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Le muse: sempre invocate, spesso non trovate

Cantami, o diva, del pelide Achille...

Michela Torcellan

Erano nove sorelle e vivevano alle pendici dell’Elicona. Tutti in questa definizione possono scorgere “la carta di identità” delle Muse. Eppure queste divine protettrici delle arti sono tra le figure meno conosciute della mitologia classica. Anche le parole da esse derivate, come musica e museo, oggi vengono usate quasi soprappensiero, senza riflettere da quali sacre entità esse traggano ispirazione. Nell’immaginario collettivo si collegano a leziosi quadretti di danze muliebri e veli ondeggianti, pifferi e arpe. Tuttavia le Muse avevano un significato ben preciso.

Il loro nome deriva probabilmente dal verbo myèin, che significa ‘iniziare ai misteri’, introdurre al segreto delle cose. Nate da una delle tante unioni di Zeus, hanno una madre il cui nome è da solo un programma: Mnemòsyne, cioè la memoria e Mneiai (le Memorie) venivano anche chiamate. Le Muse quindi nascono per conoscere e per ricordare. Ricordare è anche tramandare, perciò dipanare quel filo che collega il passato al presente e prepara il futuro. Ma le Muse donavano agli uomini anche la lesmosyne, cioè l’oblio, facendo cessare le sofferenze, le preoccupazioni, il dolore. Nate alle pendici dell’Olimpo, esse erano state subito portate sull’Elicona, uno dei due monti – l’altro è il Parnaso – che dominano Delfi, il luogo sacro per eccellenza, “l’ombelico del mondo”, dove sorgeva il santuario di Apollo con il suo celebre oracolo. E di Apollo, loro fratello, dio dell’ordine cosmico, della luce e dell’autocoscienza, formavano il corteggio, tanto che tra i tanti epiteti del nume troviamo anche quello di musagéte, cioè conduttore delle Muse, o musèo da cui deriva il nome dei luoghi dove conserviamo i capolavori dell’ arte.

Il primo a parlarne è il poeta agreste Esiodo (VIII sec.a.C) nella Teogonia, poema epico mitologico sulla generazione degli dèi e l’origine del mondo. Sul Monte Elicona dove esse “intorno alla violacea fonte e all’altare del fortissimo Cronide (Zeus in quanto figlio di Chronos, ndr) danzano con piedi leggeri” il poeta della Beozia ebbe la ventura di incontrarle personalmente. È lui stesso a raccontarlo: “Esse una volta il bel canto insegnarono a Esiodo, che faceva pascere agnelli sotto il sacro Elicona… e colto un ramoscello di verdeggiante alloro me lo diedero quale scettro mirabile, m’ispirarono il canto profetico affinché esaltassi le cose future e passate. E m’ingiunsero di inneggiare alla stirpe dei sempiterni beati e di cantare esse medesime, sempre, e prima e in fine”. La vocazione di Esiodo, semplice pastore, è quindi ispirata direttamente dalle divine fanciulle “dai riccioli viola” che lo investono della missione di tramandare gli eventi passati e di prevedere quelli futuri, elevandolo a un ruolo speciale, quasi di veggente. “Ma perché questo a me, sulla quercia e sulla rupe?” si domanda Esiodo. Già, perché proprio a me? Perché non a me? Guarda forse il Divino al curriculum dell’eletto quando decide di manifestarsi? Esiodo le invoca “e prima e in fine”, cioè all’inizio e alla fine della sua opera; e da allora tutti gli autori inizieranno e termineranno le loro opere con un’invocazione alle Muse e, soprattutto, alla Musa deputata al genere letteraio praticato.

Siamo abituati a stucchevoli e retoriche invocazioni classiciste, quindi meno portati ad assaporare l’intensità affettiva di queste evocazioni antiche che erano vere e proprie preghiere: all’inizio la richiesta di aiuto per confezionare la propria opera, quasi che le capacità umane non siano da sole all’altezza di “ricordare” ciò che è degno di essere eternato, alla fine il ringraziamento per esserci riusciti. Nessun riferimento a editori, distributori, librai e marketing a quei tempi. “L’uomo ricco d’astuzie raccontami, o Musa, che a lungo errò dopo che ebbe distrutto la rocca sacra di Troia” prega Omero all’inizio dell’Odissea. “Salve, figlie di Zeus, concedetemi amabile canto: e celebrate la sacra stirpe degli immortali sempre esistenti” esordisce Esiodo nel Canto alle Muse della Teogonia. “Morta tu giacerai, né più ricordo di te sarà mai in avvenire, poiché non partecipi delle rose di Pieria: ma ignota anche nella dimora d’Ade ti aggirerai, volando fra gli oscuri morti” afferma Saffo maledicendo una rivale. “Dal cielo scendi, Calliope, e un lungo canto imprendi, regina, come tu vuoi: a voce chiara o al flauto o al suono della cetra di Febo” invoca Orazio nei Carmina. E Virgilio le chiede: “O Musa, dimmi le cause; per quali offese al suo nume, di cosa dolendosi, la regina degli dei costrinse un uomo insigne per pietà a trascorrere tante sventure, a imbattersi in tanti travagli?”.

Pindaro invece proclama con orgoglio: “A me invero dardo potentissimo nutre con vigore la Musa. Alcuni per una cosa, altri per altra è grande: ma ogni cosa si innalza per i re”. Erano nove, si diceva, e ognuna possedeva un genere artistico specifico contenuto nel suo stesso nome, anche se la loro attribuzione non fu sempre univoca. La definizione di “canto” e quella di “poesia” spesso si confondono perché i versi nell’antichità venivano cantati con accompagnamento musicale. La presenza di strumentazione nelle commedie, nelle tragedie, nei versi epici e religiosi, amorosi e funebri, non deve stupire più di tanto. Quello antico era un mondo ricco di suoni e, per chi non lo sapesse, anche di colori, dove statue e colonne, templi e case erano dipinti a colori vivaci. Il mondo di statue bianche e (ovviamente) mute impresso nell’immaginario moderno è il risultato di un’ imbalsamazione dell’antichità confezionata dagli eruditi. In questo mondo di pittori e musicisti, dove i poeti erano spesso anche suonatori (un po’ come i moderni cantautori), ogni genere aveva la sua Musa, non un’entità astratta, ma una presenza viva che collegava l’ispirazione al sacro, all’invisibile, al trascendente, qualcosa che, se non è palpabile, è sempre e comunque vero.

Le nove immortali fanciulle, maestre e ispiratrici di conoscenza e di elevazione spirituale, potevano essere viste di persona dal loro prescelto, come accadde al rude pastore Esiodo e, del resto, gli dei amavano comparire agli occhi umani nell’ora più sacra, quella del primo meriggio inondata di sole, quando tutta la natura giace in uno stato di ipnosi. Ma era di notte che si sentivano le splendide voci delle Muse quando, avvolte dalle nuvole, si recavano in volo dall’Elicona all’Olimpo innevato a onorare il padre Zeus.

Tuttavia la loro presenza poteva anche fare impazzire. L’eletto spesso era anche il folle. Platone lo spiega nel Fedro: “Vi è follia e invasamento che proviene dalle Muse. Questa prende possesso di tenere anime, immacolate e inaccesse; le desta e le entusiasma in lirico canto e in altre poetiche composizioni; infonde ordine e bellezza in vicende innumeri di eroi antichi, le sopravvenienti generazioni educando. E chi, senza follia, di Muse al palagio regale di poesia si avvicina, convinto di diventare poeta per forza d’arte… inutile, lui e la sua poesia”. Non era la tecnica che forgiava il poeta, quindi, ma l’ispirazione divina. La parola e il canto infatti uscivano dolci dalla bocca di coloro che erano amati dalle Muse. Questa è una lezione da ricordare per noi moderni: la vera arte è straniamento da sé, divina possessione, rivelazione, memoria di imprese degne, luce interiore e non può essere insegnata o appresa, ma solo vissuta da chi, per misterioso e imperscrutabile volere del Cielo, è chiamato a farlo.


Le “nove” Muse

Clio “la glorificante” presiedeva al canto epico e alla storiografia, quindi a tutti gli argomenti destinati a tramandare il ricordo delle grandi gesta, sia in poesia che in prosa.

Euterpe, cioè “la rallegrante”, proteggeva la musica dei flauti, quella non accompagnata dal canto.

Talia “la festosa” governava la commedia, il genere teatrale forse più popolare.

Melpomene “la cantante” era colei che sovrintendeva alla tragedia e, se questo può stupire al giorno d’oggi, si deve pensare che nella Grecia antica il coro era parte integrante della tragedia, sacra rappresentazione che metteva in scena le tristi vicende di chi era rimasto vittima del Fato, o vi si era opposto.

Tersicore, cioè “colei che si compiace della danza”, era la signora delle danze sacre e dei cori.

Urania “la celeste” proteggeva l’astronomia che a quei tempi era anche astrologia, cioè non solo conoscenza degli astri, quindi delle sempiterne leggi divine, ma anche interpretazione della volontà divina.

Erato “la suscitatrice di desideri” proteggeva la poesia amorosa che sgorgava dalle anime tristi, dominate da una passione infelice o contrastata.

Polimnia, la “ricca di inni”, presiedeva a un altro tipo di canto, quello sacro, eseguito nei templi in onore degli dei.

Calliope “dalla bella voce”, che era anche la più avvenente, proteggeva il canto eroico ed elegiaco, quindi i versi dedicati agli eroi o ai defunti.

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