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La scena iniziale (una delle scene di un non ancora film che pur a questo il testo sembrerebbe essere destinato) è la maldestra uccisione del maiale e tutto quel sangue e quella vita che se ne va urlante dà la misura della bastardaggine umana, simbolo caotico d’un male senza fine né scopo dove il nonsenso sta nel fato della ripetizione. Filtrata la scena dall’occhio di un bambino, entriamo nella scrittura, in quel compito che essa assume della metafora per dire il non detto e l’oltre dal dire e da lì osserviamo la storia.

Entriamo così in questo romanzo-racconto di Alfonso Lentini liberamente tratto dalla vita vissuta di Sergio Dal Farra dove il testimone è descritto dall’autore in un doppio reinterpretato. E doppio è anche il luogo ricostruito in una capovolta “Belluno-San Carlos De Bariloche”, come a specchiare una imprendibile verità. Lo stacco del tempo (20 anni) fa da vivaio per uno spartiacque, una strada che porta alla realizzazione d’un desiderio ma resta come un fermo/immagine dove si perde la cognizione del veramente vissuto pur nel vivo del narrato e dei documenti.

Dal luogo-copia ecco che, per una non casuale serie di avvenimenti, si arriva al luogo d’origine e qui è denso nella scrittura dell’autore il fermento di quegli anni in Argentina raccolti dal “testimone” in un documento che qui si fa evento di fatti accaduti dando spessore di cronaca giornalistica al racconto. Interessante il modo di procedere nella scrittura di Lentini che riporta fedelmente in corsivo il parlato del protagonista lasciando intatta la freschezza della narrazione, alternandolo a descrizioni di paesaggi e avvenimenti di alto valore letterario e a situazioni di fondamento storico, dando all’insieme una leggerezza (la famosa e difficile leggerezza della scrittura) che sta anche per armonia affinché il testo sia letto con tensione e piacere.

Tra le note d’un tango, una scena di sensualità e bellezza per un “enamoramiento desbordante” ferma ancora il tempo che ruzzolerà poi, frangendosi, di nuovo nel simbolo della carne arrostita. La violenza vince, purtroppo sulla voce che la bocca del fuoco parla una lingua di secoli e forse nasce proprio dalla frase del bambino “Ho chiesto a mia mamma perché lù el podea aver el trenino e mi no”, con quella consapevolezza dei diritti che utopicamente dovrebbero trovare accoglienza. La realtà è ben più tristemente concreta con la sparizione di 30.000 persone… E, qui, il ritorno nella memoria dell’urlo del maiale sgozzato è ancor più agghiacciante per i significati evidenti... Il testo procede per ritorni, per riprese, in una variante continua che si allarga ad una visione poetica e universale della storia in un affresco vitale e convincente.

Da sempre la scrittura di Lentini mi affascina per il filo gotico che sa trarre con realismo dalla narrazione del quotidiano e che sta nell’intelligente intuizione dell’ombra che forgia l’enigma del vivere a cui Alfonso Lentini da sempre dà valore letterario e non solo.

Il personaggio Dal Farra, reale nelle descrizioni, assume nella maturazione di una coscienza politica la figura dell’eroe che osserva l’incomprensibile col distacco dell’ospite del globo assurdo pur considerando l’urgenza del suo apporto alla causa della ragione perché, nell’imponderabilità, sta anche la forza del possibile.

Attraverso l’avventura d’una vita Lentini ha costruito, nell’universalità della scrittura, la misura del divario fra intelligenza etica e la balordaggine ottusa dando loro il ruolo del doppio o dell’opposto bifronte in un libro che lascia traccia di trasalimento per dire qualcosa che, forse, ancora non avevamo compreso così, come quando visto e sentite dentro le immagini e le parole d’un film le emozioni, si resta in silenzio, sulla sedia, fermi a ripensare, al messaggio.

Recensione
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