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Negli occhi grigi e acquosi della giovane imputata scorrevano le immagini di un tempo felice ma lontano: i fiori bianchi dei pomeri che costeggiavano l’Orne, le mattinate spese leggendo Plutarco e Rousseau o dipingendo piccole tele.

In quegli anni pensava ancora di prendere il velo, ma le cose, a volte, cambiano di netto e adesso la chiamavano “la vergine assassina”.
– Dite il vostro nome – le ordinò l’accusatore Fouquier-Tinville riportandola bruscamente al presente, nell’aula male illuminata del Tribunale di Parigi, davanti ad una fila di giudici severi e una folla inferocita accorsa per poter guardare da vicino la sciagurata che aveva accoltellato e ucciso il deputato Marat.
– Charlotte Corday, nata a Champeaux il 27 termidoro 1768 – scandì con fierezza l’imputata.

E intanto, mentre la rabbia montava fra i banchi del popolino, lei tornava a rimestare nel passato, cercando il bandolo di tutta la matassa. Ricordò i giorni senza lussi trascorsi nel convento della Trinità, assieme ad altri rampolli dell’aristocrazia decaduta, fino a che, coi fatti dell’ Ottantanove, i voti monastici non erano stati soppressi e i monasteri chiusi. Di quel trambusto non ne aveva fatto un dramma e un po’ alla volta s’era appassionata alla nuova causa, schierandosi, però, con la parte più moderata. D’altronde, la rivoluzione aveva il suo fascino, perché parlava di libertà e di uguaglianza. Perfino Madama la ghigliottina, in seguito, non l’aveva spaventata: “È cosa utile, purché non se ne abusi!” ripeteva durante le chiassose assemblee cittadine, che spesso avevano luogo in piazza.
Col tempo, però, di abusi ce n’erano stati tanti. Troppi.

Il nano della corte suonò ripetutamente la campana per richiamare tutti all’ordine in quell’aula resa soffocante dal caldo torrido di piena estate. Alla fine, scemati gli strepiti, l’accusatore poté continuare l’interrogatorio, chiedendo alla giovane cosa o chi l’avesse spinta al crimine. Lei, composta, non esitò a rispondere ch’erano state tutte le lacrime e il sangue di cui l’assassinato era stato causa, in nome di ideali che lui stesso aveva scordato. Nonostante le nuove urla di dissenso degli astanti, Charlotte non abbassò lo sguardo, convinta che ad armare la sua mano fosse stata la collera divina. Per questo, appena tre giorni prima, aveva trovato una buona scusa per congedarsi dai parenti e s’era affrettata a lasciare Caen con una diligenza diretta nella capitale. Con la coccarda tricolore bene in vista sulla cuffia, aveva poi girovagato per le strade sconosciute, dove si respirava l’odore acre della paura e del sospetto. E aveva avuto fortuna, scoprendo casualmente e senz’affanno l’indirizzo della vittima designata, colpevole, a suo dire, di aver messo la Francia a lutto, assieme ad altri sanguinari.
– Ci ha illuso col miraggio di un mondo migliore e ce ne ha poi consegnato uno senza nessuna speranza, deludendo ogni legittima aspettativa di giustizia, dopo secoli in cui a governare erano stati re buffoni, avidi e inetti...

Jean Paul Marat l’aveva ferita nel profondo. Dopo il massacro del Novantadue, lei, donna esile dal tratto elegante e i sentimenti estremi, aveva cominciato a coltivare il sogno di un gesto senza ritorno, che liberasse il Paese dal tiranno. Troppo fiera per accettare consigli e sempre arbitra delle proprie scelte, aveva tenuto per sé quel progetto di morte, temendo la codarda prudenza dei suoi amici girondini. Uomini dalle molte parole, ma di pochi fatti. Finalmente, dunque, avrebbe dimostrato al mondo che la mente non aveva sesso e nemmeno le virtù. E avrebbe dato corpo a quei suoi impulsi giovanili fomentati dalla lettura degli autori classici, che la portavano ad affermare con veemenza il rincrescimento per non aver potuto vivere nell’antica Sparta oppure ad Atene, dove molte erano state le donne distintesi per la propria audacia. D’altronde, Charlotte non aveva mai fatto mistero delle sue idee, né dell’insofferenza nutrita verso le sue coetanee, intente a sprecare il tempo per scegliere un nastro per i capelli, dando il pretesto agli uomini di considerarle semplici ornamenti, incapaci di partecipare alla cosa pubblica. Lei, nipote del grande Corneille, ai ricami preferiva i libri e rispetto alla stirpe di Adamo, sentiva di poter meglio conciliare la ragione con la forza, la compassione con la fermezza.

Consapevole dei molteplici rischi di un’impresa che avrebbe messo in ansia anche un nutrito gruppo di soldati, non s’era curata delle conseguenze e adesso ambiva a perdere la vita come il prode Alessandro: in un limbo di gloria.
– Chi sono i vostri complici? – tornò a tuonarle contro l’accusatore.
– Nessuno era a conoscenza delle mie intenzioni.
Fouquier-Tinville sottolineò la perfidia con cui, attraverso una lettera bugiarda, la giovane s’era fatta ammettere nella modesta casa del potente, già sofferente da mesi per una brutta malattia.
– La verità non si deve ai tiranni – replicò lei citando da uno dei suoi scrittori preferiti – e d’altra parte, la causa giustifica l’azione: se ho ucciso un uomo è stato per salvarne altri centomila… Anziché occuparsi di politica, il cittadino Marat avrebbe fatto meglio a continuare i suoi studi sui colori dell’arcobaleno, cosa in cui, oltre alla scrittura, pare che eccellesse…
– L’avete sorpreso con l’inganno, mentre giaceva affaticato e inerme nella sua stanza da bagno, approfittando indegnamente della sua generosità e della sua fiducia. Tutto questo aggrava pesantemente il vostro crimine!

A quelle parole, Charlotte non riuscì a nascondere un fremito, forse di raccapriccio o di terrore, e in un concitato sfiorarsi di pensieri tragici rivide il corpo insanguinato del giacobino accasciarsi sotto i suoi colpi nella piccola vasca di rame e il suo volto stanco farsi maschera dolente dietro una cortina di vapore.
– No, nessun rimorso – disse poi arrossendo, mentre cercava segreto conforto in quel brano della Bibbia dove la bella Giuditta, pur di salvare il suo popolo da un’imminente schiavitù, aveva raggiunto la tenda del generale nemico e dopo averlo sedotto gli aveva tagliato la testa nel sonno.

Confusa dal ritrovarsi in mezzo a così tanta gente che desiderava vederla salire sul patibolo, si passò una mano sulla fronte imperlata di sudore. Quindi, di scatto, raddrizzò il capo che aveva appena reclinato sotto un’ondata di emozioni.
– La rivoluzione sono io… – pronunciò con un filo di voce. Poi, sorretta da un sentimento di smisurato orgoglio, si rivolse direttamente al pubblico in sala: – Francesi, dovreste esultare davanti a queste esili mani di donna che non hanno esitato a sporcarsi di sangue pur di salvarvi!

Sentiti i fatti, ascoltati i testimoni e le stesse ammissioni dell’imputata, il verdetto non fu che una pura formalità: il Tribunale parigino condannò a morte Charlotte, senza che lei ne piangesse, ma scatenando vivaci grida di giubilo da parte del pubblico assetato di vendetta. All’indomani, prima che imbrunisse, un carretto andò a prelevarla alla Conciergerie: Charlotte aveva gli occhi asciutti e il busto eretto, indossava una camicia rossa e nemmeno adesso, a un passo dal nulla, sembrava spaventata.

Quando arrivò davanti alla ghigliottina sussultò appena, poi si fermò a guardarla stupita: sapeva che a costruirla era stato un fabbricante svizzero di clavicembali e che era costata quasi mille libbre. Il boia, per pietà, gliene coprì la vista, ma lei si mise a protestare: – Avrò pure il diritto d’essere curiosa!

Non disse altro. Ancora pochi istanti e la sua testa riccioluta finì in una cesta di vimini, proprio mentre, poco lontano da lì, il cuore di Jean Paul Marat veniva posto in un vaso d’agata e trasportato in gran segreto in un vecchio convento.

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