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Sette racconti intensi che si inoltrano nell’inconscio dei loro personaggi, confondendo realtà e sogno, percorrendo strade che all’improvviso finiscono, costringendoci a tornare indietro, ad aprire gli occhi della mente. A volte con un sorriso come in “Confidenze tra amiche”, a volte con semplice stupore, altre volte lasciandoci un profondo senso di tristezza, di malinconia come in “Vorrei dirti...”, dove ci chiediamo fino a che punto i nostri desideri sono sovrastati dal fato ...se la felicità sia solo un’utopia, un qualcosa di possibile solo nei nostri sogni...

Ma la vita non è forse questo?
Rincorrere quello che immaginiamo e quindi tentare di afferrare la felicità?

All’inizio di quasi ogni racconto troviamo poi delle brevi frasi, pensieri di autori come Goethe e Virginia Woolf, che ci introducono nella dimensione del racconto e che ci fanno percepire la sensibilità dell’autrice nel ritrarre una parte di sé dentro lo spirito di questi personaggi.

Tutto questo la Casagrande ce lo comunica con uno stile omogeneo, molto scorrevole, che sa essere ironico, sorprendente ma anche molto toccante. E mostrando una particolare delicatezza nel cogliere le corrispondenze tra l’ambiente esterno ed i sentimenti dell’individuo (eredità questa del romanticismo ottocentesco), come nel penultimo racconto “Vorrei dirti...”. E come dimenticare Zoe de “La sbandata” con l’ingegnere-imprenditore della fabbrichetta veneta e lei donna felicemente sposata ma sola dentro. In questo, come in altri racconti, emerge un Veneto sconosciuto, più interiore, spesso lontano, molto lontano dal mitico nord-est.

Un affresco di piccole storie, architetture letterarie di storie però rese grandi da un’area di sentimento triste.

Recensione
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