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Tra tanti esercizi epigonali, sono poche le raccolte di poesia che ci lasciano una traccia che si incide nella memoria. Questo libretto riesce invece a farlo entro una misura di consistenza culturale e, insieme, di repulsione di scranni altezzosi. È una lezione di stile umano, prima che creativo, rispetto ad atteggiamenti di borie appollaiate magari su appena qualche raccolta di versi. Qui abbiamo un "Autore prolifico ed attivo, oltre che nel campo della poesia, nei settori della saggistica e della narrativa", come ricorda nella prefazione Sandro Montalto. Il libro è alimentato da testi selezionati dalla diecina di opere di poesia pubblicate dal 1979 al 2002, per cui emerge "dallo spaccato che questa autoantologia propone" (ibidem), una ricchezza di sensi e contenuti, quali solo l’arco dei decenni riesce a dare. I tratti parziali delle singole raccolte compongono così il disegno complessivo del percorso e del profilo di un Soggetto Scrivente (Ss), che nasce e si sviluppa tra due poli culturali.

Da un lato, l’origine incisa nel corpo del Soggetto Storicoreale (Ssr), il Sud della Lucania, "Urna d’amore" che contiene "gente fiera" di "stirpi demoniche", "lacrime di padri sconosciuti" "prigionieri dei rintocchi del campanile", "vite errabonde | ed errate", creta maciullata dalla Storia e ridotta a "rugginosi grumi | di croci, di stelle, coi catarri". Tutto un turbinio che produce chiusure, asprezze e disincanto, che può essere amato solo a metà e che emerge in tutta la disperata tenerezza soprattutto al termine del libro, attraverso la splendida miniatura del nonno.

Dall’altro, la Cultura, la scrittura, medium indispensabile con padri (per primi Pasolini e Pavese), amati perché diventati metro e materia di est-etica, occhio nel tempo per (tentare di) decifrare il Caos.

Sono poli che, pur distinti, non divaricano ma aggiungono uno su l’altro i vari livelli di un’identità. Strati un po’ a matrioska, uno dentro l’altro, che moltiplicano gli sguardi critici verso l’interno e verso l’esterno, in particolare rispetto ai semi ricevuti nel primogiardino, quel Sud "posto che non riconosco". Squarci di scene e personaggi restituiti con magistrali secche battute. È teatro che non può mai essere ri-preso del tutto, ma non a caso viene accostato con la massima intensità alla fine del percorso, con i testi tratti dai due libri (Carte da gioco, 1999, e La casa del porto, 2002) più recenti. Se appaiono già alcune immagini nelle altre sezioni, sono queste ultime due a costituire il punto di arrivo e il climax. È ciò che fa di questa raccolta un’opera a sé, e non un’operazione autocelebrativa dal vago sapore postumo.

Emerge con evidenza la necessità del Ss di rimettere insieme in un unico spazio i propri pezzi; al fine di ricostruire in modo unitario il proprio (moto nel) tempo e poter così rifare meglio i conti col personale tragitto di discesa agli inferi. Ne sortisce la forma di cono rovesciato, di coraggiosa caduta nel proprio Abisso di Figlio, unico modo per tentare di uscire dalla Notte e rinascere in un’alba capace di chiudere il cerchio col Caos della prima uscita al mondo (Caos, Abisso e Notte si riferiscono, come ho scritto altrove, alla triade teologica di G. Bruno). È una possibilità sospesa e appesa al destino del Resto, e quindi la chiusura del cerchio non può che essere labile, provvisoria. Per questo sono splendidamente adeguati sensi e forma (puntini di sospensione) dell’ultimo verso: "ebbi tanta voglia di dormire…".

Rimane tuttavia fondamentale dare immagini e parole e a quel locus estremo dell’anima, in cui dolore e amore si con-fondono, pietas e disincanto incrociano "angeli" e "ladri" che, dice secco il nonno, "fanno lo stesso", quando accorrono "tra le rovine (della natura o della storia, ndr) a scavare, smaniosi". Misura dei nostri limiti, che però non vuol dire fuga dalle proprie responsabilità, perché rimane interamente del singolo la possibilità di salvarsi dalla "vera dannazione eterna: | un’inerte diabolica indifferenza".

Come dire: se la poesia è intesa come lavoro che punta ad aumentare la capacità del soggetto di ripartire, rinascere, riprogettare la propria vita, sollecita condivisione, pericolosa perché riaccende la ricerca comune di possibilità non contemplate dall’esistente. Da "intruso privilegiato" "di lirica asprezza", mentre guarda "Mefisto solerte imbianchino | … | arruola torme incallite | al martirio votate del Superuomo", "lucerne ardenti e vive | infrante con lurido arbitrio", non smette di immaginare che "il male…stramazzerà | come toro nell’arena".

Recensione
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