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Il sole batte la Padania perché la ama. Questa è una spiegazione, l’unica spiegazione possibile, di ascendenza popolare, per le sue estati brucianti. L’inverno riequilibra l’asse spostato verso l’Africa con nebbie piogge e brinate più gelide della neve stessa. Clima continentale. In questo, anche in questo, gli abitanti si sentono allora mitteleuropei. Per lo meno quelli che sanno dell’esistenza di una Mitteleuropa.

Aldisio non era particolarmente informato sull’argomento. Per lui Serravescovo, il paese del Basso Adige in cui era nato e aveva messo in opera la propria inarrestabile ascesa, era piuttosto esempio di felice incontro fra paciosa bonomia veneta e capacità, invece, tutta emiliana di entusiasmarsi, di accendersi, di lavorare senza mollare la presa fino al raggiungimento della meta: in politica, in amore come nel progresso tecnico che in quelle terre aveva assicurato, dalla seconda guerra mondiale in poi, la floridezza di tante aziende agricole – finalmente conquistate da chi le lavorava, cioè i mezzadri, che secondo lui se le meritavano – e di tante piccole industrie messe in piedi da gente umile e coraggiosa, come lui medesimo, che si era poi elevato al di sopra di tanti altri congeneri perché, lavorando duro quanto loro, aveva anche quello spunto di intelligenza in più.

Va da sé che a quest’ultima riflessione non avrebbe mai accennato in nessuna delle riunioni di partito che tuttora regolarmente frequentava. Con un grado di convinzione minore di un tempo, quando nel partito aveva trovato guide, maestri, incoraggiamento e capitale. Capitali prestati a termini di estremo favore nella tacita supposizione di una futura fedeltà indefettibile. E lui era rimasto, per l’appunto, fedele al partito anche quando le leggi dell’economia moderna gli avevano svelato i limiti delle utopie ugualitarie: quelle leggi di mercato con cui gli era stato inevitabile scontrarsi per l’espansione stessa della sua industria. Officina, fabbrica, industria. Adesso con diverse sedi di lavorazione anche fuori del Veneto. Secondo un modello ormai divenuto ripetitivo nel nord-est c’erano stati i primi approcci – e contratti – con l’estero, il fatturato subito accresciuto in proporzione, l’assicurata pace sociale fra lui e le sue maestranze, non si sciopera contro un datore di lavoro che appartiene al partito, la discussione è fra partito e sindacato, e poi l’instancabile aggiornamento tecnico per fronteggiare la concorrenza europea e presto intercontinentale, il know how che lo zio Karl non aveva messo in conto nella sua storia del plusvalore ma che era divenuto per lui, Aldisio Cavedani, il primo dei condizionamenti ai fini della sopravvivenza.

Lui conosceva ormai il rischio e la responsabilità aziendali: in base alle quali valutava l’abilità propria in rapporto ai diritti altrui. Sì, lo zio Karl aveva detto la sua parola intorno alla metà del secolo precedente, aveva smosso le acque troppo stagnanti delle relazioni fra padroni e proletariato. Ma adesso, nell’anno di grazia 1989, era ora di correggere il tiro e Aldisio poteva manovrare, dall’interno del partito, più indisturbato di molti imprenditori che facevano apertamente capo ad altre ideologie. Che lui fosse cambiato lo sapeva solo lui. Era il suo asso nella manica.

Per il resto poteva avere, non tanto segretamente, qualche rimpianto. Il fossato dietro casa, colmo di acqua corrente come un tempo, non aveva più raganelle, già prodighe di concerti serali e notturni per il sottofondo musicale dei suoi sogni di ragazzo. I prati, i bordi dei corsi d’acqua – e tanti erano stati purtroppo coperti – non avevano più lucciole. Lucciole e libellule erano divenute rarissime e così le grandi farfalle larghe un palmo ad ali spiegate, con quei colori di velluto disposti in arabeschi e segni misteriosi come rune che le rendevano fiabesche. Aldisio ricordava certe sue uscite e scorribande, la fionda in mano, gli occhi attenti da volpe o furetto che sapevano vedere tra fili d’erba e foglie là dove un occhio normale non avrebbe visto niente, il cuore pronto a calpestare infilzare uccidere con una sassata di infallibile mira anche uccellini da nido, del nido meglio nascosto. Oggi non lo avrebbe fatto, il cuore gli si era intenerito e poi di sassate ne avevano tirate troppe anche a lui, ai suoi, soprattutto quando era stato chiaro che lui stava arricchendosi. Alcuni dei compaesani non glielo perdonavano. E avevano smesso di tormentarlo, perfino con la magia nera, solo da pochi anni. Era diventato più conveniente farsi sistemare da lui un figlio, un parente: in fabbrica, nel partito, in municipio o alle poste. Così poteva considerare proprio quella infanzia, nonostante tutto, l’età più felice della sua esistenza, accolto com’era, quasi quotidianamente, dall’abbraccio di una natura vergine. Corse per la campagna, i boschi, tuffi nel fiume soprattutto nella tarda primavera, estate, primo autunno, nell’atmosfera infinitamente rassicurante, verde, umida, frusciante dove i pericoli erano inesistenti a sapersi destreggiare appena un poco. Era il paradiso, no, era Padania, era Amazzonia. La sua Amazzonia. Aveva imparato allora a adorare la natura come un nume. Come l’erba cattiva che non muore mai, zanzare e invisibili pappataci si moltiplicavano invece regolarmente, ma non erano portatori di malattie, la malaria era un fenomeno storico quanto la pellagra di cui ancora parlavano i vecchi; in compenso le grandi tarantole scure dal grosso corpo peloso e dalle lunghe zampe uncinate che ogni tanto correvano per casa, affascinato terrore dei suoi anni bambini, erano scomparse anche loro, forse sopravvivevano nei boschi dove non andava nessuno. Tutto sommato era un mondo più civile anche se un po’ avvelenato quello in cui si ritrovavano dopo le formidabili lotte di sindacato e di partito e le disinfestazioni estese alle campagne. Era vero, caso mai, che questa faccenda della disinfestazione la peggioravano, la rendevano nefasta a volte i contadini stessi – anzi gli agricoltori, si diceva sempre adesso, o perfino operatori agricoli, perché la parola contadino portava oscure stimmate di inferiorità – quando se ne fregavano bellamente delle istruzioni per l’uso incollate sui bidoni dei vari disinfestanti, se un bicchiere sciolto nell’acqua faceva bene figurarsi quattro, e guai se i contadini cioè i compagni agricoltori alle sue dipendenze sulle sue campagne facevano qualcosa del genere: se lui lo veniva a sapere erano lavate di testa, anzi strigliate che non finivano più davanti a tutti, che tutti imparassero. Sacrosante strigliate. In questo era rimasto comunista della migliore marca, nel pensare sempre al bene della collettività e non solo al proprio.

Gualtiero Pontèl lo aspettava all’osteria, divenuta hostaria da alcuni anni a questa parte, dietro un taglietto di bianco del suo paese. I vini veneti, diceva, non erano neanche paragonabili ai migliori del Friuli: Soave, Montello, Capodilista che se li bevessero gli altri. Un vino aromatico, non pesante e forte come quelli del sud ma profumato di fiori, di erbe, ‘fruttato’ secondo il gergo dei sommeliers, è preferibile prima per l’olfatto e poi per il gusto e poi per quel retrogusto che a lungo lascia in bocca.

Gualtiero, l’alimentarista di Serravescovo, che fra disgrazie familiari e problemi di salute si era soltanto modestamente arricchito, restava uno degli amici più sicuri per l’industriale fortunato. Era stato lui ad avvertire Cavedani quando un paio di donne della campagna intorno avevano preso, dietro adeguato compenso di chi sa quale concorrente rivale o solo invidioso, a fargli fatture su fatture: a farghe le pegnàte, si diceva nel linguaggio della Bassa veronese come altrove nel Veneto. E così l’industriale, sempre a suon di centoni, aveva potuto provvedere in tempo alla controffensiva e il danno era stato annullato. Aldisio gli era gratissimo di quella come di tante altre informazioni che a lui altrimenti non sarebbero mai arrivate.

Come va, come stai, come sta la sposa, i fioi, insoma no se se lamenta, cossa me dìsito, te trovo ben, anca ti no te cambi mai, ma siccome l’invito all’incontro era stato abbastanza perentorio, il posto e l’ora ben precisati facevano presagire qualcosa d’altro al di là dei convenevoli.
– Alora, come xèla? – chiese a un certo punto Aldisio giacché l’amico quella volta pareva far cadere le cose dall’alto tergiversando sul niente.

Gualtiero bevve un sorso per creare un distacco, una pausa indifferente come di chi non si preoccupa di rispondere subito, anche se la notizia è importante.
– La Ansalda degli Ongari – rivelò con la massima semplicità, – la ga deciso de rinovare el parco machine de la so tèra. Che è, si sa, un gran bel pezzo di terra. – Qui si fermò guardandolo, il suo era stile da amico intelligente, l’amico in gamba di sempre, era classe, pensò Aldisio; se l’affare fosse andato gli avrebbe ritagliato una bella percentuale.
– Ti sa el telefono?
L’altro infilò la mano nel taschino interno della giacca e il numero richiesto saltò fuori.
– Vedremo – disse Aldisio – e intanto ti ringrazio. E dopo faremo i conti – finì ammiccando.
Pontèl fece un cenno con la mano ad allontanare la cosa in un futuro a definirsi. Riprese a sorseggiare il suo Riesling e a parlare di tutto e di niente.

Il presidente della Agritecno s.p.a. – erigere l’azienda in società per azioni era stato il primo atto di prudenza per non soccombere ai creditori in caso di crack – si era, sì, espanso all’estero ma non trascurava, saggiamente, l’immediato mercato interno. Innanzitutto era questione di immagine nel paese, nella regione in cui viveva, poi anche in quell’estero che più specificamente lo interessava: una richiesta di informazioni da parte di potenziali clienti stranieri sulla sua serietà e solvibilità toccava sempre qualche banca o istituto o personalità locale, era bene che il suo nome, la ragione sociale della ditta risonassero con adeguata autorità fra Adige e Brenta.

Aldisio sapeva che gli Ongari erano, dal canto loro, già mezzadri di impoveriti nobili e ora proprietari della tenuta più fruttifera della provincia per produzione di frumento e soia. Come in una vecchia casata gentilizia, a seguito di matrimoni, acquisti oculati, rinunce per scelte professionali, permute e decessi, tutto era finito di fatto nelle mani della madre nonna matriarca dal bel nome di battesimo – nei territori veneti a differenza che in quelli emiliani o romagnoli tutti venivano battezzati – nome reminiscente di conflitti fra salariati e padronato ma anche di assoluta dedizione al lavoro e ai suoi luoghi deputati: nel caso specifico a una delle acciaierie italiane in cui gli scontri erano stati più significativi e fertili di risultati. Era stata una moda proletaria dare alle figlie, negli anni venti e poi di nuovo nei tardi quaranta della ripresa, nomi di grandi fabbriche voltàti al femminile. Detto così, Ansalda degli Ongari, rimandava curiosamente un’eco gentilizia, si disse l’uomo riflettendovi, ma Cavedani sapeva andare oltre questa romantica apparenza; essendo infatti la famiglia in questione originaria del trevigiano, era facile per lui ricordare che, a disdoro di passati ma ancora abbastanza recenti invasori del tempo della prima Grande Guerra, òngari era il termine popolarmente usato a significare nient’altro e niente più che pidocchi. Per cui al bel nome da regina longobarda della donna sentiva di preferire, tutto sommato, il proprio: così chiaramente allusivo a quei pesci simili a trote, ma in tavola non così prelibati, che abbondano nei laghi e corsi d’acqua alpini e in quelli delle pianure sottostanti.

Arrivare in elicottero avrebbe fatto, si disse, la dovuta impressione: era l’unico fra gli industriali del posto, e uno dei pochissimi della provincia ad avere, oltre a svariate automobili che venivano cambiate ogni due o tre anni per tranquillità d’uso, un piccolo aereo da turismo e un elicottero privato, un Agusta fra i più recenti, già in dotazione all’esercito e rilevato d’ occasione a prezzo convenientissimo. Il guscio ronzante di bel grigio metallizzato si sarebbe depositato come una enorme libellula sulla distesa d’erba mantenuta ora accuratamente corta, un lawn all’inglese, antistante la fattoria degli Ongaro. Non avrebbe sollevato polvere, il che succedeva con giustificato dispetto del vicinato quando gli occorreva magari scendere su un campo sportivo o nei pressi di qualche cantiere. Avrebbe lasciato guidare Rico, il figlio di Guidetti custode della fabbrica, che aveva subito accettato di seguire il corso di pilotaggio a Verona e che era adesso più bravo di lui, se non altro per la prontezza di riflessi, non c’è confronto fra ventuno e cinquantotto, Rico trattava l’assemblaggio di titanio alluminio e plexiglas come il giocattolo evidentemente adatto a soddisfare il suo istinto di divertimento e insieme il bisogno di cimentarsi con gli ultimi ritrovati dell’elettromeccanica e dell’informatica: passione di tutti i giovanotti quando non studiano lettere o non entrano in seminario. Rico Guidetti era un giovanotto con le palle a posto.

Ansalda, la signora Ansalda, accettò comunque quel genere di arrivo – che non le era stato preannunciato – con un grado di divertita sorpresa che era, anche, stile.
– Affari che vien dal cielo – aveva detto sorridendo, avanzando sola sul suo lawn con la mano tesa all’ospite di riguardo: – sperémo che i sia boni. – Poi si era incamminata verso la bassa struttura della fattoria, due soli piani fuori terra perché, rimodernandola, non avevano voluto alterare, tradire, il carattere campagnolo della casa in cui un corpo maggiore imbiancato a calce fra due ali un po’ arretrate, dove abbondavano invece comici e fregi in laterizio, mostrava al visitatore tre ‘oci de portego’. Nell’ombra, fresca anche se giugno volgeva alla fine, dell’arcata centrale si apriva una porta d’entrata dai battenti in legno bianchiccio – poteva essere acero – a riquadri dalla fine venatura.
– Cossa fémo de ’sto toso? – chiese Aldisio confidenzialmente indicando Rico alla donna: l’aveva subito riconosciuta pur non vedendola da anni, quindici, venti, aveva perso il conto, l’ultima volta l’aveva salutata col marito, morto ormai da qualche tempo, alla fiera di Verona e poi forse ancora intravista in chiesa, proprio al funerale del vecchio, quel Bepi Tonolo anche lui di origine trevigiana, ma Ongari era il cognome della famiglia di lei che la fattoria aveva sempre conservato, la vera padrona era davvero lei. Accennare a Rico in quei termini voleva dire semplicemente ‘Non desidero testimoni a una discussione d’affari’. Ansalda capì al volo e, indicando a sua volta tre figurine che erano spuntate dall’ultima porticina dell’ala destra a guardare la discesa della libellula d’acciaio con allegri gesti di meraviglia, – Sono i custodi – disse – con la loro nipote: il giovanotto troverà del buon vino e dei zalétti appena sfornati. E magari ‘na fetta de sopressa. – Rico si incamminò volonteroso verso i due anziani coniugi, lei appoggiata un po’ curva a un bastone, lui rubizzo e ancora eretto nella persona, alle spalle di una ragazzina legnosa dai capelli lunghi e fini giallo-paglia. I vecchi fecero al giovane altri segni di accoglienza e di gran riguardo, mentre la ragazzina lo fissava con la bocca semiaperta, e ripeterono ad alta voce la lista dei beni mangerecci a sua completa disposizione.

La fattoria manteneva all’interno le promesse – le premesse – della facciata. Mobili rustici in legno chiaro ma qui e là qualche pezzo di antiquariato: angolare cassettone madia tavola o tavolino e altri pezzi scuri, severi nella sobrietà di linee del primo Ottocento; se non erano mobili di famiglia, erano tuttavia scelti con gusto. Buttando l’occhio a caso Aldisio intravide un piccolo forno a microonde nella cucina, accanto a un frigorifero alto come un armadio; e libri, libri e riviste dalle belle copertine patinate sparse sui due sofà e sulle mensole del soggiorno. I quadri appesi con parsimonia alle pareti bianche gli sembrarono molto coloriti e non troppo decifrabili, ma forse era lui che non se ne intendeva, Ansalda aveva un figlio architetto.
– Bella casa –, dichiarò convinto quando la donna lo invitò ad accomodarsi al tavolo da pranzo, tirando indietro un paio di seggiole l’una vicina all’altra; c’erano pieghevoli da vedere, liste di prezzi da esaminare, conti da fare, più pratico lì che in salotto. Il quale del resto si offriva, sorta di piccola oasi verde, dinanzi a lui oltre la tavola a cui si erano accomodati: non tanto per la tinta fieno delle tappezzerie ma per le grandi vetrate che erano state aperte nella parete in corrispondenza, lo si capiva subito, dei tre ‘oci de portego’ della facciata. La tenuta intorno apparentemente illimite si espandeva oltre quei vetri – oltre le tende anch’esse di un bel verde foresta, che sporgevano fuori a mo’ di tettoia – con le infinite gradazioni cromatiche possibili in un pomeriggio di prima estate fra la ghiaia grigio ocra del vialetto antistante e il lontanissimo orizzonte orlato di boschetti: entrava al contempo nella casa, regalando all’ambiente come un dono di ritorno i riflessi di tutti quei colori esaltati e amalgamati dalla luce solare, la luce verticale della pianura sprovvista finanche del più velato profilo collinare nella più imprecisa lontananza. Il risultato era un’atmosfera da serra. Anzi da acquario. Completata da un circostante silenzio che si indovinava laboriosissimo: la natura perseguiva i suoi piani senza bisogno di udibili colonne sonore.

La prevista discussione fu in realtà un pacifico conversare, e Aldisio si chiedeva quanti anni poteva avere quella donna, con una vena di nascente e poi crescente interesse per la figura magra e solida di lei, un po’ angolosa nello stretto abito blu accollato ma senza maniche, la gonna scampanata a scivolare su eventuali rotondità, o per ingentilire un corpo sottile tendente caso mai al segaligno. Ma segaligno non era certo il viso, con quegli occhi azzurro violetto segnati da piccole rughe agli angoli e addolciti dalle occhiaie appena più scure, petali stanchi rispetto alla pelle abbronzata che cominciava a cedere sul collo e nell’incavo delle braccia ma mostrava ancora altrove tensione e tono. L’abbronzatura poteva non essere fuori stagione nei campi: sui quali la padrona si faceva vedere spesso, anche se non più per dare una mano. Aveva avuto fama di gran lavoratrice, anche lei come tutti i suoi, invece il figlio, le tre figlie avevano voluto studiare ma era lavoro anche quello, perbacco se era lavoro quello dei professionisti di città!

Oppure poteva valere l’altra storia sull’origine degli Ongari, quella da loro raccontata, secondo cui un disertore ungherese dell’esercito asburgico, ben prima della Grande Guerra, era stato accolto e nascosto dai bisnonni di Ansalda, ne aveva anzi sposato la nonna e, quando a fine Ottocento gli sposi si erano trasferiti dal Sile all’Adige, quello era stato il soprannome che aveva prevalso fin sulle carte dell’anagrafe. Che ci fosse una dose di sangue zingaresco nelle vene del bel disertore dagli occhi viola si poteva supporre, a spiegare l’intensità e la durata di quella abbronzatura tutto sommato perenne.

Aldisio concluse che, pidocchiosa o ungherese, era ancora una bella donna.
Era anche informatissima di macchine agricole, di rendimenti di prezzi di marche, evidentemente se ne parlava in casa quando la casa non era vuota come quel pomeriggio, ciascuno via in città o in qualche appezzamento a preparare, sorvegliare non si sa che lavori, i generi di Ansalda laureati, sì, ma in agronomia, in economia e commercio, così erano utili all’azienda senza che si dovessero assumere collaboratori estranei, le figlie avevano scelto bene col cuore e con la testa. O era semplicemente il destino che aveva stabilito per loro una fase di positività, di crescita, senza figli drogati e scassamacchine. Prima che si giungesse all’accordo – verbale, perché Ansalda voleva il benestare di tutti per una spesa di parecchi milioni – già i due avevano inconsciamente avviato un altro discorso fatto di occhiate sorridenti, di toccamenti confidenziali, il braccio la mano la spalla, a sottolineare un concetto, a rendere più sicuro un assenso, l’uomo non fu per niente sorpreso quando lei si alzò in piedi a troncare quello che era ormai frangia del colloquio principale. – Ghe fasso védare la casa – disse – ho capito che le piace e poi progetti e arredamento sono di mio figlio. – E lui a lamentarsi allora del proprio, che aveva studiato soltanto fino a ragioniere, ma insomma lo aiutava nella gestione; l’importante era prendere l’Ansalda per il suo verso, adularla un po’ sottilmente, infilare il braccio sotto il suo e mettersi a girare per le stanze del vasto pianterreno: quante pareti erano state abbattute, l’architetto-figlio amava gli spazi interni, li aveva voluti adeguati all’immensità della pianura.

L’Ansalda, invece di salire le scale, si fermò in mezzo al soggiorno dove erano ritornati dopo quel primo giro, gli accostò la bocca all’orecchio e sussurrò come non fossero più soli: – Voglio farle l’accoglienza che facevo a Bepi quando eravamo morosi –, poi, mollando il braccio e prendendolo per mano, lo tirò verso una piccola uscita laterale che dava sul cortile retrostante l’altra ala dell’edificio, simmetrica rispetto a quella dei custodi. Lì le stalle: fieno profumato, letame diversamente ma, per Aldisio, non sgradevolmente odoroso; le stalle erano tenute pulite, e del resto, così vicine alla casa, non poteva essere diversamente. Mezza luce nel grande ambiente, muri a calce, finestrelle aperte sopra una lunga fila di mucche, otto, dieci, nere e bianche o pezzate di rossiccio. Imponente un toro nero con una pennellata candida in fronte agitava la testa dalle narici inanellate dietro la rete metallica che definiva il suo riquadro nell’angolo lontano dall’entrata grande, rettangolo di luce in fondo. ‘Dove mi porta’, pensò in un lampo Aldisio, ‘e perché la stalla, non sarà per qualche scherzo di cattivo genere’, ma ebbe poco tempo di pensare: la Ansalda andò decisa verso la parete opposta alla fila di quieti animali ruminanti e bofonchianti, si piegò su due balle di paglia sovrapposte fra le molte accatastate contro il muro, sollevò gonna e sottoveste insieme e gli mostrò, totalmente offerte, le terga nude, il sesso carnoso un po’ paonazzo in cima a gambe brune, affusolate, senza vene o macchie. Aldisio, già abbastanza eccitato, non ebbe quasi bisogno dell’occhiata invitante di lei che, abbracciata al suo cubo di paglia, si voltava a guardarlo di sotto in su.

Penetrò con riconoscente delizia, fra inebetito e sorpreso, ‘diavolo di una donna, sìngana, te me ga insinganà’, copula che avveniva, ma era per il momento un confuso sentire, nel solo modo giusto nel luogo giusto, portentosa anche per qualche dolce mugghiare casuale, per il frusciare di zampe sulla paglia delle lettiere. Aldisio cercò di prolungarla più che poteva, finché un gemito di lei, anche quello paragonabile a un breve mugghio, lo avvertì che la donna aveva goduto, allora poté concedere, concedersi di accelerare il ritmo, io toro toro toro, e tu vacca vacca vacca, ti prendo ti voglio, puttana sìngana sìngana sìngana sìnganaaaaaa! ... Non aveva gridato, ma era come se lo avesse fatto, il senso di liberazione era infinito. – Benedetta puttana –, le disse afferrandola per le spalle a girarla e attirarla a sé in un abbraccio serrato, avvinghiante, baci che erano quasi morsi, la bocca le braccia il petto ancora chiuso nell’abito, ma era questo che lei voleva, lei donna madre terra. Terra. Padania. Amazzonia verde.
Amazzonia ritrovata dei suoi anni teneri.
 Ritrovata in modo talmente più maturo.

Ricomposto alla svelta, si affrettò verso l’elicottero all’ombra del quale – ombra lunga, erano quasi le sette di sera – lo attendeva Rico. Il ragazzo che aveva ormai mangiato tutto il mangiabile, bevuto tutto il bevibile, risposto a tutte le possibili domande nella piccola casa dei custodi, se ne era uscito a prendere un po’ d’aria.

Il saluto alla donna sulla soglia del porticato era stato volutamente sbrigativo. Che le apparenze non diventassero sostanza di chiacchiere. Cipiglio da uomo d’affari, aveva annunciato al giovane, salendo la ripida scaletta: – La xè andà ben. – Lui solo sapeva in quali modi. Le avrebbe fatto un bello sconto alla Ansalda. Siccome la cifra era importante, anche lo sconto sarebbe stato importante. Giusto così. Non per ripagarla. Non avrebbe mai potuto ripagarla. Per dimostrarle riconoscenza.

Mentre la libellula si risollevava con fragore – un agitar di mani, un ultimo ammiccamento alla donna, ma chi sa ormai se arrivava a scorgerlo – si chiedeva se l’avrebbe rivista. Aldisio era ben rodato alle avventure, preordinate o estemporanee, ma questa era speciale. Capiva ora perché Bepi Tonolo, al contrario di lui, Aldisio, alla moglie fosse sempre stato attaccato: non gli si conoscevano tresche e, in un paese, una zona dove il costume maschile già virava verso un’esuberanza emiliana, la cosa aveva stupito tutti, aveva perfino ingenerato sospetti sulla validità amatoria di quel marito fedele.
– Quanti anni avrà la signora? – chiese in tono distratto al giovanotto accanto a lui, concentrato sulla guida. Il ragazzo, in silenzio, pigiò ancora un paio di bottoni, spostò una levetta, diede l’ultima aggiustatina a uno dei retrovisori e affermò poi: – Settanta.

Aldisio ebbe un soprassalto. Per fortuna la cintura di sicurezza e la controspinta della salita ancora in atto lo inchiodavano al sedile.
– Settanta –, disse, fra pensoso e incredulo.
– La moglie del custode era sua compagna di scuola. E ha settant’ anni –, spiegò Rico compostamente.
– Settanta –, ripeté Aldisio Cavedani. E pensò a sua moglie che a cinquantasette aveva da tempo disarmato, alla condizione fisica della custode, inaspettata pietra di paragone.
‘Diavolo di una donna’, borbottò sottovoce, senza tradire nessuna emozione, nessun dispetto.
Certo quella non era avventura di cui vantarsi.
O lo era?

La scelta del luogo, la disinibita iniziativa dell’ospite, il richiamo all’amore del marito scomparso, il piacere effettivamente goduto: magari non c’era nulla di cui vantarsi, ma Aldisio sentì che poteva continuare a rallegrarsene.

E la stessa prestanza e longevità di lei non erano forse un nesso, un legame con la feracità un tempo incontaminata della pianura, con la generosa vitalità dei suoi campi e fossati, della fauna semiscomparsa che lui ricordava, che lo avevano per sempre affascinato, che lo avevano arricchito in ogni senso?

Lei ne era, come dicono i poeti, una metafora.
Ma era segno del suo disorientamento appellarsi a una categoria che da sempre disprezzava.
Terra. Padania. Amazzonia.
Forse non l’avrebbe rivista. Di una cosa era sicuro: le avrebbe conservato lo sconto.

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