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Un prezioso reperto

Il manoscritto di Hahn

Incipit
La sposa serena

Una mano bianca dalle dita lisce e rotondette è sospesa, incerta, sopra un vassoietto di cartone stipato di cioccolatini. Quale scegliere? la conchiglia bianca che sembra approdata dai mari del sud, o la rosa in boccio scolpita nel cacao o la stella scurissima dalle punte gonfie di crema, oppure il bauletto bronzeo su cui spicca un chicco di caffè? Infine la mano plana lentamente sul vassoietto come fosse una colomba e afferra delicatamente nel becco delle due dita strette ad artiglio, la stella corvina. Se la porta lentamente sulla lingua che è tutta tesa e sporgente come quella di una bimba pronta a ricevere l’ostia. La bocca si richiude beata, schiacciando la pasta profumata contro il palato. In quel momento si sente una voce che chiama: “Serena! sei ancora qui? lo sposo ti aspetta davanti alla chiesa, tuo padre è giù che ti attende con la portiera della macchina aperta.”
Serena ascolta le parole che sembrano provenire dalla sua bocca piena di cioccolata: “Vengo subito, arrivo”! Ma non è la sua voce, si dice, c’è qualcosa in essa che non le appartiene.
Le dita, furtive, si abbassano ancora una volta su quei cioccolatini che splendono di una luce scura e promettente. Afferrano la conchiglia di cioccolato bianco e la posano con calma sulla lingua. Poi è la volta del bauletto scuro sormontato dal chicco bruno che scivola fra i denti e si squaglia liberando un delizioso aroma di caffè tostato.
“Serena”! gridano da fuori.
“Vengo”!
Le dita sporche di cioccolata si strofinano sull’ampia gonna di organza bianca lasciandovi due tracce scure. La giovane sposa fa un passo verso la porta. Ma poi si ferma, torna indietro e con dita tranquille continua a pescare nel vassoietto, tirando su ora una foglia di quercia color oro bruciato, ora una spiga di grano dal profumo squisito, ora un pesciolino dal colore tenebroso di una notte senza luna.

Dacia Maraini

Una mano bianca dalle dita lisce … è sospesa, incerta, sopra … stipato di cioccolatini. … conchiglia bianca … approdata dai mari del sud, o la rosa in boccio scolpita … stella scurissima … il bauletto bronzeo su cui spicca … come fosse una colomba e afferra delicatamente nel becco … la stella corvina … la porta delicatamente alla lingua che è tutta tesa e sporgente … a ricevere l’ostia … contro il palato.
In quel momento si sente una voce che chiama… Lo sposo ti aspetta davanti alla chiesa, tuo padre è…
Poi una grande bruciatura, e ancora:
Le dita… si abbassano ancora una volta su quei cioccolatini che splendono di una luce oscura…
…gridano da fuori.
“Vengo!” Le dita… si strofinano sull’ampia gonna di organza bianca… verso la porta. Ma poi si ferma, torna indietro…
Ancora una estesa bruciatura, e infine le sconvolgenti parole:
…dal colore tenebroso di una notte senza luna.

“Davvero straordinario!” esclamò Ghorm posando delicatamente il fragile brandello di carta sulla pesante teca climatizzata che conteneva i reperti archeologici “Questo frammento può esserci prezioso per decifrare il manoscritto di Hahn: c’è la stessa parola”.

E infatti, quella parola misteriosa compariva due volte.

Gli archeologi, che avevano scavato per decenni senza trovare nulla che avesse una pur minima importanza, non riuscirono a nascondere grande emozione: Ghorm era il maggior esperto di quell’antico idioma.

Ghorm era il massimo studioso di quell’insieme di lingue, per altro indecifrabile, nel quale erano scritti gli antichi documenti che molto raramente, e sempre in frammenti risibili, venivano alla luce scavando la riarsa e inospitale superficie di Net, terzo pianeta del Sistema Solare.

Ma era tuttavia riposta in quei frammenti l’unica ed esile speranza di capire cosa avesse prodotto la spaventosa catastrofe di Net.

“Guarda!” disse commosso Ghorm al giovane assistente “Di nuovo la parola cioccolatini. Una parola misteriosa e sacra…”

Thum annuì ed ammirato dalla sapienza del Maestro tentò di immaginare quale potenza evocativa potesse esprimersi mediante quella fascinosa serie di sillabe di indubbio potere magico: il cuore gli tremava.

“Ancora una conferma!” fece Ghorm, rivolto agli archeologi “Ancora una convalida del senso religioso ed esoterico di questa misteriosissima parola. Come saprete, nel manoscritto di Hahn, essa è associata ai termini battesimo, cerimonia e duomo.”

Per aiutare gli archeologi a comprendere l’importanza di quella loro scoperta, raccontò pianamente, senza far uso di troppo complicate perifrasi scientifiche, che il noto manoscritto, ritrovato nella inospitale regione di Hanh, era un piccolo foglio scritto a mano. In esso, dopo che per anni ci si era dedicati al delicato restauro del tenue inchiostro azzurro, si era potuta leggere una brevissima frase il cui senso era arcano:

Cerimonia battesimo al duomo – portare cioccolatini. E poi una data: 18 maggio 2003.

Tra i rari ed infimi ritrovamenti nella zona di Hahn, il manoscritto era senz’altro quello più consistente. A parte l’interesse scientifico, la sua scoperta si doveva ritenere straordinaria dato che della antichissima civiltà, che doveva aver abitato il pianeta di Net nella notte dei tempi, venivano alla luce solo frammenti di metallo. E l’immenso calore di quell’evento misterioso denominato Fine, li aveva talmente deformati da renderli incomprensibili. Quasi mai erano emersi documenti scritti, e men che meno ad Hahn: la carta, fragile materiale a cui gli antichi abitanti di Net avevano affidato il loro irrecuperabile sapere, era bruciata e quasi sempre illeggibile.

“E tuttavia” fece orgoglioso Ghorm “l’ inesausta ricerca ci ha permesso di riuscire a interpretare quale significato si debba attribuire alle parole del Manoscritto di Hahn: cerimonia ha il significato di rito e indica una celebrazione composta di una sequenza di atti ed eventi cui veniva attribuito potere magico. Con il termine duomo, siamo certi, si intendeva indicare il principale Tempio di un certo sito: un termine assai meno generico e molto più onorifico della parola chiesa, che è nominata nel vostro reperto. Per ultimo, battesimo è un vocabolo di vasta portata esoterica, dovendosi riferire alla celebrazione di una fondamentale, per quanto oscura, sorta di iniziazione alla quale l’iniziando accedeva indossando l’abito bianco: probabilmente lo stesso citato nel frammento ritrovato”.

Intuendo la meravigliosa concordanza dei due reperti, gli archeologi si commossero.

Facendosi portavoce della comune emozione, il loro Capo sussurrò: “Dunque, l’accenno all’ostia ed allo sposo… e ancor di più alla voce che chiama potrebbe volere esprimere una potente quanto tremenda vocazione a cui l’adepto, dall’ampia veste bianca, teme di soggiacere”.

“Pare proprio di sì!” mormorò Ghorm profondamente turbato “Questa pagina parrebbe confermare quello che pensavamo: cioccolatini potrebbero essere degli strumenti magici, dei paramenti sacri, degli amuleti… Del resto, in uno scritto ritrovato a Kuln, di data molto antica e antecedente di almeno sette secoli a quell’istante fatale che noi chiamiamo Fine, si legge in antichissimo idioma: “Ti invio una ciocca… …apelli perché ti porti fortuna”. E dunque se la radice della parola ciocca è, come sembra, la stessa del termine più tardo cioccolatini, si deve presupporre che anch’essi avessero la virtù di portar bene, di dare la fortuna. È lecito, pertanto, attribuire loro proprietà magiche”.

Tacque commosso, e commossi erano anche gli archeologi. Cosa dire di più? L’accenno a quella stella, alla conchiglia e al sud, con chiaro senso allegorico, si riferivano di certo a dei Misteri antichi e indecifrabili, ma indubbiamente possenti. Del resto, ostia e colomba erano simboli poderosi che si erano ritrovati incisi nella pietra…

“Vedete” disse Ghorm “da secoli ci stiamo chiedendo cosa abbia potuto portare alla devastazione di Net e al tragico momento che noi chiamiamo Fine. Una guerra totale? Oppure l’impatto sconvolgente di un immenso asteroide? Questo non lo sappiamo!”

E prese a narrare quello che Thum sapeva molto bene, ma che era oscuro ai più: la disputa accesasi tra i massimi scienziati sulla fine di Net.

Tra le innumerevoli teorie che si erano proposte, avevano prevalso due scuole di pensiero: la prima sosteneva che una civiltà altamente evoluta, e dotata di grandi conoscenze scientifiche come quelle che erano deducibili dai miseri reperti degli scavi, non sarebbe arrivata ad una guerra tanto violenta da distruggere il pianeta: una civiltà simile doveva ben saper che una guerra totale non avrebbe mai lasciato vincitori né vinti! La prima scuola di pensiero, dunque, tendeva ad escludere che la Fine fosse stata dovuta ad una guerra, e propendeva senz’ altro per l’impatto con un grande asteroide.

Per contro, l’altra scuola di pensiero sosteneva che quella dominante su Net era una civiltà di esseri estremamente ingenui e inqualificabilmente ignoranti: esseri assertori di una supremazia tecnologica e fidenti in un materialismo dai risvolti magici. Secondo questa scuola di pensiero, quella di Net era una civiltà pronta a giurare che macchine con un’intelligenza artificiale avrebbero potuto sviluppare una cultura artificiale in cui la riproduzione degli esseri e dei semi era affidata a incubatrici e provette mantenute in un clima artificiale dentro laboratori artificiali diretti da esseri con cuori artificiali capaci di trapiantarsi l’uno con l’ altro… Insomma una follia: meglio un’apoteosi di follia impossibile a credere!

Ghorm sospirò: “Io sono favorevole a pensare” confessò agli archeologi “che l’ antichissima civiltà di Net, capace di produrre opere meravigliose come i frammenti che ritroviamo negli scavi, fosse costituita da esseri molto logici, capaci di intendere assai bene le conseguenze di una guerra totale. Come spiegare, se non con un’eccelsa civiltà, le sublimi parole di quell’inno trovato inciso su un frammento di muro, trenta metri al di sotto della piana di Zerk?” Ed estatico, si mise a recitare: “Fin che la barca va, lasciala andare…

Toccati nel profondo, gli archeologi piansero. Poi, riafferratisi, offrirono ai due studiosi la straordinaria possibilità di visitare gli scavi: due giorni prima, inaspettatamente e non lontano dal punto di ritrovo del frammento di carta divorato dal fuoco, si era scoperta una zona ridotta ma straordinariamente ricca di reperti: forse una casa…

Vincendo l’emozione, Ghorm e Thum li seguirono inabissandosi per oltre cento metri sotto la superficie del suolo.

Quando giunsero in basso, e uscirono nei cunicoli prodotti dagli scavi, per l’emozione Thum si sentì mancare e venne preso da un’ansia insostenibile e dall’assurda paura di cadere. Così, senza volerlo, rallentò il passo tentando di illuminare il fondo del cunicolo che era irregolare e scivoloso.

Gli altri andarono avanti ed egli, rapidamente, si ritrovò da solo.

Dapprima, nel profondo silenzio delle gallerie, egli riuscì ad udire la voce rassicurante del Maestro: Ghorm stava spiegando agli archeologi che l’accanimento col quale aveva perseguito le ricerche sul significato dell’indecifrabile vocabolo cioccolatini si era tramutato in una vera ossessione. Per lunghi anni ci aveva perso il sonno e, finalmente, ora sentiva di esser prossimo a una svolta epocale. Forse avrebbe saputo, forse si sarebbe potuto ritrovare qualcosa…

Thum restò troppo indietro, e la voce svanì.

L’eccessiva cautela con la quale aveva proceduto, si rivelò controproducente: privo dell’ausilio delle lampade altrui, quel mondo di cunicoli gli parve un labirinto fatto apposta per perdersi. E il disperato tentativo di raggiungere il gruppo, unitamente ad un sinistro scherzo del destino, gli impedirono di accorgersi che il terreno aveva preso un aspetto estremamente irregolare fino a sembrare smosso.

Privo di direzione, Thum procedette sconsideratamente fino a che il suolo, d’ improvviso, gli si spalancò di sotto facendolo cadere in un abisso… Urlò finché perdette i sensi.

Quando riuscì a riaversi, si ritrovò in un anfratto oscuro che la flebile luce della torcia riusciva a mala pena a illuminare: davanti a lui uno scanno, o un minuscolo tavolo, e su di esso una piccola scatola annerita dal tempo. Il cuore gli tremò…

Con mani incerte, e un’emozione tanto intensa da far male, Thum sollevò il coperchio e si trovò davanti un vassoio in cartoncino rigido. Sopra, stipate, piccole forme misteriose di una sostanza bruna: una foglia, una spiga, una stella corvina dalle punte rigonfie, una conchiglia bianca ed una rosa in boccio… poi un bronzeo bauletto su cui spiccava un chicco di caffè.

Thum venne preso da una fosca vertigine: qualcosa in lui capì.

Per un lungo momento, nel segreto del cuore, il dovere scientifico lottò con la passione… ma inevitabilmente si ritrovò perdente.

Alla flebile luce della lampada, la mano pallida di Thum sorvolò incerta il piccolo vassoietto su cui erano stipati gli oggetti misteriosi. Quale doveva scegliere? La conchiglia bianca che sembrava approdata dai mari del sud, la rosa in boccio o la stella scurissima dalle punte rigonfie? Oppure il bauletto bronzeo su cui spiccava un chicco di caffè? Gli parve di morire…

Lottò di nuovo inutilmente: l’idea di essere davanti alla soluzione agognata da Ghorm non era che un fragile suggello alla sua gola…Tese la mano, e la mano prese a planare lentamente nel vassoietto come fosse una colomba e afferrò delicatamente nel becco delle due dita strette ad artiglio, la stella corvina. Se la portò delicatamente alla lingua, tesa e sporgente, e la sua bocca si serrò beata schiacciando la pasta profumata contro il palato.

Lo colse un’altra vertigine, ma questa volta prodotta da uno sconvolgente piacere: la patina dei secoli nulla aveva rubato a quel sapore fine, miracoloso e magico lontano mille miglia dai sapori sintetici dei cibi coi quali si nutriva…

E ancora stava godendo, quando sentì una<%-1> voce che lo chiamava ansiosa: “Thum! Sei ancora lì? Noi ti stiamo aspettando…”

Non rispose. Le sue dita, furtive, si abbassarono ancora su quegli oggetti bruni splendenti di una luce oscura e promettente. Afferrarono la conchiglia bianca e la posarono con calma sulla lingua. Poi fu la volta del bauletto scuro sormontato dal chicco di caffè che scivolò fra i denti e si squagliò liberando un delizioso aroma mai sentito…

“Thum!” gridarono da sopra il suo Maestro e tutti gli archeologi.

Thum pensò di rispondere, ma si fermò. Con dita ora tranquille continuò a pescare nel vassoietto di cartone dorato, tirando su ora una foglia di quercia color oro bruciato, ora una spiga di grano dal profumo squisito, ora un pesciolino dal colore tenebroso di una notte senza luna.

“Thum!” urlò angosciato Ghorm “Dove sei Thum?”

Il giovane discepolo, contemplò con dolore il vassoietto vuoto e disse con la voce che tremava: “Maestro, sono qui… Ho fatto una scoperta straordinaria: una scatola… vuota!”

Corsero emozionati e lo trassero fuori.

La scatola, pulita e restaurata, rivelò solo in parte il suo segreto: sul coperchio, decorato con grazia in rosso e blu, c’era la scritta: “Cioccolatini Novi”. E sotto: “cioccolato… passione dal 1903”.

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