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Il tema del viaggio è antico quasi quanto l’uomo e nel corso dei millenni è stato rielaborato e rivissuto dagli autori di ogni paese. Nell’antichità classica era la nave a costituire il tramite attraverso cui realizzare “lo strappo”, fisico e morale, da quanto era noto e abituale per avventurarsi in un’altra dimensione: geografica, interiore o ultraterrena che fosse. Si viaggia sempre al di fuori, ma al tempo stesso al di dentro di sé. Nell’epoca moderna, perduto il senso apparente dell’avventura ma acquisiti molti più mezzi di trasporto, anche virtuali, non è più la nave il solo veicolo che ci fa incontrare “l’altro”. Anzi, ogni mezzo, volendo e soprattutto vedendo, è utile allo scopo. In questo caso è il treno, anzi l’Eurostar, nuova nave di Ulisse, a fare da contenitore e da scenario all’incontro tra esseri, umani e non, sballottati in una metempsicosi ferroviaria al limite del trascendente. L’Eurostar si trasforma così in una guida delle anime, come il mitologico Hermes psicopompo, o in un naviglio diretto verso la dimensione ultraterrena, come la barca di Caronte o quella di Horus che nell’antico Egitto portava le anime davanti al giudizio del dio Anubis. Così i nuovi argonauti del binario si incontrano portando quale bagaglio le loro storie e le loro vite, ponendole davanti ad altri viaggiatori smarriti quanto loro, alcuni dei quali sembrano più illusioni che realtà, in quanto presumibilmente fatti di puro spirito.

Ma non importa tanto sapere se la piccola Sara è davvero la reincarnazione di un perduto amore, se il giudice inflessibile e sprezzante è davvero il diavolo, se il cane che parla al macchinista – a proposito è lui che viene “battezzato” Eurostar – è davvero fatato come afferma. L’importante è l’incontro, quasi metafisico, con un altro viaggiatore che fornisce le risposte giuste alle domande che vagano da tempo immemorabile nell’anima dell’altro e forse, chissà, potrebbe avvenire anche il contrario.

L’autrice, nota docente universitaria, si firma Anthilia, nome della leggendaria isola delle sette città che sarebbe esistita nell’ America Centrale prima dell’arrivo di Colombo, luogo favoloso dove si sarebbero rifugiati i cristiani ispano-visigoti dopo la conquista araba del 711, che fu invano cercato per decenni, citato nelle fonti e rappresentato anche nelle mappe. Ma dietro questo psedonimo si nasconde un lavoro di più persone perché, come si afferma nella prefazione, se uno solo ha scritto, “molti sono coloro che hanno collaborato a dare vita al libro” Si coglie nell’autrice una robusta cultura filosofica ed esoterica, la frequentazione approfondita di materie “eretiche” come l’alchimia e il rosacrucianesimo, una notevole conoscenza della psicologia umana, ma soprattutto una forte e coinvolgente fede nella trascendenza, in quella “scintilla divina” che è in noi.

Difficile dire quale di questi racconti sia il migliore; ogni lettore troverà senz’altro quello che più gli si attaglia. Dispiacciono solo certe piccole incertezze sintattiche – peccato venialissimo di questi tempi! – e alcune scorrettezze tipografiche (gli a capo per esempio), che saranno eliminati con la seconda edizione. Il successo di questi sette racconti – numero mistico, come le città dell’isola mai trovata – è stato infatti tale che la prima edizione si è presto esaurita, a riprova che la qualità può anche riuscire a vendere, nonostante il parere contrario dei grandi satrapi dell’editoria e della distribuzione nostrane.

Recensione
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