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E se la parola, di questo tempo, è angelo decaduto, perché angelo del malessere e dell’essere-male, in Martiniello può ritrovare la sua genuinità, la sua vera potenzialità creatrice. E non da adesso, per la verità, perché l’invidiabile ossessione di questo poeta e la gnosi profonda che lo governa sono testimoni da sempre nella sua vita di quanto sia assidua la frequentazione dei suoni e degli echi reconditi che essa parola produce ed esalta; ed è con questa parola infatti – sondata fin nei suoi opposti – che può dire e darci l’informazione d’un arcobaleno sempre possibile, anche e proprio ora.

“Non scrivo per i posteri,” affermava E. Wallace, “ma per domani mattina”. Bene, anche Martiniello ha presente l’immediato, ma consegue densità che si fanno glifi destinati a durare nel tempo, perché germinano quelle utopie che coniano l’uomo, la sua coscienza, la sua dignità. Ed “Ossimori”, che a buona ragione torna sui temi già affrontati, in quest’occasione si evidenzia soprattutto per la sua straordinaria tonalità, per la scansione non riducibile, per la costante tensione: urgenze della filosofia dell’esistere e del contesto vitale dovuto. I testi andranno più volte assaporati (e l’acre dovrà impregnare le papille gustative!) e poi metabolizzati fino a diventare uno con il tuo io. In effetti sono stati stilati, e prima ancora sofferti, per togliere da uno stato di torpore, per produrre consapevolezza, per accendere lo sguardo attivo del discernimento.

E se l’uomo Martiniello ha elaborato la sua parte – con sovrana, civile passione –, il poeta immette l’anima nelle sue missive, le rende efficaci ed efficienti: tanto da realizzare un esempio di rara caratura letteraria (anche attraverso il recupero e la riproposizione dei lacerti cupi della memoria, ora riaffioranti come ricordo ora ripresi con la forza del simbolo), per etica ed estetica, nella poesia contemporanea.

Recensione
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