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“La vista non può andare là, | le parole non possono andare, | né la mente, | noi non possiamo sapere, | noi non possiamo capire, | come si può spiegare ciò? | Ciò è altro di quello che si conosce. | Ciò è sopra lo sconosciuto.” (Kena Upanisad)

È sempre con stupore che si sfoglia un libro di Maria Franca Ferraris: meraviglia per l’onda di sentimenti che vi scorrono dentro e dai quali traspare una grande forza intrepida e un’elevata qualità dell’animo. Così è anche per quest’ultimo, una raccolta di liriche, impreziosite da citazioni e versetti, quasi una linea guida, che si rivolgono all’alto, a ciò che è al di sopra del conosciuto, dello sperimentabile, appunto. E ripercorrono la storia dell’umanità che, purtroppo, “ancora scopre spazi | dove Babele si nasconde”, una ricerca di pace “Dov’è la pace? | Noi non la conosciamo. | Non c’è pace | accanto a questa triste ciminiera… | e già altro sangue è sceso | ad arrossare l’acqua” che accomuna le religioni della terra beffardamente mal interpretate dalla sete di potere dell’uomo.

Vive tra le carte un’umanità intera che non ha saputo scegliere il bene, ma implora “il tempo del perdono”: “Continua tu a salvarci | dalla bufera | dei nostri cuori assenti.”, una terra senza quei confini che, inutilmente, proteggono dall’estraneo, ma dividono dall’eterno e condannano ad una dura sofferenza la “dolente umanità… | che sovente ride | soltanto con le labbra”.

La devozione a Cristo, a Maria, a Santi e Beati quali Padre Pio, San Francesco, Madre Teresa di Calcutta, si manifesta con voce salda e sicura – la strada chiara è tracciata – e con delicate immagini poetiche “un giorno d’inverno… | trovai in una grotta | un piccolo bambino appena nato”. O ancora: “C’è un raggio di sole | che incontro ogni mattina | ad una svolta”.

Ma è una strada dura di tribolazioni e sconfitte, che noi tutti conosciamo bene, e solo c’è soluzione all’umano destino nel comprendere che “trascinando con fatica la mia croce… | vidi | che accanto a me issavano | un’altra croce” e si dispiega attraverso “la grazia dell’amore”.

Maria Franca sa parlare della pena con espressioni misurate e terse, mai la dignità dell’essere umano e del rispetto vien meno, anche se “Teme troppo le spine | la mia fronte”, il riscatto è nel coraggio di ammettere la pochezza dell’uomo davanti a Dio.

Il lavoro della poetessa, dunque, sta nell’aver raccolto, nel tempo, una ricca esperienza di vita, nel non aver negato se stessa agli altri; oggi, consapevole e saggia di un fecondo cammino, sa porgere il suo vissuto sublimato, perché possa essere il vissuto dell’uomo.

Infine, i versi “E se in questa preghiera | noi pensassimo | a un’amicizia vera tra fratelli, | a un grande mantello | tessuto assieme | da mani allacciate” mi pare siano la giusta intonazione del pensiero dell’autrice che, in queste pagine di “Amor sacro”, si apre a impulsi vasti di universalità, fratellanza ed amore. E così potrebbe essere anche per noi, se noi pensassimo, magari, a conservare questo libro, denso di valori assoluti, di amore terreno quale ci viene proposto da un Essere Trascendente, sul nostro comodino. Ogni sera, potremmo rileggere con attenzione una di queste composizioni, una diletta preghiera con la quale avviare la notte. Il sonno, presago di sogni da tramutare in atti, condurrebbe la nostra anima su di un sentiero che rende il mondo migliore. Così io credo debba essere la vera poesia: non abile artificio formale o ricerca estetica fine a se stessa, ma utile elemento di trasmissione e perpetuazione di valori, di sentire che possa gettare semi – tanti – ed innalzare solide barriere all’avanzare del male.

Tutto questo perché l’uomo possa essere felice.

Recensione
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