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L’orlo del bicchiere è stato raggiunto, e dunque la misura è colma. Dimentico della sapienza antica, l’uomo più non si contempla come inserito nel mondo e più non conosce il “nulla di troppo”. Perfino la filosofia allora pare in fallimento. E quello che avanza, infatti, non è l’atteso Uomo Superiore: è un omuncolo irretito dalle sue opere, dalle sue smanie di onnipotenza. È il piccolo uomo che ha bruciato la sua casa...

Insomma, alla frattura verticale dell’ordine è seguita, immediata, la frattura orizzontale. E il disordine conseguente porta solo corruzione a tutto campo. Oh come lo dice bene, nei suoi versi, Pasquale Martiniello! Ci voleva la voce di un poeta - voce ampia e coinvolgente - per esprimere con tensione alta lo stato delle cose, l’inferno dei giorni!

A provocare tanta devastazione è stata proprio, in primo luogo, la nostra cultura, il nostro opulento Occidente. Ma questo stesso Occidente ha ancora, secondo il poeta, una chance di salvezza: è il ritorno al significato profondo della fede, a quel “credo” nel divino nell’uomo che, filo d’Arianna, può consentire l’uscita dal labirinto e ricostituire la civiltà. In questa luce va, quindi, compreso l’inno allo Spirito che conclude la silloge. È un messaggio, pertanto, che va letto secondo una “eco-logia” onnicomprensiva; e, se vogliamo, anche secondo una precisa teologia d’ascendenza biblica: dal ceppo sul quale sta per abbattersi la scure, può spuntare un nuovo pollone. Come dire, la cristificazione permanente dell’uomo che, ancora una volta, parte dal “resto”. O: dal diluvio, la vita nuova.

In quest’ottica, giova perciò sottolineare che la missiva di Martiniello si propone a partire da sé, il suo occhio e la sua storia diventando memoria a raggio ampio, segno e simbolo che, nei fatti e negli eventi, sono specchio vivo ad ognuno di noi; confermando dunque, con ciò, anche la funzione del poeta nell’oggi. Poesia non solo per interiore esigenza e sazietà ma per comunicare anche ad altri il sublime della parola che porta la vita.

Recensione
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