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Se è dell’immagine e del simbolo il sapere antico, Delmina Sivieri ne decifra – a volte cautamente, a volte castamente – il valore primigenio: e a partire da quella lirica che denomina tutta la collezione.

Amore, allora, come nitore – come neve ma anche come la sclera dell’occhio e come lo spirito dell’acino che inebria ma anche tonifica e vivifica. Ed uno scorrere d’acqua che partecipa vita e azzera, nel suo fluire, il “volume del tempo” e rimanda ad esperienze che trascendono il noto vissuto per indicare contorni e più nitide visioni del non-noto, del percettivo: di ciò che, in fondo, non sappiamo di già sapere sino a quando non sei costretto ad ammettere che “Tutto quello che non ho | lo devo al mio cervello”. Ne consegue la sconfitta dei nostri travails pseudorazionali e la schiusa (almeno occasionale) di “un mattino d’oro”.

A ben guardare, perciò, i punti estremi del segmento di vita qui non altro sarebbero che accidenti, epperò funzionali ad accedere alla linea aurea “aperta nel buio dal lume | … | che nutre ognora la psiche”. Cosicché il paesaggio di quanto radica nella temporalità si fa specchio incontestabile di grandezze altre, di geometrie non-euclidee rappresentate da un univoco tratto, solennemente umano e contemplativamente divino, che rende espliciti la metà dei grandi archetipi che segnano l’esserci: il bisogno di sentirsi amati, la necessità di amare sempre.

La poesia della Sivieri va acquisita ed accolta, quindi, come una insostituibile orografia, o comunque come un impegnativo rilievo, attestante l’intatta bellezza: e mentre dormi. Ed inoltre, nel segno dell’eterna femminilità dell’amore (in eros ed agàpe) che, per la squisitezza stessa dei versi, sa comunicare tenerezza e commozione e la piena condivisione degli orizzonti umani. Secondo proprio l’Uva bianca.

Recensione
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