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Giulia

Al convegno di donne a Padova, la super-relatrice di Storia dell’arte (una in gonne che avanza sorridente e mi saluta con aria di sfida, mi saluta, io che non la conosco, grande dilemma), proietta una serie di fotografie di parti del corpo femminile, una serie inimmaginabile di seni, cosce, sederi, busti.

C’è anche la foto di un artista che io amo molto: si chiama Man Ray, e io di quell’artista ho una foto tenera e bellissima di due volti di donne, le cui guance si toccano, due volti vicini vicini che si interrogano, preludio di un rapporto amoroso ed erotico. Arriva anche la mia ex docente che non vedo ormai da due, tre anni. Però, penso, è ancora bella. Si siede davanti a me, allunga il braccio all’indietro fino a toccarmi la testa con due dita e mi dice: – che piacere rivederti – anche a me fa piacere – le rispondo. Penso tra me che le ho telefonato apposta proprio ieri per chiederle se l’avrei vista il giorno dopo al convegno, che sì, purtroppo quel giorno, il giorno prima, c’era sciopero dei treni e non avevo potuto recarmi a Padova per sentire la sua conferenza, ma che mi sarebbe piaciuto vederla il giorno dopo, l’ultimo giorno del convegno, prima che si chiudessero i lavori. E c’era: speravo, ma non me l’aspettavo. Mi allunga una caramella – grazie –. E penso tra me: – per addolcire la vita –. Le due relazioni sul cinema sono, una su una cazzata di commedia americana, l’altra sul solito ruolo obsoleto del cinema di Ferreri visto con occhi freudiani, e il solito richiamo imprescindibile a Rimbaud e alla sua emblematica e geniale intuizione su se stesso e gli artisti – io è un altro.

Alla fine, la mediatrice del convegno con il microfono in mano, passa disinvolta in mezzo al pubblico, aggiustandosi il foulard con aria leziosa e, sembra, circospetta, ma direi alquanto soddisfatta. C’è un intervento, proprio della mia ex docente. La mediatrice mi porge il microfono: – e lei? – rispondo di no. Mi viene in mente una cosa, il ricordo di una grande artista messicana, Frida Kahlo, di cui avevo visto una mostra a Venezia. Mi alzo – io vorrei fare un intervento – comincio a parlare. La mediatrice che intanto, con passo veloce e un po’ camaleontico, aveva raggiunto l’angolo opposto della sala, dalla parte delle relatrici, si lamenta: – non si sente niente – continuo a parlare.

– Frida Kahlo, la grande artista messicana, ha dipinto dei quadri meravigliosi, che sono rappresentazioni della sua vita, flashes delle sue sofferenze, in giovane età ha avuto un incidente, ha subito una serie innumerevole di interventi chirurgici, mi viene in mente il quadro in cui il suo corpo è trafitto da un’infinità di chiodi, oppure quello dell’aborto spontaneo, in cui c’è lei nel letto e il bambino dipinto di rosso, nell’orizzonte di un cielo blu. Ecco, volevo sapere se questo intervento poteva inserirsi in qualche modo nella sua relazione.

La docente mi guarda perplessa, poi si guarda intorno, investe la sala del convegno con la luce dei suoi occhi azzurri e interloquisce così: – il mio è un discorso diverso, io sto parlando di sezioni del corpo femminile, parapero parapero parapà qua qua zumpapà, ecc.…; mi difendo: – il mio era solo il desiderio di ampliare il discorso – mi siedo. A questo punto tra l’imbarazzo generale, una signora riprende: – forse l’intervento della precedente su Frida Kahlo voleva essere un modo per dire che c’è anche un punto di vista femminile e Frida Kahlo è un esempio significativo in questo senso –. La relatrice non replica e passa la parola. La mediatrice ricomincia a camminare, tenendo sempre il suo microfono in mano, il microfono che non serve più perché le voci si fanno sentire e adesso qualcuna mi ha preso a benvolere e ad arrischiarsi per essere dalla mia parte, o almeno a darmi un po’ di ragione. Si, qualcuna apprezza.

La signora tal dei tali, anche lei docente di Padova, dice: – ma sì, perché non vedere il corpo femminile nella sua totalità, invece che nelle sue mille sfaccettature, o spezzettamenti – io penso – avrò ispirato compassione? Penso a Greenway e al suo film La carne, la morte, il diavolo, e... vattelapesca e i suoi corpi come carne da macello. Estrema reminiscenza –. Un’altra signora, con un atteggiamento risolutivo da rasentare l’aggressività, strappa la parola all’altra e inizia, a raffica come una mitragliatrice: – Orlan e le sue trasformazioni chirurgiche fino a rischiare emorragie tatatatata ecc… guadagni da sballo con le sue esibizioni... la mercificazione del corpo tatatata – non la seguo più, che velocità, rimango esterrefatta, brava, complimenti – penso.

La relatrice replica che non è d’accordo e fa l’esempio di Madonna, simbolo per eccellenza, di che cosa? Del connubio arte vita denaro, una donna – ma quante donne sei? – In arte Madonna, nella vita una donna così trasgressiva da rientrare perfettamente negli schemi sociali, e così poco donna da fare incassi da capogiro. Tutto questo lo dico io. Non ascolto più, vedo Madonna tatuata, con un piercing nell’ombelico e una sua famelica fame di trasgressione equilibrata da un matrimonio lo stesso perfetto. Una donna che è artificio e il risultato di una società che ha bisogno di identificarsi e di creare miti per proiettare se stessa e sognare. Uomini e donne? Penso di sì, non c’è differenza. Mi occorre da pisciare, non ce la faccio più.

Penso al mio incidente con lo scooter tre anni prima, e l’ospedale e io nella barella, massacrata di botte dappertutto, mi occorreva da pisciare, non ce la facevo più, con la vescica che mi faceva male – infermiera, infermiera – chiamo – mi alzi, devo andare in bagno – l’infermiera mi risponde – non posso alzarla, lei deve aspettare di essere visitata, lei non ha pazienza, lei deve avere pazienza – non ce la faccio più, ma non può allungarmi la padella? – dopo tanti ‘lei non ha pazienza’ mi allunga la padella e mi viene spontaneo farle un complimento ‘non ho mai visto una donna bella quanto lei, lei è veramente bellissima’ – mi sorride e se ne va – chissà se ha capito – penso. È micidiale quando non ti conoscono o fanno finta di non conoscerti e quando ti conoscono ‘tanti saluti’. Le relatrici convengono che sì, certo, ci sono sia il punto di vista maschile, sia quello femminile: entrambe le parti hanno ragione.

La mediatrice la tira lunga, quando le porgono un mazzo di rose; non sa più come ringraziare, ‘se la tira’ proprio: – ecco, io, sono commossa, ecco, io, ringrazio per gli ‘spunti’ così interessanti – e mi guarda, arricciando le labbra – fra un po’ – penso – si accinge a limarsi le unghie ed estrae lo specchietto dalla borsetta. Non ce la faccio più, devo andare in bagno a pisciare e supplico dentro di me che la mediatrice dia un taglio ai suoi salamelecchi. La mia ex docente interviene: –- basta, dai, basta, chiudi –. Dentro di me la ringrazio di cuore. Finalmente posso andare a pisciare.

Faccio un piccolo inchino alla mia ex docente e corro via, lasciandomi dietro alle spalle tutte quelle signore sorridenti che si salutano, si fanno i complimenti, qualcuna mi guarda divertita e io volo, prendo la porta, con l’ombrello sotto il braccio perché fuori splende un sole fantastico, cammino spedita spedita per raggiungere al più presto la stazione e mi viene da ridere come la fontana di Trevi e ho un magone dentro che non so spiegarmi. Arrivata alla stazione mi avvio ai gabinetti senza perdere un minuto di tempo e dalla fretta dimentico di depositare la monetina per il servizio – che pisciata, non ce la facevo proprio più – esco come una clandestina e allungo il passo in direzione del binario e lì non riesco ancora a fermarmi, vado su e giù e penso alla mia ex docente, che non vedevo da tre anni, che svolazzava con il suo bastone tra le mani per la sala del convegno, congratulandosi con l’una e con l’altra per i brillanti interventi (io esclusa, io sono una stella fissa che brilla di luce propria, io ho bisogno di un complimento e l’altra parte è sicura che sarebbe inutile), e io che la cerco dappertutto per salutarla, ritardando così la mia impellente pisciata (che contenta – penso – sarebbe quell’infermiera di turno nel sapere che mi trattengo con pazienza), e (eccola che si avvicina), dopo averla salutata appena, fuggo con la vescica che sta per scoppiare. In attesa del treno, digito il numero di Arabella sul cellulare: – hanno da poco chiuso i lavori. Ti aspettavo. Perché non sei venuta? – il medico mi ha fatto attendere – mi risponde Arabella con voce concitata dall’altra parte: – com’era? interessante? –. La sera precedente il convegno, le quattro risate mesciute a qualche buon bicchiere di troppo e ai quiz storico-letterari alla Amadeus televisivo proposti da Arabella, di fronte a un piatto colmo di riso e cavoli in compagnia di Arabella, della sua amica Serena e di un comune amico gay, mi avevano sollevato il morale che raggiunse le stelle quando Serena lesse nelle carte il mio futuro, pronosticandomi soldi e un amore meraviglioso, immensi beni che a distanza di sette mesi da quel giorno devo ancora intravedere; quanto è facile credere alla venuta di un amore incarnato in una donna e a qualche guadagno in più nel momento in cui realizzi di aver avuto poco di tutto ciò o averlo avuto troppo e malamente!. Chiusi in fretta la telefonata perché ero agli sgoccioli con la carta omnitel – devo lasciarti, sono a corto con i soldi, ti racconterò con più calma del convegno, ciao, a presto, ah e mille grazie per la cena, mi sono molto divertita – conclusi senza preamboli.

Tornata a casa, passai in rassegna tutti i momenti del convegno e a un certo punto balzai in piedi in un impeto di rabbia – cercate di cambiare rotta di circumnavigazione voi docenti di Padova, perché i vostri antichi percorsi non sono più percorribili. La vostra collega di L.t.p., che ora è nella tomba – pace all’anima sua – e sono molto contenta, così non farà più del male a nessuno, usava molto male la sua arte manipolatrice nei confronti delle giovani allieve, mentre con gli allievi era gentile, cordiale, direi quasi docilmente remissiva.

Magari una lesbica repressa che non ha nemmeno il coraggio di ammettere che vorrebbe portarti a letto? o magari una docente con quattro gatti in classe che per far numero e poter fare le sue lezioni mi fa credere che sono una delle donne dei suoi studi, isteriche, guaritrici, streghe (in questo caso una indemoniata isterica da curare con psicofarmaci) e fa appello a certi vecchi libri ormai superati, a traumi inesistenti, a patologie inventate, la marxista ortodossa di testi consunti dal tempo e dalle nuove idee, la nuova idea sono io, anzi, sono la sua ultima chance per dimostrare quello in cui lei non ha mai creduto, che non esiste la verità, ma ci sono tante verità e che un individuo vuole conoscere il futuro nelle carte da gioco e che è tutto un gioco, basta pagare di persona, perché lei è lì per insegnarmi che l’unica verità è lei, nient’altro che lei e che io devo pagare perché la Civiltà rurale di una valle veneta è un libro di poco conto, è meglio usare termini che appartengono alla volgarità di certe pratiche alla ‘Salpetrière’ come “culo sopra culo sotto erbera puttana senza peli sul corpo”, pericolosa frase che mi lancia con attaccato all’amo il verme solitario della sua dottrina incontrovertibile, oppure “dov’è il lupo, dov’è il lupo?”, il lupo mannaro, l’altro da me, il mostro, parole che scaglia in aria, fissandomi e suggerendomi che anche dentro di me c’è il lupo, un piccolo mostro che per crescere aspetta solo di essere alimentato con il cibo più congeniale al suo veloce sviluppo, oppure che sono solo una ‘puzzola’ puzzona che non si lava mai e così assomiglio sempre di più a quelle povere donne torturate, condannate, inquisite... oh signora, cara signora, signora dei miei tacchi, io sono un libro aperto e la denuncio al mio avvocato e mi farò rimborsare del tragico incidente accadutomi in quel fatidico due ottobre millenovecentoottantasei, quando, dopo una lunga attesa di cinque ore nei corridoi, in sede d’esame, in presenza di due assistenti in abito scuro e cravatta, ho ambito a far parte del suo gioco e le ho confessato le mie parti più intime, i miei segreti più reconditi, le mie esperienze più estreme. Chi era la puttana tra me e lei e chi il giudice? Chi ‘femme’ e chi ‘butch’? Chi Freud e chi l’isterica? Chi la donna di malaffare e chi l’impostore?

Mi sono svegliata e ho messo il segnalibro di Man Ray intitolato ‘Nusch et Sonia Mossé’ a pagina tre del libro Mal di luna. Un allievo mi ha applaudito e mi ha detto ‘brava’; fuori, tutti, quei pochi che dovevano ancora essere esaminati, si tenevano a debita distanza e sulla loro bocca era disegnata un’espressione di incredulità.

La mia omosessualità, la mia omoaffettività, la mia adorazione per la bellezza femminile, la mia stima per l’intelligenza della donna venivano violate da chi consideravo non una donna, ma l’esempio più estremo di un sistema maschile al quale anche le donne si adeguavano. Per di più, trovavo che era una donna veramente brutta, direi orrida, con denti anneriti dal fumo e dalle carie, un viso molto invecchiato e reso ancor più pesante e flaccido da un’espressione grave e da modi offensivi – ma perché non la smettono di ridere quelle galline fuori dalla porta? –, facendo riferimento ad alcune allieve goliardiche, oppure da espressioni del tipo – nell’ora di lezione lei non può fumare – indicando un allievo che si era acceso una sigaretta – solo io posso fumare in classe, ce l’ho io il coltello dalla parte del manico –. Capii tutto ciò più tardi, molto più tardi. Ma capii, anche, che questa docente aveva aperto su me stessa lo spiraglio di una luce diversa, uno spiraglio percorso da ombre e, dopo tanto tempo, potei esclamare – quelle quattro “stronze” della ‘differenza’ con il loro astratto pensiero filosofico che non attua nessuna pratica nella realtà e che parla dell’affidamento, lasciando poi lungo la strada una strage di vittime; l’élite delle benpensanti del sapere che elogiano la pupilla, dimenticando l’arcana conoscenza, la legge primordiale del diritto di tutte le donne all’amore e alla libera espressione creativa, intellettuale, sessuale, affettiva e istintiva –. Ero stata tradita e ne pagavo lo scotto.

Ebbi modo di sperimentare ancor prima la corte baronesca dell’università di Padova durante l’estate precedente, in quel di Bressanone, dove si tenevano i corsi estivi della durata di quindici giorni, con la possibilità alla fine di sostenere il colloquio.

Quanto di più informale di una vacanza studio che prometteva, prima della partenza, passeggiate lungo sentieri montuosi, sole, chiacchierate serali, magari in un bar in stile tirolese, davanti a un bicchierino di amaro alle erbe aromatiche?

Il docente di S.l.i.m.c. arrivò alla guida di una macchina sgangherata di colore bianco. Indossava una camicia azzurra un po’ spiegazzata e leggermente sbottonata sul petto. Questa apparizione così poco accademica strideva in maniera sconcertante con l’uso, durante le lezioni, di un linguaggio forbito, con lo sfoggio di uno spiccato accento fiorentino e di una dizione perfetta. La grande maestria che dimostrava nell’esporre le sue lezioni, a volte rese monotone dal tono della voce sempre uguale, era accompagnata dallo sguardo sempre attento e quasi indagatore, rivolto a ciascuno di noi, quasi volesse, già prima dell’esame affibbiarci giudizio e voto. L’assistente intramezzava la parola “pseudocorso” nelle sue spiegazioni, facendoci capire che sicuramente il corso estivo non poteva competere con il normale corso accademico di sei mesi, e che la parte generale era importante quanto la parte monografica, che non la prendessimo sottogamba.

E, stranamente, mi aveva preso di mira. Ero nel mio ventiquattresimo anno di età. Come altri giovani, che si muovono spinti da un desiderio di rivalsa e da una vaga aspirazione alla ribellioone, anch’io soggiacevo al conflitto più eterno dell’uomo. In nome di una goliardica e fantomatica ribellione, rifiutavo le consuete norme dell’igiene e della bella presenza: ero restia a lavarmi e dall’aspetto avrei potuto assomigliare a una specie di barbona, con i libri sottobraccio e la tenace volontà di una full immersion nello studio per ottenere il massimo dei voti. Non ero piaciuta, secondo il mio modesto parere. L’assistente mi considerava “più sveglia di lui” e si ostinava a infilarsi il dito nell’orecchio per togliersi un cerume inesistente, a mo’ di ammonizione. Il docente aveva già deciso il mio voto, che doveva essere un ventisei, d’accordo con il suo assistente.

Avevo il morale a terra, ma mi sentivo ricca sotto tutti gli aspetti. Sarei tornata a casa e avrei trovato la mia casa, il mio giardino, la mia camera, in mansarda, e tutto il resto. E pensai a qualcosa di impensabile: – chi è più ricco degli altri economicamente, si sente maggiormente indispensabile nei confronti di chi è povero; chi è più ricco degli altri interiormente, si sente maggiormente responsabile nei confronti dell’umanità –. Avevo lavorato in pizzeria per sei mesi, il fine settimana, e con i soldi guadagnati avevo pagato l’affitto della stanza in quel di Bressanone e la permanenza là. Ero rimasta scornata, ma con una consapevolezza in più: la mia utopia.

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