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La prima netta impressione è di una poesia come filtro: versi brevi e rapidi che diventano, secondo i casi, esca, lampo, guado, abbaglio per accogliere e trattenere la tensione del vivere giusto per quel poco che la faccia defluire come acqua riflessa. nella pausa di un golfo o di un nuovo mare.

L'evocazione del tempo che fugge, dell'estate che preme, delle stagioni confuse e frantumate da memorie ora di pietra ora di fuoco: ci sembra questa, se non la sintesi, la principale riflessione suggerita da Un fard rosso arancio di Luccia Danesin: come un fondo di mistero che, mentre rivela, anche deforma o tradisce.

L'autrice padovana. certamente giovane, ma – come apprendiamo – già mamma capace di antiche parole per la tenera figlia, cerca di dare ordine in questa raccolta a pensieri per natura sfuggenti, a voci, risate, grida, silenzi che punteggiano la sua esperienza interiore con istantanei  "click" di macchina fotografica. La notizia ci precisa infanti che Luccia è fotografa, e dunque forse da quel mestiere ha imparato la brevità delle visioni con o senza schermo, arrestabili solo in fotogrammi di realtà passeggere.

A dare unità ai versi e ai sentimenti sono le "tracce di me" che unificano in un efficace archivio di vita tante impressioni colte con immediata sensibilità come in controcanto sui confini della poesia

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