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Ingenera stupore la poesia di Rossano Onano perché, accanto alla lucida follia di un inquietante raccontare, pone in rapporto dialogale la propria vicenda con la storia umana e la metastoria, o didimostoria. Non detta né dicibile, proprio perché apofatica quest’ultima e totalmente altra può essere dall’attore e dal lettore percepita soltanto: per sé e per il suo cosmo intorno. Sarà per questo che i grandi si sono spesso avvicinati alle iniziazioni: il desiderio di capire e di tradurre – e anche magari di tradire – è stato e resta tentazione forte, se è vero che “l’urlo | corrompe ancora (oh, ancora) della sirena bifronte”. Quasi un doppio e la sua proiezione!

È con questa didascalia che bisognerà allora accostarsi a Homo non dice, avendo a mente che ogni esasperazione è volutamente provocatoria e che l’equivoco, ora latente ora ad arte palese, è un motivo fondante del comunicare; anzi, di un probabile “totale comunicare”, comunque veritiero e comunque veritativo. Ed è, come si diceva, da questa follia (in fondo, nuda verità) che muovono i versi di Onano, vestiti di suoni e immagini, anche ardite, di metafore, di parabole, di iperboli. Temi esistenziali, radicali e inalienabili, passano, grani di rosario, tra le dita: e vanno toccati, centellinati, assaporati, benché amari, fino all’ultimo e fino all’intimo. Né vi ha senso una sia pur labile distinzione tra pubblico e privato se il tutto rientra in quel grande volume, unitario e trinitario allo stesso tempo, dal quale si era partiti. Né importa ancora se, come da sempre, alla fine non avremo capito: l’aver compreso, come il poeta, e l’essersi fatti comprendere sarà già conquista sufficiente perché ognuno adisca la via più prossima alla propria dimensione. Ma sarà anche conferma e sigillo di un ritrovarsi del tutto umani, fino alla radice e senza condizione di limite, dato che “questa cerimonia non mi rassicura, | ora che sono dispensato dalla debolezza | di piangere, ora che il gallo canterà | presumo tre volte e tu mi manchi”.

Quale dichiarazione più autentica di consapevole impotenza?! Perché è in questo “luogo” che si compie l’esistenza apparente, in ricordi e memoria, in corse all’ignoto e nostalgia alle spalle; in breve: nell’incertezza della certezza che ci connota mortiferamente intelligenti e diabolicamente divini, nel continuum fuggevole che pure sentiamo decisamente esistere. E con sulla bocca una domanda persistente e che sempre e da sempre attende risposta: “quanto dista l’ultima biglietteria | ipotizzata, luminosa, in termini | di tempo accessibile, di metratura?”

Ove non fosse per questo quesito che ci seguita dal giorno natale, la vita quand’anche infinita qui, perderebbe di senso. E lo sa Rossano Onano quando nel tessuto maliziosamente intreccia: “la città è quieta oltre | ogni limite di sopportabilità, per questo | l’architetto è mancino”...

Recensione
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