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Negli occhi grigi e acquosi della giovane imputata scorrevano le immagini di un tempo felice ma lontano: i fiori bianchi dei pomeri che costeggiavano l’Orne, le mattinate spese leggendo Plutarco e Rousseau o dipingendo piccole tele. In quegli anni pensava ancora di prendere il velo, ma le cose, a volte,
cambiano di netto e adesso la chiamavano “la vergine assassina”. E intanto, mentre la rabbia montava fra i banchi del popolino, lei tornava a
rimestare nel passato, cercando il bandolo di tutta la matassa. Ricordò i giorni
senza lussi trascorsi nel convento della Trinità, assieme ad altri rampolli
dell’aristocrazia decaduta, fino a che, coi fatti dell’ Ottantanove, i voti
monastici non erano stati soppressi e i monasteri chiusi. Di quel trambusto non
ne aveva fatto un dramma e un po’ alla volta s’era appassionata alla nuova
causa, schierandosi, però, con la parte più moderata. D’altronde, la rivoluzione
aveva il suo fascino, perché parlava di libertà e di uguaglianza. Perfino Madama
la ghigliottina, in seguito, non l’aveva spaventata: “È cosa utile, purché non
se ne abusi!” ripeteva durante le chiassose assemblee cittadine, che spesso
avevano luogo in piazza. Il nano della corte suonò ripetutamente la campana per richiamare tutti
all’ordine in quell’aula resa soffocante dal caldo torrido di piena estate. Alla
fine, scemati gli strepiti, l’accusatore poté continuare l’interrogatorio,
chiedendo alla giovane cosa o chi l’avesse spinta al crimine. Lei, composta, non
esitò a rispondere ch’erano state tutte le lacrime e il sangue di cui
l’assassinato era stato causa, in nome di ideali che lui stesso aveva scordato.
Nonostante le nuove urla di dissenso degli astanti, Charlotte non abbassò lo
sguardo, convinta che ad armare la sua mano fosse stata la collera divina. Per
questo, appena tre giorni prima, aveva trovato una buona scusa per congedarsi
dai parenti e s’era affrettata a lasciare Caen con una diligenza diretta nella
capitale. Con la coccarda tricolore bene in vista sulla cuffia, aveva poi
girovagato per le strade sconosciute, dove si respirava l’odore acre della paura
e del sospetto. E aveva avuto fortuna, scoprendo casualmente e senz’affanno
l’indirizzo della vittima designata, colpevole, a suo dire, di aver messo la
Francia a lutto, assieme ad altri sanguinari. Jean Paul Marat l’aveva ferita nel profondo. Dopo il massacro del Novantadue, lei, donna esile dal tratto elegante e i sentimenti estremi, aveva cominciato a coltivare il sogno di un gesto senza ritorno, che liberasse il Paese dal tiranno. Troppo fiera per accettare consigli e sempre arbitra delle proprie scelte, aveva tenuto per sé quel progetto di morte, temendo la codarda prudenza dei suoi amici girondini. Uomini dalle molte parole, ma di pochi fatti. Finalmente, dunque, avrebbe dimostrato al mondo che la mente non aveva sesso e nemmeno le virtù. E avrebbe dato corpo a quei suoi impulsi giovanili fomentati dalla lettura degli autori classici, che la portavano ad affermare con veemenza il rincrescimento per non aver potuto vivere nell’antica Sparta oppure ad Atene, dove molte erano state le donne distintesi per la propria audacia. D’altronde, Charlotte non aveva mai fatto mistero delle sue idee, né dell’insofferenza nutrita verso le sue coetanee, intente a sprecare il tempo per scegliere un nastro per i capelli, dando il pretesto agli uomini di considerarle semplici ornamenti, incapaci di partecipare alla cosa pubblica. Lei, nipote del grande Corneille, ai ricami preferiva i libri e rispetto alla stirpe di Adamo, sentiva di poter meglio conciliare la ragione con la forza, la compassione con la fermezza. Consapevole dei molteplici rischi di un’impresa che avrebbe messo in ansia
anche un nutrito gruppo di soldati, non s’era curata delle conseguenze e adesso
ambiva a perdere la vita come il prode Alessandro: in un limbo di gloria. A quelle parole, Charlotte non riuscì a nascondere un fremito, forse di
raccapriccio o di terrore, e in un concitato sfiorarsi di pensieri tragici
rivide il corpo insanguinato del giacobino accasciarsi sotto i suoi colpi nella
piccola vasca di rame e il suo volto stanco farsi maschera dolente dietro una
cortina di vapore. Confusa dal ritrovarsi in mezzo a così tanta gente che desiderava vederla
salire sul patibolo, si passò una mano sulla fronte imperlata di sudore. Quindi,
di scatto, raddrizzò il capo che aveva appena reclinato sotto un’ondata di
emozioni. Sentiti i fatti, ascoltati i testimoni e le stesse ammissioni dell’imputata, il verdetto non fu che una pura formalità: il Tribunale parigino condannò a morte Charlotte, senza che lei ne piangesse, ma scatenando vivaci grida di giubilo da parte del pubblico assetato di vendetta. All’indomani, prima che imbrunisse, un carretto andò a prelevarla alla Conciergerie: Charlotte aveva gli occhi asciutti e il busto eretto, indossava una camicia rossa e nemmeno adesso, a un passo dal nulla, sembrava spaventata. Quando arrivò davanti alla ghigliottina sussultò appena, poi si fermò a guardarla stupita: sapeva che a costruirla era stato un fabbricante svizzero di clavicembali e che era costata quasi mille libbre. Il boia, per pietà, gliene coprì la vista, ma lei si mise a protestare: – Avrò pure il diritto d’essere curiosa! Non disse altro. Ancora pochi istanti e la sua testa riccioluta finì in una cesta di vimini, proprio mentre, poco lontano da lì, il cuore di Jean Paul Marat veniva posto in un vaso d’agata e trasportato in gran segreto in un vecchio convento. |
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