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Allusioni (o illusioni) d’amore

Mirella

Andante

Nell’ampia sala illuminata del ristorante in collina i camerieri in giacca bianca e papillon nero cominciavano a servire le prime portate di antipasti multicolori sui vassoi rilucenti. L’invito a partecipare a quella cena di ritrovo di ex-allievi infermieri gliel’aveva fatto proprio Mirella, che 1’aveva pregato un po’ comicamente congiungendo i polpastrelli degli indici e assumendo un’espressione tra ingenua e compunta: “Non dica di no, doktor; ci saranno anche molti suoi colleghi e per noi sarà l’occasione di ritrovarci tutti assieme dopo qualche anno dal diploma. So che raggiungere il posto sarà un po’ complicato, ma basterà che arrivi oltre il ponte sul Po in macchina e lì ci sarò io con la mia a portarla a destinazione e poi, terminato tutto, a riaccompagnarla indietro.” Così Monaldi aveva accettato l’invito, finendo per trovarsi in quel chiassoso raduno, seduto a tavola proprio di fronte agli occhi chiari e luminosi, ormai più severi che dolci, di una bionda collega con la quale in tempi lontani c’era stata una tenera amicizia, senza che essa però, per varie ragioni, si fosse mai tramutata in qualcosa di veramente serio ed impegnativo.

Mirella, in un semplice abito nero stretto in vita e corto una spanna sopra il ginocchio, con spalline esili come quelle di una sottoveste, sedeva ad una tavolata insieme ai suoi compagni e di tanto in tanto si alzava dal suo posto per raggiungere all’altra estremità della tavola un gruppo di amiche, con cui parlava fitto e rideva allegramente, ricordando passate avventure scolastiche. Poi cominciarono i brindisi, scanditi ad alta voce dai più disinvolti tra i ragazzi, che avevano come destinatari perlopiù i vecchi insegnanti, o coppie di recente formazione, oppure lo staff direttivo.

Tra tanti volti conosciuti si notava qualche fisionomia meno familiare e a Monaldi parve di ravvisare nel giovane che durante i brindisi cingeva le spalle di Mirella, il ragazzo alto, dai lunghi capelli ondulati e il pizzo da moschettiere, che tempo addietro aveva visto scorrazzare con lei in moto, lungo la discesa dei bastioni.

Verso la fine della cena, alcuni commensali lasciarono la sala da pranzo per raggiungere quella attigua adibita a discoteca, dove anche Monaldi si lasciò trascinare, preso letteralmente per mano da una slanciata ex allieva dai rossi capelli a caschetto, che disinvoltamente lo introdusse alle danze. Nella penombra bluastra e fumosa della pista da ballo, mentre cingeva la giovane attento a muovere i passi secondo ritmi a lui ormai poco familiari, Monaldi osservava le movenze delle altre coppie che gli passavano accanto, gaie, sorridenti e spensierate come gli pareva si potesse esserlo solo all’inizio di un giovane amore. Quando però la musica si fece più dura e martellante, lasciò la pista e si sedette un po’ in disparte mettendosi ad osservare con una certa compiacenza Mirella, che nel frattempo, salita su un cubo, liberava il suo agile corpo come in un docile e appassionato abbandono a quel ritmo assordante e indiavolato. Alla fine dell’estemporanea esibizione ci fu un lungo applauso spontaneo, prima che la ragazza accaldata lasciasse la sala, assieme al suo accompagnatore di quella sera, per ritemprarsi un po’ all’aperto, al freddo nitore della notte invernale.

 

La strada, illuminata dai fari dell’automobile guidata da Mirella, si snodava lungo tornanti che si susseguivano secondo traiettorie abbastanza larghe e regolari, assecondando, nella discesa, il leggero pendio della collina. Monaldi, seduto accanto al posto di guida, osservava l’agile gioco di gambe della ragazza sui pedali, che dava alla corsa della vettura un che di nervoso e quasi di aggressivo; e mentre i mobili fasci luminosi scandagliavano zone di folta vegetazione che si alternavano a estesi prati, ripensava alla scena di poco prima, quando, appena salito in macchina, nel girarsi un poco sul fianco per allacciarsi la cintura di sicurezza, per caso aveva intravisto, attraverso i vetri fortemente appannati, Mirella indugiare in un lungo bacio appassionato al suo compagno per l’ultimo saluto, prima di salire a sua volta. Gli era parso allora molto probabile che fino a poco prima i due, quando erano usciti assieme dalla sala delle danze, potessero essersi appunto appartati in macchina e che forse proprio li avessero avuto modo di far l’amore.

“Il tuo fidanzato è sempre lo stesso? – le chiese a bruciapelo con un tono che mostrava una sorridente ironia – Oppure... non è il solo?”

Mirella, senza mostrarsi sorpresa: “Quello di prima non sta più con me – rispose tranquillamente – con lui era tutto troppo monotono, troppo banale; si facevano sempre le stesse cose, mentre io, a ventidue anni, voglio divertirmi, voglio vivere, o almeno provarci. In questi ultimi tempi non ho mai rinunciato a niente e ho cercato di fare quello che più mi piaceva, senza troppi pensieri.”

Le parole libere e decise di Mirella e 1’acre profumo che emanava dal suo corpo, diedero a Monaldi una breve vertigine. Per un istante si sentì completamente in balia del proprio desiderio, attratto da quella giovane donna seduta al suo fianco, piena di una vitalità e di una seduzione di cui solo allora gli pareva di avvertire la forza coinvolgente. Con un movimento quasi automatico e distratto, allungò la mano sopra le ginocchia di lei, dicendo con voce bassa e quasi sopraffatta dal rumore della ventola sul cruscotto: “Alla tua età, in fondo, è giusto che sia così.”

Mirella continuava a guidare, fissando la strada davanti a sé, senza alcun turbamento e senza mostrare per quel gesto né gradimento, né fastidio. A Monaldi, invece, nella circostanza balenò in mente il pensiero della moglie rimasta a casa, che in fondo ancora amava, e soprattutto avvertì l’imbarazzo proprio di un uomo della sua età che non disdegnava di chiedere, in un modo così poco diretto e quasi di sotterfugio, un po’ di passione a poco prezzo. Lentamente si risistemò sul sedile, ricomponendosi le mani in grembo e gettò lo sguardo fuori dal finestrino, dove scorreva rapido il paesaggio notturno. Parlarono ancora, solo con un’iniziale minima esitazione, della serata trascorsa, dei tanti incontri inattesi e delle molte fisionomie mutate, o addirittura sconvolte, dagli anni. Risero anche di alcune vecchie storielle scolastiche divertenti e talora anche un po’ piccanti.

Quando arrivarono a destinazione, Mirella spense il motore e guardando bene in viso Monadi: “Allora grazie di tutto, doktor, e buona notte” disse. Poi sporgendosi un poco verso il sedile di lui, come a sollecitarne un bacio affettuoso: “Buon anno anche, visto che mancano ancora solo pochi giorni a quello nuovo.” Monaldi la bacio sulla guancia accalorata, che gli fu offerta allegramente e di buon grado contro le labbra, con una pressione un po’ più intensa e più prolungata di quanto egli si aspettasse

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