedendoci persino di dare una semplice occhiata ai nostri libri di testo”.

Il clackson di un’automobile ferma oltre il cancello dell’ospedale richiamò l’attenzione di lei verso un ragazzo dai folti capelli neri che stava alla guida e che la fissava dal finestrino semiaperto. Dopo un cenno d’intesa: “È il mio fidanzato che viene a recuperarmi” gli disse quasi scusandosi, e mentre si allontanava si voltò ancora un istante per aggiungere: “Allora, a presto!”

Mirella prese servizio presso il reparto urologico qualche giorno dopo quel loro primo incontro. Gli capitava qualche volta d’incrociarla per le scale, oppure al timbro o mentre sostavano in fila in attesa del loro turno per la mensa ed allora, molto familiarmente, gli parlava del suo impatto lavorativo e, pur senza eccessive lagnanze, dei rapporti non sempre facili che intercorrevano tra colleghi anziani e i nuovi arrivati: sapeva bene che, per questi ultimi, una certa remissività era un po’ lo scotto che si doveva pagare perché potessero essere accettati e benvoluti e, se anche ciò non era assolutamente giusto, come ci teneva a sottolineare, anche lei accettava tutto questo con una sorta di necessaria condiscendenza e con un po’ di “sano” fatalismo. “D’altra parte – concludeva – i musi lunghi non mi sono mai piaciuti e non vale certo la pena di amareggiarsi la vita solo per evitare un’incombenza fastidiosa o per scansare un turno scomodo. Piuttosto – proseguiva accennando a un complice sorriso – alle volte sono ben più fastidiose certe attenzioni un po’ interessate o certe ‘avances’ di alcuni colleghi maschi che ti stanno addosso senza quasi lasciarti respirare.”

Le giornate di quell’ultimo scorcio d’estate brillavano per la luce sfavillante e per il verde carico degli alberi aperti nel loro pieno rigoglio vegetativo, fino a che un limpido viola, ogni sera un po’ prima del giorno precedente, invadeva d’ombre la volta chiara del cielo.

Quando Monaldi terminava il suo lavoro in ospedale, prima di rientrare a casa dove, peraltro, non c’era alcuno ad attenderlo, dal momento che la moglie si trovava da tempo in vacanza con un’amica, indugiava volentieri per il percorso più lungo dei bastioni, che gli consentiva di godere un po’ ancora di quella tenue luminosità vespertina, che tanto bene si accordava con le sue pacate meditazioni di quell’ora del giorno. Gli piaceva seguire pigramente con lo sguardo le repentine traiettorie delle rondini che garrivano nell’aria o le tranquille effusioni di due ragazzi su una panchina lungo la strada, mentre nelle case si accendevano le prime luci elettriche ed in lontananza qua e là cominciavano a scintillare le prime rare stelle. Non pensava a niente di particolare e nello stesso tempo, senza alcuno sforzo, gli ritornavano alla mente certe situazioni o certi episodi della sua vita, come quando sua moglie aveva perso il bambino che portava in grembo, cadendo poi in una profonda depressione di cui pativa tuttora le conseguenze; per molti mesi ancora, dopo quel doloroso evento, per abitudine spesso percorrevano proprio quelle strade un po’ periferiche sostenendosi a vicenda, perlopiù silenziosi, con lo sguardo sui loro passi e un groppo alla gola. Non era stato facile riprendere la vita normale di coppia con quel sentimento d’irreparabile perdita che si frapponeva tra loro: sì, perché da allora, nonostante numerosi tentativi ed idonee terapie, nessuna nuova gravidanza era stata intrapresa dalla moglie, che in tal modo col tempo vedeva sempre più sfiorire in sé ogni residua speranza di maternità.

Il rombo del motore di una moto di grossa cilindrata, che dalla città alta scendeva a precipizio lungo la strada dei bastioni, lo strappò a forza dai suoi pensieri: la guidava un giovane aitante, dai lunghi capelli ondulati e un pizzo da moschettiere, stretto dall’abbraccio di una ragazza in jeans che seduta sul sedile posteriore, con la guancia contro la sua spalla e i capelli castani scomposti dalla corsa contro vento, aveva tutta l’aria di essere proprio Mirella.

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