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Come talvolta accade il titolo di un racconto diventa il titolo di un’intera raccolta Il corallo e la rosa: storie semplici, contenuti che sanno di varie quotidianità, impreziosite però da un linguaggio curato, attento, elevato. In effetti, è una prosa raffinata quella di Alfredo Agresti, dalla frase spesso complessa, lunga, costruita su subordinate talvolta, talvolta invece resa breve e scattante, ma ricca di termini aulici.

Fra tutti, il tema più diffuso è l’amore, o piuttosto, l’incontro tra l’uomo e la donna di cui il narratore è sempre protagonista, tranne proprio ne Il corallo e la rosa quando si trasforma, invece, in attento osservatore e fa suo, comunque, il definitivo commento alla vicenda raccontata.

La prima persona narrante pare tramutare i racconti in ricordi, evocando luoghi e tempi dal sapore lontano che, grazie alla varietà di spazi e personaggi, sembrerebbero non appartenere a un unico io – quello dell’autore…? – se non fosse per alcuni artifici ricorrenti: personaggi chiamati con certe loro caratteristiche piuttosto che con i loro nomi propri (la Rossa, per esempio, o la Sarda, la Pisana, l’Amico, il Narratore, l’Attore…); dettagli fisici (soprattutto nella descrizione delle donne) che, come i ricordi, non procedono in maniera uniforme, ma si soffermano su aspetti particolari, essenziali soprattutto per colui che descrive; insomma, atmosfere simili pur in luoghi e tempi diversi.

Ciò che l’autore riesce a creare con grande abilità è la cornice giusta entro cui collocare ogni storia, a cui sa aggiungere un sapiente alone di mistero. Il narratore ci invita a entrare da quella porta antica e semiaperta che è il racconto – azzeccatissima la stessa copertina del libro – dietro alla quale non tutto però viene spiegato.

La storia finisce nel momento in cui il narratore arresta la penna: che ne sarà, o ne è stato, dei vari personaggi? “Sale talora un soffio tiepido a tentare le vele, cara Penelope, e l’ancora sussulta dai sedimenti mobili dell’intatto desiderio”.

Recensione
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