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È sempre intellettualmente piacevole e interessante accostare testi presentati con traduzione a fronte perché ogni volta rivelano ricchezze e limiti dell’operazione – in racconto e reinvenzione. Operazione perciò che diventa gioco della parola e con la parola, dove ulteriormente si creano emozioni, e che ti avvicina ad un altro pensiero. E se è vero che l’uomo è il suo linguaggio, il linguaggio scritto (e quello poetico in particolare) ti prenderà il tempo per vedere il volto magari del non detto nella lingua madre; in primo luogo dove la diversità culturale si dice attraverso le immagini, le figure, le locuzioni familiari e gli idiomatismi, mai semplici da portare in versione. È il caso qui di “Amolore” di Duccio Castelli. Già il titolo, assemblato, non potrebbe avere riscontri senza rischio. In italiano infatti lo si legge come un innesto di amo(re) e (do)lore: come potrebbe, ad esempio, tradursi in spagnolo il dolore? dolor o pena? visto che il primo vocabolo più insiste sul riferimento fisico e il secondo su quello spirituale? Il non aver tradotto il titolo, se da un lato risolve il problema, dall’altro lascia l’interlocutore ispanico davanti ad una dizione che non dice, meglio: che non gli dice, e che dunque in qualche modo lo priva di una chiave di lettura di tutta l’opera. Chiave non certo obbligante ma che sicuramente sarebbe stata propositiva.

L’intera raccolta però vanta traslazioni spesso splendide e comunque ri-creative: basterà vedere, a mo’ d’esempio, alle pp. 24 e 25 come “Scatola cinese” sia intuitivamente convertita in “Muñeca rusa” (lett. Bambola russa, la più nota da noi matriosca) o, sempre a titolo indicativo, la riduzione operata in “Pugilatore”/“Boxeador” (pp. 58 e 59), di cui, per altro, il testo spagnolo – decongestionato e reinventato, nell’interpretazione – sembra aprire spazi in parte bloccati dalla superiore descrittività dell’italiano. In ogni caso, a lettura compiuta, ci si accorgerà di aver attraversato più letture e più poeti in uno. Verrebbe allora voglia di chiedere: chi è il poeta? Ma un saggio indiano ammonisce: se ti piace la poesia non andare a vedere il poeta… Perché Duccio Castelli va trovato qui, anomalo e sapiente e sapido insieme; va incontrato nella levatura della sua poesia. Cosa che deve aver impegnato non poco il traduttore Christian Amenabar se riesce a restituire composizioni di rara, raffinata sensibilità.

Ascoltiamo ad occhi chiusi. “Il profumo | dell’erbe americane | incredibilmente presente | come labbra di donna. | Me lo ero scordato”. “El perfume | de las hierbas americanas | allí | como labios de novia. | Se me había olvidado”. E l’aver tradotto “labbra di donna” con “labios de novia” è inchiodato l’“incredibilmente presente” in “allí”, denota che solo un altro poeta può tradurre un poeta. Lo dev’essere almeno nell’anima.

Recensione
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