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È quasi impossibile comprendere a fondo Le piste del tempo di Martiniello senza riferirsi prima a I canti della memoria (Ibiskos).

L'una e l'altra silloge, infatti, stanno tra loro in rapporto speculare, vis-à-vis. Solo che in questa raccolta in evidenza si tocca definitivamente con mano la lente deformante che separa, il limite che fraziona, il vetro disargentato che deturpa. La tensione del poeta è sempre alta. La saggezza del suo linguaggio preziosa. E questo c'induce a constatare con ancor maggiore coscienza ciò che ci è sfuggito di mano, ciò che abbiamo perduto per sempre, ciò che ci assale di continuo dentro. E si annota così il solco dell'idiozia collettiva, la frantumazione dell'anonimato individuale, dove perfino il numinoso dell'amore e della morte (due fondamentali sacramenti universali) viene spento. Al tempo medesimo, però, "Le piste del tempo" segna la condizione esistenziale di tutta la cultura dominante oggi: derivata dal passaggio fulmineo da uno storico "come eravamo" all'attuale "quel che non-siamo". E la nausea che emerge – non sempre sottile, in verità – assume concretezza quasi visiva e palpabile nel quadro o nell'occasione o nell'attimo intuitivo che il poeta, nella sua umanità, sa illustrare. Due timbri e due toni, dunque, in queste recenti plaquettes ma complementari, quasi a marcare il verso e il retto della stessa moneta: che non pagava, è vero, allora ("È cento volte più preziosa la farina | d'un "carrino", che dà la spiga raccattata | quando l'annata è ricca di paglia, | ma scarsa di grano": così in "I canti della memoria") ma che adesso ovunque inflaziona il suo corso ("Qui si paga anche il calore d'una stretta | di mano"). Come si vede, essere poeta significa anche comunicare le opposte angolature dei registri dell'esserci (Dasein) e del niente dell'uomo. E Pasquale Martiniello lo fa; e lo fa con accenti che vanno ben oltre l'esercizio di un intellettuale. Lo fa con l'esperienza vissuta e con l'anima di un'autentica poesia.

Recensione
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