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Se non fosse poesia, potremmo parlare di pessimismo. Se il dettato poetico, oltre che presentare lo sconforto di una vita “assediata dal male”, non offrisse quella “grande mano invisibile” di cui parla Ghianis Ritsos, verrebbe da sottolineare nei versi di Maria Benedetta Cerro il gelo e le ferite messe a nudo da un’anima pietrificata.

Invece la mano della poesia, vincendo l’impietosità della ragione, entra comunque a spazzare le nebbie della solitudine e a frenare le ondate dell’angoscia. La coscienza dell’autrice nega in premessa a se medesima la speranza di un destino di gioia, di felicità, di amore: per cui… “scrivo dei versi inutili ed è sera” … “la pietà mi uccide” … “ un orrore tenero | vuole divorarmi il cuore”. Lungo una serie intensa di pensieri, sostanzialmente dedicati alla propria anima, Maria Benedetta Cerro si arresta a costatare “una sequela | di disegni disfatti e verità inseguita”, che la portano quasi con passo ineluttabile a un sentimento raggelante: “sono viva | per la tua irrevocabile agonia”.

L’anima dunque muore, e sarebbe forse una soluzione, ma tuttavia non giunge a spegnere il senso di una “solitudine esistenziale” destinata a durare; così l’analisi si complica di situazioni angoscianti, mentre insieme una profonda verità poetica interviene non a correggere la sorte del vivere o i tormenti del cuore, ma ad offrire – nonostante tutto – ulteriori orizzonti sempre obbliganti a dare un’eco diversa al proprio grido. L’anima potrebbe insomma anche perdersi, “e non soffro se muori”, ma lascia all’autrice di questa perturbante confessione il segnale di una continua e obbligata ripresa: “l’arte maggiore è nell’andare | al braccio della sorte, | sentire dietro | chiudersi le porte”.

Chiuse in tal modo le porte della speranza, quelle della poesia continuano a restare aperte per l’avventura del cuore e del pensiero

 
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