Servizi
Contatti

Eventi


In questa seconda raccolta di Nicoletta Corsalini c’è un’espressività che si muove tra candore adolescenziale e ricerca di sguardo freddo, da raggio laser. In un primo momento appaiono prevalenti le mozioni affettive, poi sempre di più emergono nella tessitura testuale le regioni algide della mente. Di questo incrocio fruttuoso sono testimonianza molte delle metafore utilizzate, spesso di elementi naturali, tra cui ricorrono con particolare frequenza neve e vento. Sono metafore che l’impasto espressivo fa andare oltre il loro senso letterale, come del resto la stessa metafora del titolo che mette nello stesso grumo di senso spazio e tempo, per indicare emozioni di magia e fissità (anche di morte), insieme a mobilità e a non arresa attesa di impensabili aperture.

La poesia per me più moderna è quella che non rinuncia a cercare di compiere una circumnavigazione globale del proprio universo mentale, cercando di mettere in collegamento adiacente sia le parti più calde sia quelle più fredde. La specificità della poesia di Nicoletta Corsalini sta nel fatto che questo lavoro mentale viene da un’identità che ha fatto l’esperienza dello sradicamento migratorio, comune nel mondo moderno a milioni di persone.

Di questa esperienza della separazione – per cui c’è una parte di sé che rimane irrimediabilmente staccata, perduta, sempre più estranea, “l’altra me stessa” (p. 23) impossibile da raggiungere – del suo prezzo e del suo strappo, il testo dà conto in maniera al tempo stesso affettivamente partecipata e lucidamente distaccata.

Non è un pregio da poco, perché non si tratta di una malinconia ineffabile e romantica, dovuta a noia borghese o a intellettualistico senso di inutilità del vivere, ma di concreto dolore patito da chi è stato costretto all’abbandono irreparabile di quel primogiardino del mondo che è il territorio d’origine. Ed è qui che l’esperienza, affettiva, razionale ed etica, di cui questo Soggetto Scrivente dà conto in questi versi, supera l’espressione dell’identità singola e i limiti dell’intimismo, e tende a diventare materia umana messa in comune con tutti quelli che la società moderna ha costretto a fare lo stesso tipo di esperienza. Ma è un’esperienza di perdita (di sé), di disagio e di spiazzamento che non riguarda solo coloro che sono stati soggetti migranti. Tocca quello che è stato chiamato disagio della civiltà e che riguarda un po’ tutti.

Guardare a questo nodo, irrisolubile individualmente, con lucidità e disincanto, non vuol dire necessariamente abbandonarsi allo sconforto e alla disperazione. Può essere il passaggio necessario, una posizione di stallo della coscienza da cui riprendere il cammino. Può essere un’interruzione salutare del proprio percorso da cui riguadagnare nuove capacità di una più matura coscienza di sé e del mondo in cui viviamo.

Recensione
Literary © 1997-2022 - Issn 1971-9175 - Libraria Padovana Editrice - P.I. IT02493400283 - Privacy - Cookie - Gerenza