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Nitido è il “plenilunio” di Tavčar – di una “estrema chiarezza” come evidenzia nella prefazione Eugenio Rebecchi. Oltre le costellazioni si trova l’amore: o nella preghiera, propaggine d’eterno che lumina il quotidiano. In una tensione di vivere che conduce all’ “apoteosi del sole” non hanno posto disperazioni e rassegnazioni (“ma il destino | non mi possiede”). Vivere è importante – più che sognare (“nel vivere | la verità | dell’esistenza”), nella consapevolezza di un dolore destinato a rinnovarsi così che “il prezzo del vivere | è raddoppiato”. Ma anche allora “canta piuttosto | delle allegrezze”, anche allora risana le ferite nel momentaneo silenzio.

Il senso del vivere di Tavčar è programmaticamente esposto nella lirica “Anch’io ho diritto”: il coacervo di sbagli, ripensamenti, colpe, incoerenze vale a maturare l’anima secondo le linee di un misterioso disegno – e si completa nei termini espressi dalla poesia “Il mio limite”: “non credere | alle cose fugaci”, amare “le grandi distese”; limite è ancora la fede “che crede | in ciò che fa”, ma che per sua natura infinita, si traduce in un non-limite.

In alternanza di momenti sottotono – quando il vivere pare sterile – con esaltazioni espresse dalla sete di assoluto si percorre un cammino di ricerca in traccia di valenze universali.

Recensione
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