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Questa snella ed intensa raccolta di liriche segna la terza tappa editoriale di un discorso che la giovane autrice ha iniziato, nel 1994, col volume Risposte dal silenzio, e che si è poi sviluppato con l’uscita, rispettivamente nel 2000 e nel 2003, della silloge Allergia alla notte e della plaquette intitolata abbandono.

All’interno di un percorso coerente e personale, in cui – come fa notare nella sua Postfazione il critico Silvio Aman – “i riverberi dell’energia di poetesse come Sylvia Plath e Anne Sexton” danno luogo a originali “pieghe oniriche e riflessive”, la voce della Surliuga (attualmente Assistant Professor di Italianistica presso la Texas Tech University a Lubbok) giunge qui a un sensibile grado di maturazione, scegliendo di esporre se stessa e il proprio vissuto emozionale in maniera obliqua, attraverso una terza persona tramite cui provarsi ad oggettivare il dato autobiografico e a guardarsi – in un certo senso – “dal di fuori”. Ne conseguono interessanti effetti di straniamento e sospensione, come quando in sogno ci vediamo agire incarnati in altre spoglie, incerti della nostra stessa identità e soggiogati dal surreale fluire degli eventi (uno stato per contrastare il quale la poetessa ammette che “doveva concentrarsi seria fissa forte | altrimenti si dimenticava uno dov’era | due cosa stava facendo tre chi era”).

Effetti indubbiamente dilatati dalle peculiari opzioni linguistiche qui privilegiate, come l’assenza di titoli, di connettivi, di punteggiatura e di lettere maiuscole, e la preferenza per sintagmi giustapposti, frasi sospese, accostamenti fra sostantivi comuni e nomi propri, innesti analogici delle immagini: un impianto logico-formale volutamente rarefatto, “a maglie larghe”, per così dire, nel quale sembra di poter ravvisare il venir meno di una gerarchia valoriale e di un ordine strettamente causale degli eventi, e attraverso cui la Surliuga sembra veicolare il senso di un microcosmo di segni e sensi non più privilegiati, bensì disposti sulla pagina senza soluzione di continuità perché sia la libera intuizione di chi li fruisce – e non la frusta consuetudine ad una norma grammaticale standardizzata – a ricostruirne insieme il ritmo, l’intonazione ed il significato più pregnanti.

In questa dimensione “aperta” del proprio discorso lirico, non mancano, tuttavia, “diversi percorsi di senso” (sono ancora parole di Aman) che la stessa autrice apre al lettore, tramite innanzitutto il titolo scelto per la propria raccolta: Forbici. Un termine che, nell’interpretazione del postfatore, allude in maniera duplice al “tagliare la via predisposta da chi […] intende impedire, specie ai figli, una crescita non in linea con le sue aspettative, e [al fatto di] sacrificare il corpo, di incidersi le dita come pressante, e perché no?, anche dionisiaca manifestazione della volontà”. Sono infatti frequenti, in questo diario poetico, sia i riferimenti ai genitori (colti sovente nell’atto di buttarsi giù da una finestra: nota metafora freudiana del parto), sia quelli ad una quotidianità routinaria (fatta di file al metrò, articoli da evadere, sedute in biblioteca, passeggiate, traversate in aereo…) che è tuttavia pervasa da visioni cruente, premonitrici di catastrofi imminenti (“porte forbici scivolano chiuse | scattano senza sicura | si tiene mentre parte il metrò | quante bare uscirebbero | se morissimo tutti adesso”) oppure autolesioniste (“sarebbe una bellezza | se il corpo corresse | sotto una macchina | si aprisse | un taglio sul braccio || e poi | buttarsi dalla finestra | prendere un coltello | speranza di strappo | senza dolore”).

Ci pare però di ravvisare, in questo florilegio di armi da taglio (aghi, coltelli, forbici, vetri) e di finestre vertiginosamente aperte sul vuoto, un ulteriore simbolo, che accomuna le due tipologie di elementi in un’unica costruzione metaforica: il simbolo di una “apertura” metafisica, di un “varco” dischiuso (nella materia e nell’io) tale da consentire il passaggio da uno stato di aggrovigliata confusione e di percezioni anestetizzate (“di certo le cellule neuronali | quando sei impastato | sembrano avvizzite | se sei sbriciolato | sono mandarini sbucciati”; “la ragazza dal mal di testa […] dagli spigoli era tumefatta | in una corona di alghe”; “le chiavi cadevano al fondo del corridoio | dove servivano un caffè annacquato”; “rumori tormentosi matasse | gelatinose invischiavano tutto”) ad una dimensione altra di maggiore autocoscienza, lucida come acciaio affilato e finalmente vivificata dalla consapevolezza del valore insito nei propri stessi difetti e nella propria eccentricità artistica (“è orgogliosa | dei suoi difetti | se li è conquistati | ecco la virtù dello | sborghesizzarsi”; “mio malgrado | signor gallerista | eseguo opere d’arte | con pezzi di metallo | buttati nei gabinetti”). Una consapevolezza insieme esaltante e dolorosa, in cui sacrificio e ispirazione, annullamento e desiderio continuamente si controbilanciano, sotto la spinta di un’urgenza creativa spesso violenta e incontenibile, avvertita in tutta la sua necessità fin dentro la propria stessa carne (“la molla della scatola spinge forte | ma non c’è niente da fare | le lame usciranno a volo furioso | da tutte le parti portandosi via | ogni pezzo di carne non coperto | dai maglioni di lana pungente”).

Recensione
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