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Il sottotitolo di questo libro, “romanzo gotico”, è già una definizione, perché si tratta di un romanzo del più puro genere noir. Lo studente Anteo Prandi, lavorando per la sua tesi di laurea, cerca di ricostruire il percorso umano e letterario di un autore, certo Stanislao Bertani, morto da tempo, ormai dimenticato, anzi quasi sconosciuto già ai suoi tempi, ma autore di un romanzo perverso e introvabile. In un’escalation di orrori, il laureando scoprirà il mondo oscuro e vizioso che il Bertani conosceva e purtroppo lo troverà anche in se stesso. La storia è condotta con stile impeccabile, notevole piglio narrativo, grande capacità espressiva. La scoperta del Male, dentro e fuori di sé, anche se ci trova ideologicamente contrari, non può che spaventare e coinvolgere. La verità sul romanzo perduto è ambigua e sfuggente come i nebbiosi paesaggi padani che avvolgono l’indagine del ricercatore, a sua volta destinato a partecipare – e attivamente! – a un antico e rinnovato orrore. La Casa dell’Infamia dove si ambienta l’omonimo romanzo verrà alla fine trovata, fatiscente e putrida, destinata ad esalare ancora i suoi miasmi. Pare di ritrovare in queste pagine qualcosa di Edgar Allan Poe o di Lovecraft, distillatori sublimi del terrore puro. Anteo Prandi, come già i protagonisti degli scrittori citati, non cerca neppure di sfuggire alle tenebre del Male che lo circondano, ma vi partecipa sprofondandovi, come in una melassa malefica e purtroppo appiccicosa. E, come il protagonista de “Il gatto nero” dell’immenso Poe, riferisce freddamente le proprie gesta omicide.

Tra le molte figure che si incontrano nella storia, tutti reticenti conoscitori dello scrittore maledetto, spicca quella del bibliofilo Demori, già scrittore dilettante e poi collezionista accanito di testi letterari di autori ignoti, convinto che “qualcosa di grande era senz’altro passato inosservato o recepito male in un’epoca sbagliata, o rimasto segreto perché non approvato dal potere”. Migliaia di polverosi volumi affollano la sua cantina dove si incontra la letteratura “altra”, quella che non ha mai raggiunto il grosso pubblico, trovata e conservata da questo novello, ma empio, benedettino delle lettere deciso a salvare sia il banale che lo straordinario. Si indovinano nell’autore le solide basi culturali che oggi mancano a troppi e non c’è che da elogiare una così matura e convincente prova di capacità letteraria. Qualche piccolo errore di stampa va però segnalato, frutto – lo si vede benissimo – non certo di mancanze dello scrittore, ma di trascuratezze editoriali.

Recensione
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